

Per
millenni gli uomini si sono trovati di fronte al problema di come guarire
dalle malattie, avendo poche conoscenze, strumenti insufficienti e scarse
risorse.
La salute era un bene affidato più al caso, alla Provvidenza, alla situazione
che a un progetto o uno scopo.
Oggi si profila un’epoca che, in gran parte, modifica la prospettiva.
Disponiamo di conoscenze sempre più adeguate e dettagliate, di strumenti sempre
più precisi e sofisticati, ma abbiamo ancora a che fare con risorse insufficienti
per soddisfare le aspettative di salute degli uomini.
La salute si è sempre più proposta ed imposta, nelle stesse politiche sanitarie
nazionali, come uno scopo, come un progetto che coordina e coinvolge ricerche
multidirezionali e condiziona le linee stesse dello sviluppo economico. In
questo contesto storico e teorico, che riguarda prima di tutto l’Occidente,
ma che ha ricadute planetarie, merita particolare attenzione la questione
della ricerca genetica e l’incremento delle biotecnologie.
Mentre è abbastanza facile individuare ed indicare le speranze che si delineano
attorno al potenziamento della biomedicina, più complessa è la questione che
riguarda la concreta applicazione su larga scala di queste ricerche.
In particolare, tra le diverse questioni emerse nel dibattito bioetico che
ha fatto seguito al progetto genoma, si profila quella del “come gestire”
e “in base a quali criteri” l’estensione delle nostre conoscenze biologiche.
Questo problema diventa urgente nel momento in cui si annuncia come imminente
il passaggio dalla medicina diagnostica e preventiva alla medicina “predittiva”.
L’uso, ad esempio, di test genetici a carattere predittivo, riguardanti non
soltanto le fasi pre o neonatali, ma la stessa popolazione adulta, pone interrogativi
che riguardano sia il singolo, sia la collettività, che hanno tanto una valenza
etica quanto una economica e sociale.
Se è vero che attraverso dei test genetici potremo sempre meglio conoscere,
in assenza di sintomi, a quali malattie siamo predisposti, è altrettanto vero
che questa conoscenza non si presenta soltanto come utile, ma anche come potenzialmente
“dannosa”. Infatti, questa capacità di “predire” il futuro della nostra salute
potrà avvenire anche in assenza di adeguate terapie per le malattie a cui
saremmo predisposti.
Ora, di fronte a questa situazione, è evidente la ricaduta esistenziale che
può avere una simile conoscenza. Chi scoprirà di essere portato a sviluppare
una determinata patologia sarà tentato di monitorare, magari attraverso accertamenti
invasivi, il proprio stato di salute e tale situazione influirà senza dubbio
sul suo stile di vita. A livello sociale, poi, queste conoscenze potrebbero
essere usate per attuare delle discriminazioni nel campo del lavoro o delle
assicurazioni. In questo contesto sta prendendo sempre più consistenza l’appello
ad un duplice diritto: il diritto a non sapere e a non far sapere.
Questi diritti si basano sul riconoscimento dell’autonomia della persona,
che può scegliere di non essere pesantemente condizionata dall’esito di un
eventuale test genetico, e rivendica il diritto a non subire discriminazioni
sociali.
Ma, a fronte di questo diritto, esiste anche un interesse (se non proprio
un diritto) di altri (per esempio, il partner) e dell’intera collettività,
ad avere accesso a questi dati. Inoltre, nel dibattito bioetico attuale, si
è anche sottolineato il “dovere di sapere” come mezzo per evitare future sofferenze
alle nuove generazioni, specie laddove si esercita la facoltà di procreare.
Ma il richiamo a questo diritto rischia anche di aprire le porte a prassi
eugenetiche, di fatto già consolidate laddove i test diagnostici nelle fasi
prenatali conducono al cosiddetto “aborto terapeutico”.
Anche la funzione della medicina cambia, e allarga il suo spettro di azione,
inglobando una figura particolare, quella del paziente potenziale.
I rischi e i costi, umani ed economici, connessi con lo sviluppo di questa
linea di ricerca, pongono l’urgente interrogativo intorno ai criteri da usare
per guidare questa nuova “scommessa” biotecnologica.
La posta che, però, in questa scommessa sul futuro, non può essere messa in
gioco, è il pieno, integrale rispetto della condizione umana. In particolare,
il duplice rischio, della discriminazione sociale e dell’eugenetica “strisciante”,
possono essere evitati soltanto se la ricerca scientifica e la prassi medica
non recidono i loro legami vitali con la riflessione antropologica ed etica.
Non è certamente facile trovare una gerarchia di valori in grado di evidenziare
come si possa usare “bene” della medicina predittiva laddove l’unico criterio
di riferimento è la salute umana, o la cosiddetta “qualità” della vita. In
assenza di un’articolata riflessione che ricollochi la questione della salute
umana all’interno di altri valori che riguardano l’uomo e la sua esistenza,
è difficile evitare una deriva riduzionista.
Il quadro del futuro della medicina predittiva è, inoltre, reso problematico
dall’ipotesi epistemologica che la governa. Il nesso tra fattori genetici
e possibile insorgenza della malattia è un nesso che non può essere accertato
solo su basi empiriche, ma dipende molto dalle teorie di base della genetica
stessa.
Detto in altri termini, e nel modo più semplice e sintetico possibile, il
grado di attendibilità di un test predittivo dipende anche dal valore dell’ipotesi
teorica del determinismo genetico, che incontra diverse obiezioni teoriche.
Di fatto, oggi sono possibili test che hanno un alto grado di attendibilità
per alcune malattie, ma è tutto da dimostrare che ciò che vale in alcuni casi
possa valere per l’intera gamma delle malattie umane.
Se, in linea generale, vale sempre il monito ad evitare la polarizzazione
tra demonizzazione ed enfatizzazione delle ricerche innovative, non bisogna
però trascurare che da questa polarità si esce soltanto accedendo ad una visione
più composita della condizione umana, e dei compiti che la medicina deve e
può proporsi in ordine alla salute dell’uomo.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica Università Cattolica di Milano


Non
è
certamente facile
trovare
una gerarchia
di valori
in grado di
evidenziare come si possa usare “bene”
della medicina predittiva laddove
l’unico criterio
di riferimento
è
la salute
umana,
o la cosiddetta
“qualità”
della vita.