

lI
tempo della malattia e della sofferenza è spesso anche il tempo della solitudine.
L’esperienza della solitudine non coincide con quella dell’isolamento.
L’isolamento, come assenza di rapporti interpersonali, può accentuare il senso
della solitudine, ma non ne esprime i caratteri specifici.
Si può, infatti, essere isolati senza per questo sentirsi soli, come ben sanno
le persone che per lavoro sono costrette a vivere per lunghi tempi senza relazioni
interpersonali. La solitudine è, invece, prima di tutto una percezione interiore,
che può affacciarsi anche quando si è circondati dalla gente.
La percezione della solitudine è, prima di tutto, la percezione della propria
impotenza, della propria fragilità, accompagnata dall’idea che nessuno può
condividere la nostra esperienza, che nessuno può aiutarci. La sensazione
della solitudine può esprimersi in vari modi, ma ciò che in essa emerge, spesse
volte in modo drammatico, è la consapevolezza della propria unicità, della
propria ed irripetibile singolarità.
La solitudine non esprime soltanto un disagio, mostra anche qualcosa che non
poniamo mai a tema, e cioè la nostra personalità interiore, quella dimensione
dell’esistenza che siamo più abituati a vivere che a pensare. Nella malattia
non siamo più in grado di esprimere noi stessi e ci sentiamo facilmente “incompresi”.
La malattia e la sofferenza generano solitudine non
soltanto perché di fatto ci chiudono in noi stessi. La malattia, il dolore
fisico, la sofferenza interiore ci ammutoliscono, ci riconducono all’esperienza
della nostra fragilità: la malattia non è mai oggetto di conversazione se
non in vista della guarigione, la sofferenza non si comunica se non quando
viene investita dalla speranza.

Solitamente si esprime questa situazione dicendo che la malattia è un fatto
“privato”. Ma questa definizione rischia di essere superficiale e di non esprimere
l’esperienza della solitudine che accompagna la malattia.
Nella nostra civiltà, in realtà, la malattia
è decisamente un fatto “pubblico”, sia nel senso che, attraverso la medicina
e l’ospedalizzazione del malato, l’intera società si fa carico del malato,
sia nel senso che spesso l’opinione pubblica si interessa, attraverso i mass
media, delle malattie e dei malati.
Perciò sarebbe meglio tornare a dire che la malattia è prima di tutto un fatto
“personale”. Con ciò non si intende soltanto ricordare il fatto, evidente,
che la malattia “ci tocca personalmente”, che la malattia è sempre e solo
la “mia” malattia: con ciò intendiamo dire che la malattia ci introduce nella
dimensione della solitudine, cioè nella condizione del trovarsi soli con se
stessi.
Il pudore che circonda l’esperienza
della malattia è il segno di questo essere soli con noi stessi.
Il pudore è qualcosa di più originario e di profondo rispetto alla
“vergogna”, che è ancora un sentimento “sociale”. Nella “vergogna” si manifesta
il disagio di fronte allo sguardo di chi ci rende “oggetto”, di chi ci “riduce”
alla nostra situazione fisica, al nostro comportamento e mortifica così la
nostra personalità. Ci si vergogna di ciò che in fondo non ci esprime compiutamente:
ci vergogniamo delle azioni sbagliate così come ci vergogniamo delle nostre
debolezze o del nostro corpo sofferente perché non accettiamo di essere ridotti
a questi aspetti della nostra esistenza. Ma il pudore è un’altra cosa, è la
difesa della nostra personalità intera, è la barriera che impedisce allo sguardo
dell’estraneo di sapere veramente chi sono io. Il pudore circonda, prima di
tutto, le esperienze più intense della propria soggettività e per questo può
emergere ai due antipodi della nostra vita interiore, e precisamente nell’esperienza
dell’amore e in quella della sofferenza.
Non ci sono parole adeguate, infatti, per esprimere ciò che ognuno di noi
è quando ama intensamente e quando soffre intensamente.
Nella malattia il pudore serve prima di tutto per celare agli altri la percezione
improvvisa di una singolarità che non sembra capace di trovare lo spazio della
relazione.
Il pudore che cela l’amore salvaguarda il significato profondo di una relazione
che ci costituisce; il pudore che cela la sofferenza difende il significato
profondo del trovarsi soli con se stessi. Il corpo malato veicola così un’esperienza
di sé che potrebbe sorgere, e di fatto sorge, anche quando non c’è la malattia.
La sensazione della solitudine non può essere facilmente connotata in termini
di patologia soltanto perché spesso emerge in concomitanza con la malattia.
In realtà l’intera esistenza umana oscilla tra il bisogno della relazionalità
e quello della solitudine.
Non ci sono tempi e spazi per un’autentica comunicazione umana se non c’è
anche il tempo e lo spazio per rientrare in se stessi e fare i conti con la
propria umanità, con la propria singolarità. L’equilibrio
tra lo spazio del silenzio e quello della parola, tra i tempi dell’io e quello
dell’essere con gli altri, è estremamente compromesso nella nostra società
contemporanea.
La nostra vita associata riempie in molti modi gli spazi e i tempi della nostra
esistenza personale e spesse volte noi ci scopriamo ad agire come automi coscienti,
che ripetono comportamenti consolidati, alla cui spalle sembra svanire la
consistenza del nostro io. In questo contesto l’esperienza della malattia
mette in luce una condizione umana di estrema fragilità e vulnerabilità. La
medicina ci aiuta a vincere le malattie e, quando fallisce, ci aiuta a convivere
con la malattia, o a condurre a termine la nostra vita in modo meno doloroso,
ma la medicina non ci aiuta a convivere con noi stessi, non serve per farci
conciliare con il senso della nostra esistenza.
L’esperienza della solitudine è l’esperienza di un’esigenza
profonda di equilibrio con se stessi: è un’esperienza profondamente umana,
che interpella anche il nostro modo di comunicare e di essere con gli altri.
La prima alleanza tra il medico e il paziente si attua nella comune
lotta contro la malattia, ma l’asimmetria tra le due situazioni personali
è evidente e profonda.
Per quanta solidarietà e partecipazione ci possa essere tra le persone nulla
può togliere l’esperienza della solitudine del malato.
Tuttavia questa esperienza di sé non deve essere pensata in termini negativi
né deve essere censurata, ma può essere aiutata, perché nella condizione dell’essere
soli, per quanto possa sembrare paradossale, si radica la più autentica simmetria
tra l’uomo medico e l’uomo paziente.
Al di là della professione medica e della situazione
patologica si apre lo spazio per la comunicazione tra persone che vivono la
medesima condizione umana. Ma questa comunicazione richiede che
anche il medico abbia trovato in sé lo spazio della solitudine e dell’equilibrio:
uno spazio che ognuno di noi dovrebbe imparare a sviluppare senza che siano
le situazioni a trascinarlo. In questa solitudine che ci consegna a noi stessi
e ci sottrae alla dispersione dell’agire si apre, se lo vogliamo, quella dimensione
dell’aver cura degli altri come di se stessi.
La parola e il gesto diventano allora possibilità di
trasformare il tempo della solitudine nel tempo della relazione interpersonale,
perché ognuno è messo in gioco per quello che è, al di là di salute e di malattia,
situazioni che spesso si trasformano una nell’altra.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano


La
parola e
il gesto diventano allora possibilità di trasformare il tempo della solitudine
nel tempo della relazione interpersonale, perché ognuno è messo in gioco
per quello che è,
al di là di salute e di malattia, situazioni che spesso si trasformano una
nell’altra.

