

Non
è immediato ne’ intuitivo correlare le proprietà macroscopiche di un materiale
massivo con le dimensioni infinitesimali delle sue unità costituenti. Eppure,
la relazione tra macroscopico e microscopico è tutt’altro che labile.
E’ infatti ben noto che le proprietà dei materiali dipendono dalla natura
e dalla disposizione reciproca degli atomi o delle unità elementari costituenti.
Anche nel più certosino lavoro su un materiale massivo, milioni di atomi vengono
manipolati e messi in movimento.
Le analisi teoriche evidenziano inoltre come sia di fatto possibile, senza
violare le leggi fondamentali della fisica, riarrangiare le unità fondamentali,
una alla volta, con modalità simili a quelle utilizzate con i mattoncini del
Lego, per creare nuovi sistemi.
Questo tipo di approccio, meglio noto come nanotecnologia o ingegneria molecolare
(molecular manufacturing) consente, opportunamente ottimizzato, di produrre
dispositivi più resistenti, più economici, più leggeri, più “intelligenti”
(smart).
Nell’ultimo ventennio, l’impulso verso la miniaturizzazione
ha permesso di superare le barriere del “micro” e di entrare nel dominio dei
“nano”. Una sfida tecnologica stimolata da una crescente domanda
per macchine sempre più piccole e supportata in modo massiccio da ingenti
investimenti economici da parte di tutti i paese industrializzati.
Basti pensare che solo nel V Programma Quadro dell’Unione Europea il finanziamento
per attività connesse alla nanotecnologia si assestava a circa 15 miliardi
di euro.
Considerate le sue immense e molteplici potenzialità applicative, è ragionevole
prevedere che la nanotecnologia sarà, nei prossimi decenni, una delle direttrici
strategiche nella ricerca in tutti i paesi industrializzati. Diventa quindi
prioritaria l’elaborazione di nuove strategie progettuali e sintetiche che
aprano vie di produzione versatili per lo sviluppo di materiali e dispositivi
con le proprietà e le funzionalità desiderate.
Fig.1
- Un dispositivo submicroscopico per il rilascio
controllato di farmaci. Il dispositivo e’ fornito di pori di dimensione inferiore
ai 6 nm al fine di proteggere le sostanze terapeutiche dall’attacco da parte
del sistema immunitario.
Tutti i metodi sintetici fino ad ora utilizzati per la realizzazione di nanosistemi
possono essere classificati secondo due approcci generali ed antitetici.
Nell’approccio top-down, partendo da oggetti massivi e riducendoli
progressivamente attraverso processi quali ad esempio la frantumazione meccanica
o la fotolitografia, si raggiungono dimensioni dell’ordine delle decine dei
nanometri.
Al contrario, l’approccio bottom up parte dal basso e si fonda sulla
manipolazione di atomi o molecole che, opportunamente assemblati, originano
quei building blocks molecolari che rappresentano le unità fondamentali della
struttura finale.
In una fase scientificamente ancora pioneristica, ma alquanto
febbrile per quanto concerne gli sforzi e le risorse messi in campo, la sfida
è ora quella di sfruttare gli strumenti messi a disposizione dalla nanotecnologia
per manipolare biomolecole che regolano la vita e la morte, la salute e la
malattia.
La chiave di volta per concretizzare questi sforzi è acquisire gli strumenti
conoscitivi e tecnologici necesssari a modulare dispositivi e materiali nella
scala dei nanometri e a progettare macchine e strumenti non più grandi di
biomolecole quali, ad esempio, il DNA.
Fig
2 - Con una dimensione laterale di un micron o anche meno, la particella raffigurata
nell’illustrazione è più piccola di qualsiasi cellula ematica. Allorché una
concentrazione di tali particelle viene iniettata con esito positivo nel flusso
sanguigno, queste si muovono liberamente nel sistema circolatorio. Allo scopo
di indirizzare tali microparticelle per il rilascio di farmaci nella sede
del tumore, la loro superficie esterna viene chimicamente modificata per poter
veicolare molecole che abbiano la specificità di legare chimicamente tramite
il modello ‘chiave-serratura’ (lock-and-key binding specificity) molecole
espresse in particolare dai vasi sanguigni che alimentano masse tumorali.
Grazie a ciò, tali microparticelle potrebbero offrire un approccio nuovo e
rivoluzionario alla lotta contro i tumori. Non appena le particelle “agganciano”
le cellule delimitanti la superficie interna di tali vasi sanguigni, viene
rilasciato un composto che produce un foro sulla membrana delle cellule stesse.
Questo determina la morte della cellula ed il conseguente collasso dell’intero
vaso sanguigno, il che comporta a propria volta la morte della massa tumorale
alimentata dal vaso sanguigno stesso. Grazie alla specificità garantita dalla
precisione della mira insita nelle molecole poste sulla superficie del microdispositivo,
i danni collaterali apportati al tessuto sano sono estremamente limitati sen
non assenti, ed il trattamento può essere ripetuto più volte, secondo le necessità.
Dispositivi di dimensioni micrometriche, (ed in un futuro non troppo lontano,
nanometriche) che dischiudono immense potenzialità applicative nel campo della
biomedicina, un campo in cui la biologia, l’ingegneria, la medicina stessa
convergono in un terreno ancora pressoché inesplorato, ma affascinante. L’obiettivo
comune è quello di progettare sistemi che possano avere un’efficacia terapeutica
nella cura di patologie anche molto diverse, dai tumori alle malattie cardiache,
al diabete.
Prospettive dischiuse anche dai rapidi progressi conseguiti principalmente
nella conoscenza dei meccanismi di base: proprio la comprensione dei processi
biologici ad un livello molecolare ha reso possibile l’approccio ingegneristico
a sistemi naturali complessi in cui convergono, come già evidenziato, discipline
molto differenti.
Con qualche ambiguità terminologica, che porta i neofiti a confondere la bioingegneria
con l’ingegneria biomedica: mentre quest’ultima si presenta come un campo
d’applicazione, seppur marcatamente interdisciplinare, la prima è, di fatto,
una disciplina nuova, ma rapidamente in espansione. In questo contesto, la
capacità di modulare la struttura dei dispositivi nella scala dei nanometri
consentirà di rivoluzionare la medicina e le discipline biomediche ad essa
correlate. Il motivo semplice, ma non triviale: l’efficacia terapeutica richiede
sempre, ad un certo grado, l’imitazione delle strutture biologiche coinvolte
in quel determinato processo, strutture le cui dimensioni approssimano la
scala dei nanometri. In questo ambito, un ruolo principe è attualmente giocato
dalla fotolitografia. Utilizzando la fotolitografia si è riusciti a collocare
singoli filamenti (single strands) di DNA in posizione note e specifiche su
un chip. Le sonde reagiscono in modo specifico con elementi singoli di DNA
marcati con una sostanza fluorescente, che vengono così rivelati. In questo
modo, registrando i punti del chip in cui si osserva la fluorescenza, diventa
possibile risalire all’identità biochimica del DNA campione. La fotolitografia,
tecnologia di base nella microelettronica e nei MEMS (MicroElectronic Mechanical
Systems), si rivela quindi come un approccio estremamente elegante ed innovativo
per l’analisi ultrarapida degli acidi nucleici.
E dischiude anche interessanti applicazioni pratiche e praticabili quali la
produzione in scala (high-throughput) di nuovi medicinali, la valutazione
del rischio genetico, le analisi di medicina legale, l’identificazione di
individui, il monitoraggio preventivo della guerra batteriologica (germ warfare).
Senza dimenticare che questo tipo di tecnologia ha consentito di concretizzare
il concetto di “laboratorio in un chip”, ovvero la miniaturizzazione di strumenti
analitici e diagnostici (sensori) al punto tale da poterli includere ed integrare
in modo funzionale all’interno di microdispositivi portatili. Tecnologie di
questo tipo, basate sulla fotolitografia, vengono chiamate microtecnologie
biomediche, bioMEMS.
Il prefisso “micro” non deve tuttavia trarre in inganno: negli ultimi anni,
il limite di risoluzione della fotolitografia è stato portato alle centinaia
di nanometri, i processi correlati alla microelettronica nel dominio dei “nano”.
E questo nonostante la fotolitografia venga tradizionalmente annoverata tra
i processi top-down, dal momento che parte da oggetti macroscopici, come ad
esempio strati di materiale depositati su wafer di silicio, e rimuove in modo
graduale e controllato sezioni ben definite, creando sul substrato oggetti
con dimensioni laterali ridotte fino a 200 nm e qualche angstrom di spessore.
Di fatto, la ricerca biomedica non si è ancora addentrata nel regime dei nanometri.
Per farlo, ora, si acquisiscono metodologie e competenze che afferiscono ad
altri ambiti, per esempio la tecnologia dei semiconduttori, settore in cui
la produzione di chip di qualche centinaio di nanometri è da vari anni consolidata
routine. Proprio nei nostri laboratori dell’Ohio State University abbiamo
acquisito queste tecniche di fabbricazione per realizzare dispositivi che
possano trovare efficace applicazione in patologie quali, ad esempio, il diabete
mellito, caratterizzato da un’insufficiente secrezione di insulina da parte
del pancreas.
Come verrà più estesamente descritto in seguito, abbiamo di recente realizzato
microcapsule di silicio in grado di indurre la sostituzione di cellule non
funzionanti con cellule sane. Nel già citato caso del diabete, ad esempio,
qualora le cellule non funzionino regolarmente, capsule contenenti cellule
sostitutive sane possono essere impiantante sotto la pelle del paziente. Il
fornire al corpo nuove cellule rappresenta un metodo molto efficace per trattare
alcune malattie, come quelle provocate da deficienza di enzimi o di ormoni.
La ricerca intrapresa in questi anni nei nostri laboratori universitari ed
in quelli dell’iMEDD, acronimo per “intelligent MicroEngineered Drug Delivery”,
un’impresa spin off nata per rendere commercialmente disponibili i prodotti
della tecnologia in questo settore, è stata essenzialmente focalizzata sull’utilizzo
della micro- e della nanotecnologia per la realizzazione di dispositivi multifunzionali
per scopi terapeutici. Come per esempio dispositivi intelligenti per il rilascio
di farmaci che, opportunamente impiantati, siano in grado di localizzarsi
nell’area interessata dalla patologia e di rilasciare la sostanza in modo
compatibile con gli stimoli esterni ed i segnali biologici.
In questo contesto, il lavoro sperimentale è principalmente rivolto alla micro-manifattura
di due classi di dispositivi:
1) membrane con nanopori;
2) organuli (particelle) multifunzionali per il rilascio di agenti terapeutici.
Per quanto riguarda la prima tipologia di sistemi, negli ultimi sette anni,
sono stati realizzate nei nostri laboratori numerose varianti di tali membrane
in silicio, in cui il comune denominatore è l’utilizzo di uno strato spaziatore,
o meglio uno strato sacrificale di silice interposto tra due strati strutturali
di silicio. Lo strato sacrificale, una volta assolta la sua funzione di “agente
templante”, può essere agevolmente eliminato attraverso un attacco chimico
(etching) selettivo, che lascia intatti gli strati in silicio. In questo modo,
la geometria dei pori riproduce in modo fedele e preciso quella dello strato
sacrificale, la cui microstruttura può essere a sua volta controllata con
precisione nanometrica. Questo tipo di tecnologia, basata sul ricorso ad uno
strato sacrificale, trae ispirazione dagli “ossidi griglia” largamente utilizzati
nella tecnologia dei microprocessori. E, in scale di tempi ben più dilatati,
si rifà alle tecniche basate sull’utilizzo della cera come stampo con cui
gli artisti dell’antica Grecia forgiavano le loro sculture. Questi nanopori
si sono subito rivelati efficaci nella separazione su scala molecolare, come
nel caso dell’estrazione di virus da fluidi biologici. La nostra applicazione
principale si basa invece sull’utilizzo di bioreattori cellulari che possano
essere impiantati per il rilascio fisiologicamente controllato di farmaci.
Le nanomebrane possono essere parimenti usate come agenti in grado di regolare
il rilascio, su scale di tempi ampi, di biofarmaci dai depositi iniettati.
Un’applicazione, quest’ultima, che si realizza grazie ad un trasporto di massa
passivo di molecole attraverso canali che hanno un diametro poco più grande
di quello delle molecole stesse. Il processo si basa sulla diffusione, ma
coinvolge anche tutta una serie di fenomeni molto più complessi ed interdipendenti,
come ad esempio l’interazione delle molecole con le pareti dei pori o con
altre molecole, fenomeno descritto come “single-file diffusion”.
D’altro canto, un trasporto di massa attivo e di tipo convettivo, come sarebbe
richiesto per un dosatore controllato a distanza o auto-regolato, è di fatto
reso praticamente impossibile dalle leggi della fisica e dalle caratteristiche
dei sistemi coinvolti: la pressione richiesta per spingere un fluido in canali
con diametri dell’ordine dei nanometri è di vari ordini di grandezza superiore
dell’effettivo carico di rottura dei materiali e delle strutture in gioco.
Considerazioni queste che evidenziano come l’ingegneria meccanica possa assumere
un ruolo di primo piano nella progettazione e nella realizzazione di nanotecnologie
biomediche ad alto contenuto di innovazione. Un approccio, quello mediato
dalla nanotecnologia, che promette di rivelarsi assai efficace anche nella
terapia genica, in cui vengono richiesti metodi sicuri per fornire geni alla
cellula umana. In teoria, molte malattie devastanti ed invasive potrebbero
essere curate inserendo frammenti di DNA per “riparare” geni mancanti o difettosi.
Nella pratica, tuttavia, inserire nuovo materiale genetico nella cellula determina
marcate e spesso letali reazioni immunitarie. Proprio il responso immunitario
rappresenta l’ostacolo maggiore nell’applicazione della terapia genica. Le
cellule sostitutive sono estranee al corpo, quindi immediatamente riconosciute
ed attaccate dal sistema immunitario dell’organismo ospite, con conseguenze
spesso devastanti. Gli strumenti della nanotecnologia consentono anche in
questo caso di aggirare l’ostacolo. Poter bloccare gli anticorpi con una barriera
artificiale impedirebbe al sistema immunitario di riconoscere le cellule trapiantate.
Per questo abbiamo fatto ancora ricorso alle capsule di silicio che inglobano
membrane con pori piccoli a sufficienza da non far entrare gli anticorpi,
ma grandi abbastanza da consentire il flusso in entrata ed in uscita delle
cellule desiderate. L’idea è tanto elegante quanto praticamente ardua: realizzare
nanopori piccoli a sufficienza da impedire l’acceso agli anticorpi significa
scendere al livello di poche unità di nanometri (pare che la dimensione degli
anticorpi sia intorno ai 18 nanometri). L’attuale fotolitografia consente
di produrre circuiti dell’ordine di qualche centinaio di nanometri. Adattando
questi metodi, siamo tuttavia riusciti a creare pori con un diametro di pochi
nanometri.
Ottimizzata la metodologia, come già menzionato, si dischiude la sua applicabilità
ad una delle più diffuse patologie, il diabete. In una delle forme della malattia,
le cellule pancreatiche che producono l’insulina non funzionano propriamente.
Una delle terapie più efficaci consisterebbe nell’impiantare copie delle “fabbriche”
di insulina, le cosiddette “isole di Langerhans”, direttamente nel corpo.
Queste potrebbero rimpiazzare le funzionalità pancreatiche difettose e riattivare
il normale processo di produzione dell’insulina.
L’impianto di cellule di altri organismi, tipicamente maiali, determina tuttavia
l’insorgenza della risposta immunitaria, rendendo necessaria la contemporanea
somministrazione di immuno-soppressori che lasciano però il paziente vulnerabile
ed esposto ad infezioni. Per evitare ciò, la nostra strategia implica invece
il ricorso a dispositivi di rilascio fabbricati con le membrane nanoporose.
In questo modo, le piccole molecole di glucosio possono liberamente diffondere
attraverso i nanopori nella capsula ed attivare la cellula, ripristinando
il controllo sulla produzione di insulina.
L’approccio funziona già in piccoli animali, ma andrà ora ulteriormente ottimizzato
e modulato per essere funzionante anche in animali più grandi come ad esempio
i cani, prima di essere esteso agli esseri umani. La nanotecnologia offre
strumenti versatili ed efficaci anche per la cura dei tumori, per la quale
sono richiesti rapidi e significativi progressi. E’ drammaticamente noto quali
e quanto devastanti ed invasivi possano essere gli effetti collaterali di
una chemioterapia. La principale controindicazione associata all’uso di farmaci
chemioterapeutici convenzionali è correlata al fatto che solo una parte relativamente
ridotta delle sostanze somministrate raggiunge le cellule tumorali, mentre
la gran parte attacca i follicoli dei capelli, il sistema immunitario, i tessuti,
inducendo così tutti gli effetti collaterali ben noti: caduta dei capelli,
nausea, debolezza. Effetti che hanno reso necessario individuare e sperimentare
un approccio più efficace e meno invasivo alla terapia.
Proprio utilizzando la versatilità delle moderne micro- e nanotecnologie,
si è giunti alla realizzazione di quelle che, pittoricamente, ma efficacemente,
sono state definite “farmacie in un chip”. Pillole che racchiudono funzionalità
diverse, ma interconnesse ed interagenti, capaci di liberare in modo controllato
la sostanza desiderata nell’organo malato.
Come un piccolo ma scaltro cavallo di Troia, assunta oralmente, la pillola
passa indisturbata ed inosservata attraverso il corpo e si insedia nell’organo
colpito, ove rilascia poi in modo controllato il farmaco anti-tumorale che
distrugge le cellule cancerogene senza determinare ulteriori e indesiderati
effetti. La sfida, tanto ardita quanto stimolante, non consiste solo nell’indurre
il rilascio del farmaco nel posto giusto, ma anche nel momento giusto.
La ricerca si focalizza quindi sul time controlled delivery, ovvero su un
rilascio controllato della sostanza, con cui si possano realizzare schemi
di rilascio più complessi determinati non solo dalla variabile “spazio”, ma
anche dall’altro fattore terapeuticamente determinante, il “tempo”. Il segreto
sta proprio nel dosare il medicinale in modo tale che la quantità rilasciata
si collochi esattamente all’interno della cosiddetta “finestra terapeutica”
(therapeutic window), al di sotto della quale non si ha alcun sensibile effetto,
al di sopra della quale invece si verifica un sovradosaggio che può avere
effetti controproducenti, talvolta deleteri. I dispositivi devono poi poter
soddisfare alcuni fondamentali requisiti che ne rendano effettivamente praticabile
l’utilizzo terapeutico, oltre alle condizioni funzionali già citate (dosaggio
del medicinale controllato sia spazialmente sia temporalmente): devono resistere
ai drastici cambiamenti di pH che si verificano in alcuni organi (si pensi
ad esempio all’ambiente fortemente acido presente nello stomaco); devono poi
essere caratterizzati da elevata resistenza meccanica e da biocompatibilità.
Sempre nel campo della lotta ai tumori, un altro progetto intrapreso nei nostri
laboratori è invece focalizzato sulla realizzazione di una microparticella
intravascolare con una dimensione laterale di meno di un micron. Iniettate
in concentrazione adeguata nel flusso sanguineo, queste microcapsule possono
muoversi nel sistema circolatorio e raggiungere infine l’obiettivo, ovvero
le cellule cancerogene.
Per rendere le microparticelle selettive, la loro superficie viene chimicamente
funzionalizzata con molecole che possiedono lock and key binding specificity
per molecole espresse dai vasi sanguinei che alimentano la massa tumorale.

Fig.3
- Biochip che può essere impiantato nel cuore da un robot computerizzato,
come dimostrano i professori Michler e Wolf, cardiochirurghi di fama mondiale
dell’OSU.
Questa poderosa combinazione di chirurgia robotica e di nanotecnologia è indirizzata
alla rivascolarizzazione del tessuto cardiaco infartuato – vale a dire alla
ripresa della funzione cardiaca susseguente ad un attacco di cuore. Solamente
la Ohio State University è attrezzata per espletare questa rivoluzionaria
innovazione.
Proprio questa selettività fornisce un rivoluzionario approccio alla terapia
dei tumori. Nel momento in cui la particella si aggancia sulle cellule che
delimitano la superficie interna di questi vasi, viene rilasciato un composto
che produce un foro sulla membrana di queste cellule. Questo determina la
morte della cellula ed il conseguente collasso dell’intero vaso sanguigno,
che determina a sua volta la morte della massa tumorale alimentata dal vaso
sanguineo stesso. Grazie alla specificità delle molecole sulla superficie
del microdispositivo, il danno apportato al tessuto sano è estremamente limitato
ed il trattamento può essere iterato più volte, se necessario.
Un approccio che, ottimizzato, consentirebbe, tra le altre cose, di alleviare
nel paziente le molte sofferenze provocate dai trattamenti tradizionali. Le
nanotecnologie servono anche a questo
Mauro
Ferrari Ph.D.
Director of the Biomedical Engineering Center
at The Ohio State University-US
Silvia
Gross
Ricercatore at Institute of Molecular Sciences and Technologies (ISTM) of
the Italian National Research Council (CNR)


Mauro Ferrari
Silvia Gross