

Le malattie
pancreatiche sono riscontrate con crescente frequenza in questi ultimi anni.
Mentre parte di questo aumento è certamente dovuto ad una migliore conoscenza
clinica e diagnostica di queste malattie, la possibilità di un reale aumento
non può essere esclusa.
La pancreatite acuta, che è l’oggetto di questo articolo, è la più frequente
delle malattie pancreatiche ed è anche quella che spesso pone problemi diagnostici
e soprattutto terapeutici di non facile soluzione.
Bisogna conoscerla bene per dominarla, e questo purtroppo non è sempre il
caso.
EZIOLOGIA
La pancreatite acuta è una malattia infiammatoria che può presentarsi nella
forma edematosa e nella forma necrotica; la edematosa è la più frequente (75-80%
dei casi), la necrotica, per fortuna, è più rara (20-25% dei casi). L’incidenza
nella popolazione dei paesi occidentali non è ben conosciuta, ma dovrebbe
essere intorno ai 40-50 casi per centomila abitanti per anno. L’eziologia
è molto varia, anche se più spesso (80% circa dei casi) alcol e colelitiasi
sono i fattori responsabili.
Di recente ho compiuto uno studio sulla pancreatite acuta in vari paesi europei
per studiarne alcuni aspetti tra i quali l’eziologia; sono stati valutati
1068 pazienti, l’età media era di 52,8 anni, con un range di 10-95 anni, il
sesso più colpito il maschile. I fattori eziologici più frequenti sono risultati
la colelitiasi (37,1%) e l’abuso cronico di alcol (41,0%).
Nel 13% dei casi l’eziologia era idiopatica e nel restante 8,9% era molto
varia (iperlipemia, malattie pancreatiche, interventi chirurgici, trapianto
renale, ecc.) (Tabella 1).
Considerando i fattori eziologici a seconda del paese, sono emerse importanti
differenze riguardanti la colelitiasi e l’alcol (Tabella
2).
In Germania questi due fattori hanno una frequenza simile (34,9% e 37,9%,
rispettivamente), in Ungheria l’alcol predomina sulla colelitiasi (60,7% vs
24,0%), in Francia vi è una leggera predominanza dell’alcol (38,5% vs 24,6%),
mentre in Grecia e in Italia vi è una chiara predominanza della colelitiasi
sull’alcol (71,4% vs 6,0% e 60,3% vs 13,2%, rispettivamente).
Le differenze con i tre paesi precedenti sono statisticamente significative.
Differenze sono risultate pure nel rapporto tra eziologia e sesso ed età
(Tabella 3). Nei casi ad eziologia
alcolica predominano largamente gli uomini sulle donne (90,6% vs 9,4%), mentre
nel gruppo della colelitiasi predominano le donne (59,8% vs 40,2%).
L’età media all’attacco di pancreatite è di 42,6 anni per i casi ad eziologia
alcolica e 59,9 anni per quelli ad eziologia biliare. Questi dati dimostrano
che:
1) l’alcol è il fattore eziologico più frequente della pancreatite acuta nei
paesi del nord Europa mentre la colelitiasi predomina in quelli del sud Europa;
2) vi è una predominanza degli uomini sulle donne in rapporto alla elevata
percentuale delle forme ad eziologia alcolica;
3) l’età media alla comparsa della malattia è molto più bassa nelle forme
alcoliche rispetto alle forme biliari.
I motivi della maggior frequenza nella eziologia della pancreatite acuta dell’alcol
nel nord e della colelitiasi nel sud Europa non sono chiari; differenze nel
consumo di alcol e nella frequenza della colelitiasi tra i vari paesi possono
essere una causa. In Ungheria, dove predominano largamente le forme alcoliche,
la bevanda alcolica più usata ha una gradazione alcolica molto alta e questo
potrebbe renderla più tossica per il pancreas.
PATOGENESI
E’ generalmente ammesso che la pancreatite acuta sia dovuta ad un processo
di autodigestione del pancreas da parte dei propri enzimi inappropriatamente
attivati nella ghiandola. La tripsina è attivata per prima e poi questo enzima
attiva gli altri proenzimi. In condizioni normali vi sono nel pancreas vari
meccanismi protettivi che prevengono l’attivazione degli enzimi:
1) gli enzimi digestivi sono sintetizzati come proenzimi inattivi e vengono
poi attivati solo nel duodeno;
2) nella cellula pancreatica i proenzimi sono isolati in vacuoli citoplasmatici
dove non vengono in contatto con altri enzimi;
3) sia nel tessuto che nella secrezione pancreatica sono presenti vari inibitori
degli enzimi digestivi.
Come avvenga la attivazione intrapancreatica della tripsina e l’abbattimento
dei meccanismi protettivi non è chiaro. Nella pancreatite biliare l’evento
scatenante sembra essere l’ostruzione della papilla di Vater da parte di un
calcolo biliare. Il conseguente improvviso aumento della pressione nei dotti
pancreatici scatenerebbe la pancreatite.
Per quanto riguarda la pancreatite acuta alcolica, secondo molti autori, incluso
me stesso, essa avverrebbe su un pancreas già sede di pancreatite cronica;
in particolare, sarebbe secondaria alla ostruzione dei dotti escretori da
parte di tappi proteici che rappresentano una delle prime lesioni della pancreatite
cronica alcolica.
Secondo queste due ipotesi, l’ostruzione duttale, biliare o pancreatica, sarebbe
il primo evento patogenetico in ambedue le forme di pancreatite, ma cosa succede
a livello cellulare non è ben noto.
Secondo una ipotesi recente, nella cellula pancreatica si verificherebbe un
blocco della secrezione degli enzimi digestivi che si co-localizzerebbero
con gli enzimi lisosomiali in grossi vacuoli intracellulari.
In questi vacuoli, uno degli enzimi lisosomiali, la catepsina B, attiverebbe
il tripsinogeno il quale a sua volta attiverebbe gli altri enzimi pancreatici
(elastasi, fosfolipasi A, carbossipeptidasi, ecc) con conseguente digestione
del pancreas e pancreatite acuta.
La tripsina attiverebbe inoltre altri sistemi enzimatici (callicreina-chinina,
complemento) i quali contribuirebbero al danno multiorgano tipico della pancreatite
necrotica.
Alte concentrazioni di radicali tossici dell’ossigeno si formano precocemente
e contribuiscono al danno pancreatico. Le ragioni per le quali la pancreatite
acuta è edematosa e lieve nella maggioranza dei casi e necrotica nella minoranza
non sono chiare. E’ probabile che nella maggioranza dei casi i meccanismi
protettivi intrapancreatici prevalgano sugli enzimi digestivi attivati e la
pancreatite rimane edematosa. Se gli enzimi prevalgono, si ha la forma necrotica.
PRESENTAZIONE CLINICA
La clinica varia considerevolmente in rapporto con la gravità della malattia.
Nelle forme edematose il dolore addominale è l’unico sintomo importante e
la malattia si risolve in pochi giorni; nelle forme necrotiche, oltre al dolore,
vari altri sintomi e complicanze possono occorrere, e il decorso è molto più
grave e talora fatale. I sintomi principali della malattia sono riportati
nella Tabella 4.
Il dolore è presente nella quasi totalità dei casi. In genere, inizia improvvisamente,
raggiunge presto l’acme e persiste, senza pause, per molte ore (almeno 10-12)
o giorni. E’ molto intenso ed ha sede all’epigastrio da cui si può irradiare
agli ipocondri, al dorso, a tutto l’addome. Il dolore può essere assente in
forme molto gravi, spesso mortali, che complicano interventi chirurgici per
gravi patologie, in genere dell’aorta toracica o del cuore.
Vomito, nausea, anoressia sono frequenti, come anche la febbre, in genere
alta; una temperatura elevata suggerisce l’infezione del tessuto necrotico
o altri processi infettivi.
L’esame obiettivo è in genere negativo nelle forme edematose, a parte una
certa dolorabilità all’epigastrio. Può essere presente un ittero lieve e fugace
dovuto all’edema della testa del pancreas che comprime il coledoco; l’ittero
persistente è espressione di calcoli che ostruiscono il coledoco e/o di processi
colangitici.
Soprattutto nelle forme necrotiche, possono essere presenti rigidità della
parete addominale, riduzione o scomparsa dei rumori intestinali, tachicardia,
ipotensione, shock, tachipnea, dispnea, disorientamento, confusione mentale,
allucinazioni, ecchimosi nei fianchi (segno di Grey-Turner) e/o nella regione
periombelicale (segno di Cullen). Spesso, ci può essere una certa discordanza
tra gravità della pancreatite ed obiettività addominale.
COMPLICANZE
Varie complicanze, locali e generali, possono comparire ed aggravare il decorso
della malattia, soprattutto nelle forme necrotiche (Tabella
5).
Tra le complicanze locali, le più frequenti sono le pseudocisti e l’infezione
del tessuto necrotico. Le pseudocisti (30-40% dei casi) possono essere uniche
o multiple, di dimensioni variabili, in genere tendono a regredire spontaneamente.
Possono essere causa di dolore persistente e aumento degli enzimi pancreatici
sierici. L’infezione del tessuto necrotico (30-40% dei casi) si manifesta
entro 2-3 settimane dall’esordio.
E’ una complicanza molto grave che richiede in genere l’intervento chirurgico.
Gli ascessi sono in genere meno frequenti. Tra le complicanze sistemiche,
le più frequenti sono l’ipovolemia e l’ipotensione, presenti soprattutto quando
la somministrazione di liquidi non è adeguata. Nelle forme necrotiche, specie
in quelle più gravi, possono comparire varie altre complicanze, cardiocircolatorie,
polmonari, renali, metaboliche, cerebrali e della coagulazione (Tabella
6).
DIAGNOSI
Vi sono vari esami, di laboratorio e strumentali, utili per confermare la
diagnosi, valutare la gravità della pancreatite e stabilire l’eziologia. Esami
di laboratorio Iperenzimemia pancreatica. Il dosaggio sierico di amilasi e
lipasi è l’esame più utile per la diagnosi. Questi enzimi aumentano subito
all’esordio della pancreatite e si normalizzano entro 3-6 giorni; possono
rimanere elevati in caso di persistenza della flogosi o di pseudocisti.
Non vi è rapporto tra gravità della pancreatite ed entità dell’aumento; spesso,
i pazienti con pancreatite edematosa hanno valori molto elevati mentre quelli
con pancreatite necrotica, specie se grave e diffusa, hanno valori poco elevati.
La sensibilità dei due enzimi è molto alta (90-100%); la specificità è ottima
per la lipasi (95-100%).
Esistono varie altre iperenzimemie pancreatiche, patologiche e non, che bisogna
conoscere per una corretta valutazione diagnostica. Iperenzimemia pancreatica
in malattie non pancreatiche.
Bisogna ricordare che gli enzimi pancreatici sierici possono aumentare in
varie condizioni patologiche quali malattie epatiche, soprattutto cirrosi,
insufficienza renale, diabete, morbo di Crohn, colite ulcerosa, AIDS, ed altre.
In questi casi, vi è un danno pancreatico, spesso cronico, ma talora può essere
acuto.
Anche alcuni dei farmaci usati in queste patologie (acido 5-aminosalicilico,
mesalamina, azatioprina, dideossiinosina, pentamidina, ecc) possono essere
responsabili dell’iperenzimemia. Un aumento sierico della sola amilasi può
essere di origine salivare (malattie delle ghiandole salivari) o essere espressione
di una macroamilasemia; in quest’ultimo caso, l’amilasuria è normale. Iperenzimemia
pancreatica cronica non patologica.
Un aumento degli enzimi pancreatici sierici può verificarsi anche in soggetti
sani, in assenza di qualsiasi sintomatologia e con pancreas normale sia sul
piano funzionale che morfologico.
Si tratta di una nuova sindrome, descritta di recente da me, caratterizzata
da un aumento cronico di tutti gli enzimi pancreatici sierici; i loro valori
in genere oscillano, con periodi anche di normalità. Esiste una forma sporadica
ed una forma a carattere familiare di questa iperenzimemia.
E’ importante ricordare che per la diagnosi bisogna essere sicuri che il soggetto
nel quale si riscontra l’iperenzimemia sia sano, non abbia mai avuto disturbi
riferibili al pancreas, e che l’ecografia e la TAC addominali siano normali.
Ritengo sia buona norma fare questa diagnosi dopo aver seguito il soggetto
per 6-12 mesi ed avere constatato che l’iperenzimemia persiste e che continua
a non esservi alcuna patologia.
Ricordo che, in casi rari, un aumento degli enzimi pancreatici sierici si
può riscontrare in soggetti sani che hanno una mutazione del gene della fibrosi
cistica (Cystic Fibrosis Transmembrane Regulator). Altri esami. Per valutare
la gravità della malattia altri esami sono molto utili. Nella tabella 6 sono
riportati quelli suggeriti da Ranson molti anni fa.
Successivamente, altri schemi sono stati proposti, tra i quali molto usato
è l’APACHE-II che prende in considerazione numerose variabili: frequenza cardiaca,
frequenza respiratoria, pressione arteriosa, pressione parziale dell’O2, pH
arterioso, potassiemia, sodiemia, creatininemia, ematocrito, globuli bianchi.
Val la pena ricordare che questi e gli altri schemi proposti hanno dei limiti,
e la loro sensibilità e specificità è inferiore al 100%.
Molto utile è il dosaggio della proteina C-reattiva, che aumenta nelle forme
necrotiche, e di transaminasi, ã-GT e fosfatasi alcalina, che aumentano nelle
forme dovute a litiasi biliare. Il dosaggio, soprattutto di transaminasi e
ã-GT, è molto utile quando apparentemente non si riscontra alcuna eziologia;
trovare questi indici elevati indica che la pancreatite è stata causata da
un calcolo coledocico che può essere stato già espulso. L’interleuchina-6
è una proteina della fase acuta che aumenta presto nella pancreatite acuta
necrotica (raggiunge il massimo entro 24-36 ore dall’inizio della malattia)
e può essere quindi utile per la diagnosi precoce della malattia.
Tuttavia, non esistono attualmente metodiche di dosaggio abbastanza semplici
per cui è poco utilizzata nella pratica clinica. Altri esami proposti di recente
sono il dosaggio del CAPAP (peptide di attivazione della procarbossipeptidasi)
e del TAP (peptide di attivazione del tripsinogeno) nel siero o nell’urina;
sarebbero utili per la diagnosi e per la valutazione della gravità della pancreatite,
ma sono costosi e di non facile esecuzione. Procedure di imaging
L’addome in bianco e l’Rx del torace forniscono segni aspecifici ma utili.
Il primo può dimostrare condizioni di ileo, in genere localizzato (ansa sentinella),
il secondo la presenza di complicazioni pleuropolmonari. L’ecografia e la
TAC sono gli esami più importanti. L’ecografia, in assenza di meteorismo che
rende il pancreas non ben visibile, dimostra bene le lesioni pancreatiche,
le pseudocisti e le raccolte liquide addominali.
Se fatta bene, da medici esperti, può essere l’esame strumentale sufficiente
nelle pancreatiti edematose. La TAC è fondamentale soprattutto nelle pancreatiti
necrotiche in quanto dimostra molto bene la sede e l’estensione della necrosi,
le raccolte liquide pancreatiche ed extra pancreatiche, ed eventuali altre
complicanze. La sua sensibilità e specificità sono praticamente del 100%.
Ecografia e TAC sono anche molto utili per stabilire l’eziologia della pancreatite
nelle forme biliari, da malattie pancreatiche, traumi, ecc.
La colangiografia retrograda con papillotomia ed estrazione di calcoli è indicata
nei pazienti con calcolosi del coledoco, ittero ed eventuale colangite. Da
ricordare che spesso i calcoli nel coledoco vengono espulsi spontaneamente,
per cui l’esecuzione di questo esame deve essere valutata attentamente e riservata
ai casi particolari.
La risonanza magnetica ed altre tecniche più sofisticate non aggiungono ulteriori
informazioni a quelle provviste dalla ecografia e dalla TAC.
Diagnosi differenziale
La diagnosi differenziale si deve porre con l’ulcera peptica perforata, l’infarto
mesenterico, l’ostruzione intestinale e la colecistite acuta. In generale,
una anamnesi ed un esame obiettivo accurati consentono la diagnosi giusta,
specie ai medici ben preparati. Quando rimangono dei dubbi è indicata la laparotomia
che può essere utile sia per la diagnosi che per il trattamento.
Prognosi
La prognosi è favorevole nella totalità o quasi dei pazienti con pancreatite
acuta edematosa. Nella forma necrotica la mortalità rimane ancora elevata.
Nel mio recente studio sulla pancreatite acuta in Europa la mortalità globale
è stata del 7,8% (83 su 1068 casi).
Tra i 589 pazienti con pancreatite edematosa solo 6 (1%) sono deceduti (Tabella
7); erano pazienti anziani con altre patologie associate.
Tra i 479 con pancreatite necrotica, 77 (16,1%) sono morti per complicanze
della malattia. Il 16,1% è una percentuale più bassa di quelle del passato
ma che rimane, a mio avviso, ancora elevata e che bisogna tentare di ridurre.
Non ho riscontrato differenze importanti nella mortalità in rapporto con l’eziologia
della pancreatite (Tabella 7).
Terapia
Pancreas a riposo, controllo del dolore e adeguate quantità di liquidi e.v.
sono le principali misure terapeutiche. Il digiuno è essenziale per mantenere
il pancreas a riposo. Si associa in genere il sondino nasogastrico, molto
utile per ridurre la distensione gastrointestinale.
Per il dolore, sono in genere efficaci i FANS o, se il dolore è particolarmente
intenso, la meperidina e la pentazocina. Il mantenimento del volume intravascolare
con l’infusione di adeguate quantità di liquidi ed elettroliti è una delle
misure terapeutiche più importanti. Il malato deve essere seguito attentamente,
le perdite di liquidi valutate e adeguatamente compensate.
L’uso degli antibiotici non è necessario nelle forme edematose, in assenza
di complicanze infettive. Nelle forme necrotiche, il parere non è uniforme;
secondo alcuni, gli antibiotici dovrebbero essere somministrati in tutti i
casi, sia in presenza di infezione del tessuto necrotico e sia in sua assenza
per prevenirla.
Secondo altri, dovrebbero essere somministrati solo in presenza di infezione.
Tra gli antibiotici più attivi sul pancreas ricordo l’imipenem e il cefuroxime.
L’uso del gabesato mesilato, inibitore della tripsina, è controverso. Il suo
impiego potrebbe essere giustificato nei malati che vengono visti subito all’esordio
della pancreatite, prima che la necrosi si diffonda.
Nei pazienti con pancreatite edematosa, 4-5 giorni di terapia sono sufficienti;
dopo, possono gradatamente riprendere l’alimentazione ed essere dimessi in
genere dopo 7-8 giorni di degenza.
Nei pazienti con pancreatite necrotica il comportamento è diverso a seconda
che ci siano o no complicanze. Se non ci sono complicanze, il comportamento
è simile a quello precedente, con la differenza che la degenza è in genere
un po’ più lunga (10-12 giorni).
Se ci sono complicanze, queste vanno trattate adeguatamente; possibilmente,
il malato dovrebbe essere trasferito in un centro di terapia intensiva o semi
intensiva e seguito e curato con particolare attenzione. Trattata la pancreatite,
bisogna poi trattare la causa.
Se è una litiasi, va operata al più presto; se è l’alcol, bisogna convincere
il paziente a smettere definitivamente di bere. Le altre cause vanno attentamente
ricercate e curate. Il mancato trattamento del fattore eziologico predispone
alle ricorrenze. Pancreatite acuta ricorrente
Poiché non vi sono studi recenti su questa forma di pancreatite, ho studiato
questa malattia in Europa per valutarne la frequenza, l’eziologia e la mortalità.
Dei 1068 pazienti europei con pancreatite acuta dei quali ho già riferito,
288 (27%) avevano una forma ricorrente.
Si tratta di una frequenza alta anche se nel passato era ancora più elevata.
Di questi 288, 211 (73,3%) erano uomini e 77 (26,7%) donne. L’età media era
di 43 anni, con un range di 16-95 anni (Tabella
8).
Per quanto riguarda l’eziologia, l’alcol è stato il fattore più frequente
(164 casi, 57%), seguito dalla colelitiasi (72 casi, 25%), dalle forme idiopatiche
(30 casi, 10,4%) e da fattori vari quali iperlipemia, pancreas divisum, distrofia
cistica del duodeno, tumore pancreatico mucinoso intraduttale, gastrinoma
pancreatico, ERCP (22 casi, 7,6%).
La predominanza dell’alcol è stata riscontrata soprattutto in Germania, Ungheria,
Francia e molto meno in Italia e soprattutto in Grecia dove predominano le
forme biliari. Nella maggioranza dei casi (74,3%), si trattava del secondo
attacco di pancreatite il che suggerisce che gli attacchi non si ripetono
molte volte.
Questo può dipendere dal fatto che, attualmente, la causa viene trattata presto;
nel caso della forma alcolica, gli attacchi acuti in genere avvengono nelle
fasi precoci della sottostante pancreatite cronica e poi diminuiscono specie
se il paziente smette di bere.
Per quanto riguarda la mortalità, dei 288 pazienti studiati 17 (5,9%) sono
deceduti; avevano tutti una pancreatite necrotica. Considerando solo i pazienti
con pancreatite necrotica (n = 141), la percentuale dei morti è del 12,1%,
che è un po’ più bassa rispetto a quella per pancreatite acuta non ricorrente
(18,6%), ma non in maniera statisticamente significativa.
E’ interessante notare che la maggioranza dei pazienti deceduti, 14 su 17,
erano al secondo attacco di pancreatite; probabilmente, quando gli attacchi
si ripetono molte volte, la malattia diventa meno grave (riduzione del parenchima
normale a causa degli attacchi precedenti?).
Poiché la pancreatite tende a ripetersi quando la causa non è stata trattata,
è ovvio che, sul piano terapeutico, ogni sforzo deve essere fatto per rimuovere
tale causa al più presto.
Lucio Gullo
Direttore Istituto di Medicina Interna,
Facoltà di Medicina e Chirurgia,
Università di Bologna, Ospedale S. Orsola, Bologna
E-mail:gullo@med.unibo.it


Pancreatite acuta edematosa. L’ecografia addominale dimostra un pancreas aumentato di volume e diffusamente ipoecogeno. A destra è indicato un piccolo versamento libero addominale.
Pancreatite
acuta necrotica.
La TAC dimostra un pancreas molto ingrandito, specie la testa e il corpo,
non omogeneo e con margini mal definiti. La necrosi si estende negli spazi
pararena
Pancreatite
acuta necrotica.
La TAC dimostra la presenza di due pseudocisti nel corpo e nella coda del
pancreas post-pancreatite acuta necrotica.