

La
trasparenza della cornea è soggetta ad un equilibrio molto delicato e sono
molte le malattie (di tipo infettivo, infiammatorio, meccanico, tossico o
distrofico) che possono provocare una perdita di tale trasparenza.
Tra le cause di tipo distrofico, troviamo il Cheratocono, che provoca, al
centro della cornea, un incurvamento progressivo verso l’esterno formando
così una cornea a forma di cono e causando, naturalmente, un assottigliamento
del tessuto corneale stesso. Questa curvatura anomala provoca una distorsione
delle immagini ed una visione confusa sia da vicino che da lontano.
Ma quali sono le cause del Cheratocono?
E’ una domanda con diverse risposte ma, ad oggi, nessuna certa. Gli Autori
Anglosassoni insistono su una componente importante, nota come “rubbing”,
cioè uno “sfregamento” continuo degli occhi che indebolirebbe la struttura,
provocandone lo sfiancamento iniziale e progressivo.
Oppure si parla di alterazione di tipo “familiare”: non è raro vedere fratelli,
spesso gemelli, con la stessa patologia o comunque riscontrarla nella stessa
famiglia, anche se con gradi di parentela più allargati.
Si pensa anche come possibile causa ad una “erosione” dello stroma, indotta
da un meccanismo sconosciuto che provoca un indebolimento strutturale degli
strati incrociati di collagene della cornea. La realtà è però diversa: non
si tratta di “erosione”, ma di “assottigliamento” degli strati di collagene
(pensiamo ad un elastico che, inerte, ha uno spessore, ma, se stirato, lo
diminuisce, con una proporzionalità quasi diretta rispetto alla lunghezza
dello stiramento stesso).
Tali strati, dunque, aumentando la propria lunghezza, diminuiscono il proprio
spessore e proporzionalmente la cornea, la cui superficie è proporzionalmente
aumentata, si estroflette. Così, il raggio di curvatura corneale aumenta perché
è aumentata la superficie corneale.
Molto probabilmente, il meccanismo patogenetico iniziale, che possiamo chiamare
fattore “L” (sconosciuto ad oggi), crea una situazione di indebolimento delle
fibrille di collagene dello stroma, che hanno una forma elicoidale (allungando
quindi l’elicoide).
Tale rilasciamento, sotto effetto della pressione endoculare che spinge verso
l’esterno, provoca l’“ingobbamento (o sfiancamento) della cornea” che, proporzionalmente,
diminuisce di spessore.
Tale “sfiancamento”, una volta iniziato, viene poi aiutato, oltre che dalla
pressione endoculare, anche da quella palpebrale.
Per quanto riguarda la prima, secondo la dinamica dei fluidi, tale pressione
dovrebbe spingere ugualmente all’interno di una cavità, ma non vale in questo
caso, dove abbiamo un tessuto elastico ed a spessore variabile. Il secondo
meccanismo, fino ad oggi preso poco in considerazione, è la pressione palpebrale,
quasi esclusivamente della palpebra superiore: ed ecco perché quasi tutti
i Cheratoconi sono inferiori.
Tale pressione agisce sul cono, modificando il potere diottrico della cornea
di diverse diottrie astigmatiche.
E’ sufficiente osservare, con il Topografo Corneale (strumento di lettura
delle variazioni di curvatura corneale) un occhio di un paziente, in posizione
supina, con blefarostato (divaricatore palpebrale) inserito, e verificare
sia la quota totale della variazione di altezza da un punto medio di riferimento,
sia come variazione spaziale sulla superficie.
Nel momento in cui togliamo il blefarostato e lasciamo che la palpebra agisca
sull’occhio affetto da Cheratocono, possiamo notare le variazioni dei raggi
di curvatura dovuti alla pressione della palpebra stessa, espresso in un rilevante
numero di diottrie astigmatiche. Anche per questo concetto appena enunciato,
esiste però la prova del contrario: vi sono infatti dei rari casi di Cheratoconi
di tipo superiore, dove si nota lo sfondamento nella parte alta dell’occhio.
In questo caso il Cheratocono è quasi sempre di tipo “frusto” , cioè non ha
quasi mai una evoluzione progressiva, perché la pressione delle palpebre superiori
esercita quasi sempre efficacemente un effetto contenitivo dell’ectasia.
Esiste quindi un meccanismo interno, la pressione endoculare, ed un meccanismo
esterno, la pressione palpebrale superiore ed, in certi casi, quando il paziente
tenta con forza di mettere a fuoco le immagini così deformate dall’asimmetria
del cono, si aggiunge la pressione esercitata dalla palpebra inferiore. In
tal modo il paziente tenta addirittura di “pinzare” la cornea utilizzando
appunto le palpebre come le due ganasce di una pinza, con l’ovvia conseguenza
di una maggiore pressione esercitata sul tessuto già malato e questo porta
ad una maggiore estroflessione e quindi ad un peggioramento del Cheratocono
stesso.
Tale meccanismo è simile al “rubbing” (o sfregamento)
E’ comunque chiaro che questi meccanismi riescono a peggiorare il danno, solamente
perché si trovano di fronte ad un tessuto che, per cause ancora non etiopatogeneticamente
chiarite, si presenta “rilasciato” nella sua struttura “collagene” che costituisce
la sostanza fondamentale dello stroma corneale: il Cheratocono è quindi il
risultato di una “patologia del collagene”.
Le differenti tecniche per curare il cheratocono
Andiamo ora ad esaminare le varie tecniche adottate dagli Oculisti per affrontare
il problema Cheratocono.
Le Lenti a Contatto hanno sicuramente rappresentato per molti anni l’unica
possibilità per correggere le superfici irregolari provocate dal Cheratocono,
non altrimenti correggibile con alcun tipo di occhiale.
Ma le lenti a contatto agiscono, comunque, danneggiando l’occhio, per tre
buoni motivi:
1) già in occhi sani, è comune esperienza notare come l’uso, o più spesso
l’abuso, di tali protesi comporti un indebolimento dell’occhio che si manifesta
con modificazioni reattive della produzione del normale film lacrimale che
si modifica nei suoi strati lipidici e protidici, aumentandone lo spessore
per contrapporsi al corpo estraneo, creando quindi un “cuscino” più spesso
al fine di ridurre lo sfregamento.
D’altra parte l’abuso di tali protesi è dovuto allo stato di grande necessità
del paziente affetto da cheratocono che solo utilizzando le lenti a contatto
riesce ad avere una visione accettabile e quindi ne abusa. L’esperienza della
Chirurgia Refrattiva ci insegna che: anche per i pazienti non affetti da Cheratocono,
portatori di lenti corneali, anche se dismesse a distanza di molti anni, il
trofismo non venga più recuperato nella sua pienezza con conseguenti disepitelizzazioni
infraoperatorie sconosciute in occhi che non hanno mai portato le lenti a
contatto.
2) L’apporto di ossigeno alla cornea “normale” proviene per il 70% dall’ambiente
esterno e per il 30% dai liquidi endoculari. Il tentativo da parte delle case
costruttrici di lenti a contatto è chiaramente quello di cercare di promuovere
in ogni modo la “gas permeabilità” dei vari tipi di lenti. Ma è un tentativo
solo parzialmente utile e vero, perché è noto che i “tessuti sintetici” non
riescono ad assorbire l’ossigeno in maniera adeguata dall’esterno e tantomeno
riescono a trasmetterlo alla superficie oculare. Infatti il cosiddetto “trasporto
attivo” dell’ossigeno è possibile, ad oggi, solo ai tessuti biologici vivi.
La letteratura internazionale ci fornisce inoltre molti dati sulla perdita
di cellule endoteliali causata dall’uso e soprattutto l’abuso delle lenti
corneali. Oltretutto le lenti coprono proprio la parte più malata dell’occhio,
cioè la parte infero nasale-temporale. Il meccanismo quindi di una corretta
ossigenazione è disatteso aggravando ancora di più la patologia.
3) Il meccanismo di adesione della lente sulla superficie corneale esercita
inoltre una pressione negativa che si va a sommare per la “legge sui vettori”
alla pressione endoculare che spinge il cono all’esterno, agendo come una
mini pompa a suzione sull’apice del cono stesso. Potremmo continuare parlando
degli errori di applicazione di tipo meccanico, come le lenti che toccano
l’apice corneale, provocando alterazioni che danno luogo poi a cicatrici semiperenni,
note come “leucomi”, ma pensiamo che il quadro sulle lenti a contatto sia
esauriente per far comprendere la reale dannosità di tale presunto rimedio
per il Cheratocono.
Per alcuni Oculisti, poi, e quindi per i loro pazienti, è ancora radicata
la convinzione secondo la quale l’unico mezzo chirurgico per sconfiggere il
cheratocono sia il trapianto di cornea.
Vediamo invece insieme perché è giusto evitarlo:
1) la prima ragione (e la più determinante): il trapianto di cornea ha una
durata media nel tempo di soli 10 anni (Congresso S.I.TRA.C. 18-19 febbraio
2000). Immaginiamo quindi ciò che significa per una persona giovane un’aspettativa
di soli 10 anni. E giovani sono di solito, quasi sempre, i pazienti affetti
da Cheratocono.
2) Dal punto di vista pratico, soltanto chi è in lista per ottenere una cornea
sa quanto sia difficile reperirla.
3) Non dimentichiamo che si tratta pur sempre di un trapianto di tessuto con
tutti i rischi di rigetto che esso comporta. Non è possibile, infatti, garantirne
l’attecchimento nel 100% dei casi e, nel caso sfortunato di una vascolarizzazione
da rigetto (presente, come affermato dal Prof. Bisantis della Clinica Oculistica
dell’Università di Padova nel 5-10% dei casi), un altro trapianto sarebbe
impossibile e l’occhio sarebbe quindi irrimediabilmente perso.
4) Inoltre un trapianto di cornea, pur effettuato con successo, conduce regolarmente,
con l’attuale condizione tecnologica di cui dispongono i presidi sanitari
italiani ed europei in genere, ad un astigmatismo di grado più o meno elevato.
Abbiamo visto talvolta pazienti operati con astigmatismi anche di 8-12 e più
diottrie, la qual cosa rappresenta, a volte, una situazione addirittura peggiore
rispetto a quella che vive il paziente con il suo cheratocono. La correzione
ottica di tale ametropia astigmatica diventa estremamente difficile o addirittura
impossibile, anche per chi disponga di sofisticate tecnologie.
Si dovrebbe allora correttamente informare il paziente e pensare all’utilizzo
del trapianto di cornea solo in quei rari casi di cheratocono acuto: quindi
dove la cornea si è già spontaneamente perforata ed il trapianto non è più
procrastinabile. Oppure in quei casi di opacità corneali centrali ampie, spesse
ed irreversibili (veri leucomi), tali da pregiudicare la capacità visiva del
paziente (e dove non sia possibile con apposite terapie eutrofizzanti, da
noi messe a punto, rischiarare queste opacità).
Bisogna aggiungere che, proprio nell’ottica della “precarietà temporale” del
trapianto, bisognerebbe sconsigliare “comportamenti a rischio” come l’uso
(ed abuso) di lenti a contatto e l’uso di tecniche chirurgiche che accelerino
l’evoluzione della malattia verso il trapianto.
Ed al contrario, quindi, praticare sin dai primi sintomi, cioè da quando il
paziente non presenti più un Visus di 10/10 naturali, ma semplicemente di
9/10, la “Cheratotomia Radiale Asimmetrica” che con le sue micro e mini incisioni,
proporzionalmente limitate alla precocità della patologia, permetteranno di
uscire dal tunnel che porta al trapianto di cornea, con una percentuale di
successo tale che nessun’altra tecnica chirurgica, ad oggi, può ottenere.
Tale chirurgia, infatti, utilizzata dalla mia équipe e da altri chirurghi,
in Italia e nel mondo, deve venire considerata non solo come la migliore odierna
soluzione del Cheratocono, ma anche, da oggi, come profilassi dell’evoluzione
del Cheratocono.
Visto il mio ruolo di pioniere nel campo della microchirurgia refrattiva e
con un’esperienza di migliaia di interventi refrattivi sin dal 1980, ho potuto
ideare, già dal 1985, quest’intervento semplice, per risolvere in modo definitivo
(nel 95% dei casi) il problema di quei Cheratoconi di Tipo I, II ed alcuni
casi selezionati di tipo III. Tale intervento ha dimostrato, con i risultati
conseguiti nell’arco di 15 anni, di poter ridurre almeno del 95% la necessità
di trapianti di cornea nel mondo per il Cheratocono.
Cheratotomia
Radiale Asimmetrica
La tecnica da me ideata, denominata “Cheratotomia Radiale Asimmetrica” deriva
da quella utilizzata per la correzione della miopia da “Sato” prima (1955)
e “Fyodorov” (mio Maestro), poi (1975). Con tale tecnica vengono effettuate
delle incisioni radiali su tutta la parte paracentrale della cornea per 360o.
Nella Cheratotomia Radiale Asimmetrica, utilizzata per correggere il Cheratocono,
le microincisioni vengono eseguite soltanto nel settore di cornea estroflesso,
fuori dal campo pupillare, da 30o a 270o. Nel 95% dei casi, la “Cheratotomia
Radiale Asimmetrica” (se correttamente eseguita) è risolutiva per il Cheratocono:
è un intervento ambulatoriale effettuato in anestesia locale (con un collirio),
della durata di circa 1-3 minuti per occhio, senza bendaggi e che consente
di ottenere risultati soddisfacenti già alla fine dell’operazione. Nella maggior
parte dei casi, bastano un paio di occhiali da sole per qualche giorno e l’uso
di colliri specifici da prendere nel periodo post-operatorio di una settimana.
Negli anni più recenti (dal ’90), abbiamo compiuto nuovi passi in avanti,
riuscendo infatti a correggere non solo l’estroflessione progressiva della
cornea, ma anche il suo difetto visivo, quasi sempre in modo più che soddisfacente.
Infatti l’80% dei pazienti raggiunge il massimo della capacità visiva senza
aiuto di ulteriori lenti correttive, la restante parte con l’aiuto di un semplice
occhiale che, una volta che la cornea è stata normalizzata, riesce a correggere
in maniera soddisfacente il paziente. In tal modo il paziente, dopo l’intervento,
è in grado non solo di uscire dal tunnel: “lente a contatto > ulteriore sfondamento
corneale > trapianto di cornea”, ma anche di avere la migliore acutezza visiva
possibile. Grazie alla lunga esperienza dell’équipe da me diretta, l’applicazione
chirurgica di tale tecnica ha subito una tale evoluzione (vista l’estrema
semplicità ed il rischio pressoché inesistente di tale tecnica chirurgica),
che si consiglia l’intervento ai primi sintomi della malattia. Infatti, modificando,
in modo riduttivo, la tecnica, si interviene con un numero variante da 1 a
3 mini-micro incisioni di non più di 2 mm di lunghezza e 70% di profondità:
si riesce così a fermare l’evoluzione della malattia con il massimo risultato
refrattivo, cioè con la migliore visione naturale o corretta.
Stiamo parlando della cosiddetta Mini A.R.K. (variante da me applicata spesso
ed usata a seconda della gravità dei casi): in questo stadio precoce, è possibile
garantire un successo che va oltre il 95% dei casi trattati, con un follow
up di diversi anni (8-10).
La Cheratotomia
Radiale Asimmetrica ha subito una evoluzione ed un miglioramento nel tempo,
tale che oggi possiamo parlare più compiutamente di “microchirurgia modulare
del Cheratocono”, cioè la “Asymmetric Keratoconus Microsurgery” (A.K.M.),
il cui significato è molto semplice. La A.K.M. comprende uno studio tridimensionale
della zona di sfiancamento corneale, con l’uso di appositi programmi computerizzati,
tali da mostrarci i dislivelli della zona di sfiancamento come una mappa orografica
(mappa geografica con la rappresentazione – in scala – delle diverse quote).
Su tali dislivelli si applicano delle incisioni che possono variare per numero,
lunghezza, profondità ed orientamento spaziale ed essere radiali, tangenziali,
oblique o curve.
La scelta deriva proprio dall’esperienza accumulata negli anni, avendo operato
migliaia di Cheratoconi di Tipo I e II e moltissimi casi di Tipo III, e centinaia
di casi di Cheratocono di tipo ipermetropico e/o astigmatico misto. L’utilizzo
di tale tecnica così evoluta ha permesso, negli ultimi anni, correzioni molto
più precise e risultati decisamente stabili nel tempo (oltre 15 anni di stabilità)
Tale tecnica è certamente più sicura e durevole nel tempo rispetto al trapianto
e rappresenta la più lunga esperienza di tecnica alternativa al trapianto
stesso. E, nei rari casi di insuccesso, non pregiudica un eventuale trapianto
di cornea.
Laser ad Eccimeri
Il Laser ad Eccimeri, in un discorso relativo al Cheratocono, ha un ruolo
molto importante, perché ci consente una rifinitura finale dell’eventuale
difetto refrattivo residuo nel paziente operato di Cheratocono. E’ mia attuale
convinzione che risulterà utile per il paziente se utilizzato “solo in questo
modo”: cioè con un’ablazione di pochi microns (20-40) su cornee con un buono
spessore corneale centrale (> 480 microns all’apice del cono) e stabili da
almeno due anni dall’ultimo intervento di A.R.K. o A.K.M. con mappe e raggi
di curvatura stabili e possibilmente < 42 diottrie. Molti illustri colleghi
invece stanno operando casi di Cheratocono, facendo un’ablazione direttamente
sull’apice del cono. Non posso condividere quest’approccio chirurgico che
va ad assottigliare una zona già sottile e la cui patologia consiste proprio
nell’eccessivo assottigliamento.
Sono convinto che laddove questa tecnica venga applicata su occhi con “vero
Cheratocono evolutivo” e non semplicemente “frusto” (o stabile, come spiegato
in precedenza) non potrà che accelerare il suo infausto decorso verso un trapianto
di cornea sempre più impellente e necessario. Anelli Intrastromali Questa
recente applicazione della tecnica al Cheratocono nasce dall’esperienza acquisita
con lo stesso metodo per una correzione “reversibile” della miopia di lieve
grado (max 3-4 diottrie). Consiste nell’inserire dei segmenti semicircolari
di P.M.M.A., conosciuto con il nome commerciale di “Perspex” (già usato da
oltre 50 anni per la costruzione dei cristallini artificiali), nello spessore
dello stroma corneale, alla base della cornea, in almeno 3-4 o più punti,
sui 360o della circonferenza.
Tali segmenti, avendo un raggio di curvatura interno più ampio di quello del
segmento di cornea, dove vengono inseriti, esercitano un effetto a molla provocando
una maggiore distensione verso l’esterno, con un aumento della circonferenza
della base della cornea stessa, alla quale segue un appiattimento per distensione,
da stiramento, dell’apice corneale, con un miglioramento soggettivo ed oggettivo
(mappe corneali) della visione per schiacciamento indotto dell’apice del cono.
Tale meccanismo ottiene, sicuramente, nei casi iniziali di cheratocono un
miglioramento del quadro clinico e refrattivo del paziente, ma ricordiamo
quello che abbiamo spiegato in precedenza riguardo alla patogenesi del Cheratocono:
il peggioramento di tale patologia si ottiene per riduzione di spessore degli
strati di collagene che si distendono (come un elastico), sotto la spinta
della pressione endoculare. Quindi tale distensione forzata dell’apice del
cono non può che produrre un ulteriore allentamento ed allungamento delle
fibrille collagene, provocato dalla eccessiva distensione della base della
cornea (così come si distende la pelle del tamburo quando viene distesa e
tirata dal cerchio periferico del tamburo che agisce in tal modo per regolarne
la tensione).
Ciò darà luogo ad un peggioramento, in tempi più lunghi, del Cheratocono stesso
con un meccanismo che definirei di “esplosione”. Esattamente opposto è l’effetto
di “implosione” prodotto dall’A.R.K. e dall’ A.K.M. che, provocando un collassamento
su se stesse delle fibrille collagene, crea, al contrario, una riduzione di
superficie dell’apice del cono stesso. Tutto ciò con un immediato effetto
intraoperatorio rafforzato poi:
1) dalla cicatrizzazione delle mini incisioni che, portando tessuto riparativo
ricco di fibrina, rappresentano una struttura a maglia più forte e meglio
contenitiva della spinta verso l’esterno della cornea; 2) e, soprattutto,
dalla neoformazione di fibrille collagene sane, sviluppatesi attraverso un
meccanismo biologico noto come attivazione dei “GENI SILENTI”, che è in grado
di prodursi solo in conseguenza di determinati stimoli (in questo caso l’incisione
ed i meccanismi riparativi che ne conseguono), con la formazione di fibroblasti
“fetali”, capaci di produrre tessuto giovane e quindi anche più trasparente
di quello del paziente adulto e che va a sostituire nel tempo quello malato
del Cheratocono.
Tali studi istologici furono documentati, con l’ausilio del microscopio elettronico,
presso l’Istituto sulla Microchirurgia dell’Occhio di Mosca, diretto dal mio
maestro, il compianto Prof. S.N. Fyodorov, già negli anni '86-'88.
Va inoltre fatto notare, a riprova e conferma di quanto appena enunciato,
che in tutti i casi di leucomi centrali e paracentrali nel Cheratocono, tali
effetti di ringiovanimento cellulare, indotto dall’A.R.K., esitano in un rischiaramento
del leucoma, con ripristino della naturale trasparenza della cornea, nella
quasi totalità dei casi trattati.
Trapianto di cornea lamellare
Altra tecnica che si sta “tentando” di applicare per la cura del Cheratocono
è quella del trapianto di cornea lamellare (quindi non totale o a tutto spessore)
. Tale tecnica, senz’altro più conservativa del trapianto classico, prevede
l’innesto di un lenticolo corneale (privo di endotelio e della sua membrana
basale) da donatore a forma di fungo che viene allettato in una cornea scavata
al centro con l’uso di un laser ad eccimeri per circa 300-350 micron.
A questo punto l’innesto corneale viene inserito a mo’ di tappo di bottiglia
da champagne il cui bordo esterno, più estroflesso, viene poi cucito sulla
cornea del paziente per 360 gradi, così come nel trapianto totale.
Questa tecnica ricorda l’ ”Epicheratoprotesi di Kaufmann” (ormai non più utilizzata)
con delle modifiche che, a nostro avviso, rendono tale tecnica molto più complicata
rispetto all’originale. Molto raro ci sembra inoltre il campo di applicazione
di questa tecnica che si riferisce a cheratoconi iniziali al punto di avere
necessità di cornee spesse almeno 550 microns al centro (come riferito dagli
autori). Tale spessore è fatto eccezionale in cheratoconi anche iniziali.
A questo punto gli operatori propongono su tale cornea uno scavo centrale
circolare effettuato con laser ad eccimeri di 350 microns, necessari per allettare
il lenticolo di circa 450 microns di spessore con un profilo corneale a forma
di bottone (quindi più estroflesso di una cornea normale) che, sommandosi
ai 200 microns residui del paziente, formerebbero una cornea di 650 o più
microns al centro. La complessità della tecnica, l’estrema ristrettezza del
numero di utenti potenziali, a nostro avviso, non giustificano la conseguente
perdita di acuità visiva del paziente che riceve tale innesto con perdita
di trasparenza dovuta alla doppia diffrazione che la luce subisce nel passare
tra due corpi non omogenei e l’insorgere di astigmatismi irregolari.
Tutto ciò non regge al confronto della A.R.K. che con le sue micro-mini incisioni
in numero di 2 o 3 di non oltre 2 mm di lunghezza e del 50% di profondità
allocate fuori dalla zona ottica centrale “indenne” che, in 2 minuti ed in
anestesia locale, restituisce una vista perfetta al paziente, senza avergli
assottigliato la sua cornea, senza avergli innestato un tessuto di un’altra
persona e senza complicazioni di alcun tipo. Alcuni colleghi che hanno male
interpretato la mia tecnica dell’A.R.K. propongono ai pazienti affetti da
cheratocono di fare come primo intervento un laser ad eccimeri per correggere
l’irregolarità della curvatura corneale (cosa opinabile fino all’ancora non
collaudato sistema “topo link”*) e poi, successivamente, un intervento di
A.R.K..
Tale originale ed insolito comportamento avrebbe come “spiegazione scientifica”
il fatto che a loro parere una A.R.K. utilizzata come primo intervento “destabilizza”
il cheratocono e che, fatta al contrario dopo il laser, non lo “destabilizza”
più?!? NB: Noi con l’A.R.K. vogliamo proprio destabilizzare il cheratocono
per poterlo riportare ad una normale, regolare curvatura corneale!
Ci riesce, poi, oltremodo difficile comprendere come una tecnica che destabilizzi
il cheratocono lo possa fare in un momento sì ed in un altro no, come se la
terapia per questa destabilizzazione potesse essere generata dall’assottigliamento
di un tessuto già in crisi per troppa sottigliezza attraverso l’uso del laser
ad eccimeri. Molto ci rammarica di trovarci in un’epoca di incoerenza scientifica
e psicologica dove i pazienti vengono utilizzati come cavie per sperimentare
alternative sicuramente “originali” ma che ben poco hanno di scientifico,
adducendo spiegazioni capziose ed assurde, al punto di pronunciare con salomonico
spirito britannico: no comment!!
Massimo Lombardi
Specialista chirurgo oculista
Università di Roma

