

La
recente assoluzione di Ezio Forzatti, accusato di omicidio volontario per
aver staccato il respiratore alla moglie in coma, ricoverata presso l’Ospedale
di Monza, ha aperto una serie di problemi di natura giuridica, clinica ed
etica. Tra i tanti, complessi, aspetti di questa vicenda, colpisce comunque
un fatto: anche in Italia, come è
avvenuto in Inghilterra e negli U.S.A., si rischia che le problematiche bioetiche
siano di fatto risolte a colpi di sentenze, con un’impostazione estranea al
sistema del diritto europeo. In attesa di conoscere le motivazioni
che hanno portato all’assoluzione di Ezio Forzatti, si sono aperte diverse
linee interpretative: qualcuno ha letto in questa sentenza la giustificazione
dell’eutanasia, altri, invece, hanno pensato che si trattasse del riconoscimento
del diritto alla sospensione dell’accanimento terapeutico. Sul crinale che
separa l’eutanasia dalla sospensione dell’accanimento terapeutico si è affacciato
il tema delle “direttive anticipate”, poiché Forzatti ha spesso affermato
che il suo gesto rispettava le convinzioni della moglie, che non avrebbe voluto
un trattamento simile.
Ora, il riferimento a ciò che viene definito Living Will, o Testament de vie,
tradotto variamente in italiano con “testamento biologico” o, più opportunamente,
con “direttive anticipate” sembra che possa registrare la convergenza tra
coloro che sono favorevoli all’eutanasia e quanti, invece, ad essa si oppongono.
E su questa convergenza occorre riflettere, per comprendere quale sia il significato
ed il valore di questo strumento legale che, sulla scia del caso appena citato,
viene oggi invocato come risolutore del conflitto etico e medico che separa
i due fronti, degli oppositori e dei fautori dell’eutanasia.
L’autonomia del paziente e il dovere del medico Una serena valutazione della
proposta di introdurre anche in Italia le “direttive anticipate” deve, prima
di tutto, tenere conto di alcuni elementi che rischiano di comprometterne
il significato. Da una parte, infatti, non si può scordare che le direttive
anticipate sono nate all’interno dei movimenti a favore dell’eutanasia e hanno
spesso trovato sostegno nelle esigenze dell’economia. Vale la pena, infatti,
di riflettere su quanto scrive, a questo proposito, il filosofo David Lamb:
“Negli ultimi anni la categoria dei medici e, per diversi motivi, gli amministratori,
consapevoli delle restrizioni del bilancio sanitario, hanno visto di buon
occhio l’ondata a sostegno dell’autonomia del paziente. Questo fa parte del
nuovo costume civico che vede la proliferazione di una serie di documenti
ispirati al principio di sovranità del consumatore. Ma il concetto di autonomia
è stato indicato primariamente a sostegno del diritto di dire “basta”, e i
mezzi di informazione, insieme alla comunità degli studiosi di bioetica, hanno
portato avanti una battaglia in difesa del diritto del paziente a rifiutare
la terapia di mantenimento in vita. Inoltre sono stati lanciati anche falsi
appelli all’autonomia, allo scopo di legittimare il giudizio secondo il quale
alcune persone “starebbero meglio se morissero” (qualunque sia la morte che
ci attende, non è uno stato del quale si possa dire staremmo meglio con o
senza) e, dunque il richiamo all’autonomia è servito a confondere la distinzione
tra suicidio assistito e diritto legittimo di rifiutare una terapia invasiva
in punto di morte”. (D. Lamb, L’etica alle frontiere della vita. Eutanasia
e accanimento terapeutico, trad. it., Il Mulino, Bologna 1998, p. 134). Una
volta chiarite queste connessioni, chiediamoci, però, se le direttive anticipate
non possano essere accolte anche da chi è decisamente contrario sia all’eutanasia,
sia al suicidio assistito. Indubbiamente, l’estensione delle tecniche di differimento
della morte crea il problema di determinare quale sia il “limite” morale che
compete all’intervento del medico, nel rispetto della piena dignità del morente:
non a caso, infatti, si è coniata l’espressione “accanimento terapeutico”.
Anche il riferimento all’autonomia del paziente può essere accolto come un
valore da rispettare, ma si deve tenere conto che questa autonomia è spesso
condizionata dalla “paura” della morte e dalla difficoltà di stabilire in
anticipo (magari in condizione di salute) a quale trattamento si vorrebbe
essere sottoposti in caso di malattia terminale. Il fatto che non si voglia
essere, per così dire, in balìa del potere decisionale del medico (espresso
dal rifiuto del cosiddetto “paternalismo medico”), non può nemmeno trasformarsi
in una concezione puramente contrattualistica del rapporto medico-paziente,
poiché esistono pur sempre dei doveri legati alla professione medica in quanto
tale. Non a caso, David Lamb ha coniato l’espressione paternalismo moderato
(che esprime la cosiddetta alleanza terapeutica) per indicare la relazione
virtuosa tra medico e paziente. Nelle decisioni terapeutiche, infatti, è importante
che la sproporzione tra le competenze del medico e la situazione di bisogno
del paziente trovino un punto di convergenza e di equilibrio nel riconoscimento
reciproco della pari dignità dei soggetti coinvolti. L’autonomia del paziente
deve armonizzarsi con l’autonomia del medico, e questo è possibile in riferimento
ad alcuni criteri morali di base. La difesa della vita fisica e dell’integrità
personale del paziente restano, nel rapporto terapeutico, un criterio etico
e pratico che non può essere semplicemente scelto o rifiutato, perché costituisce
la specificità di questa relazione. Da una parte, le direttive anticipate
sembrano ribadire i termini, complessi, di questa relazione laddove non è
possibile la comunicazione interpersonale, ma, dall’altra, rischiano di compromettere
gli interventi di pronto soccorso e di trasformare il rifiuto dell’accanimento
terapeutico in un vero e proprio abbandono terapeutico. Non sempre, infatti,
è facile fare diagnosi in casi di emergenza: salvare la vita ad una persona
non può essere una scelta “facoltativa”, condizionata da indeterminati criteri
di qualità della vita o da direttive che non sono in grado di prevedere le
variabili delle condizioni cliniche.
Né si può, inoltre, sottovalutare la possibilità che questo strumento legale
finisca con il ridurre progressivamente il senso di responsabilità del medico,
trasformato in un semplice esecutore delle volontà del paziente. Tra l’altro,
una volta legalizzate le direttive anticipate, si creerebbe inevitabilmente
una situazione discriminatoria tra sottoscrittori e non sottoscrittori: in
assenza di una esplicita richiesta del paziente il medico sarebbe autorizzato
a fare ciò che vuole, riaprendo le porte al paternalismo medico? E in base
a quali criteri? Un’attenta analisi
delle problematiche connesse all’uso delle direttive anticipate ci permette
di affermare che esse sono, come spesso capita, una risposta equivoca, se
non addirittura sbagliata, ad una domanda seria. Se si vuole
veramente evitare l’accanimento terapeutico, perché lo si ritiene moralmente
riprovevole e clinicamente inutile, bisogna avere il coraggio di vietarlo,
sempre e comunque. Scegliere questa strada significa impegnarsi in una via
difficile, perché comporta l’elaborazione di alcuni criteri generali che orientino
l’azione del medico e ne formino la coscienza morale e professionale. Occorre,
indubbiamente, vincere sia una certa pigrizia intellettuale, sia una certa
reticenza a voler ricordare al medico che esistono dei limiti morali alla
sua opera, limiti che occorre stabilire nel modo più oggettivo possibile e
che, comunque, implicano la diretta responsabilità del medico.
Se, come molti affermano, le direttive anticipate non sono funzionali all’eutanasia,
e non servono soltanto per lasciare ancora più solo il paziente nelle sue
decisioni di fine vita, allora occorre stabilire con chiarezza in quali casi
il medico è chiamato a sospendere le proprie attività o, addirittura, a non
intervenire, così da evitare di prolungare un processo di morte che ha le
sue cause dirette nella situazione clinica del paziente. Non è certo facile
imboccare questa strada, che sembra prossima all’eutanasia passiva, perché
ci siamo per troppo tempo illusi di poter dominare, grazie alla nostra tecnologia,
l’evento della morte, ma questa è l’unica via che ci permette di rispettare
pienamente la condizione umana e la sua finitezza.
Soltanto aprendo un’attenta riflessione sul tema dell’accanimento terapeutico
potremo evitare, o ridurre, l’arbitrarietà che ancora connota alcuni interventi
medici e potremo evitare che vengano di fatto introdotte prassi eutanasiche.
Resteranno, dobbiamo esserne consapevoli, ancora molte situazioni dolorose
e difficili da dover gestire, avremo ancora il compito di prenderci cura di
situazioni di confine come quelle in cui versano le persone in stato vegetativo
persistente, ma sapremo meglio sia come affrontarle, sia come evitare di procurarle
inutilmente. La sofferenza, il dolore fisico, la morte, continueranno ad esserci
compagne di strada, ma sapremo meglio come evitare di diventarne direttamente
complici.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano
