È
dalla metà degli anni Ottanta che Mirella Gerosa vive la
scena dell’arte italiana, ovvero della scultura italiana,
perché è in questo ambito che lavora esercitando
una scelta di tecniche e di contenuti fortemente legati al nostro
tempo. Che vuol dire per lei aver prestato attenzione all’immagine,
come d’altronde è avvenuto portando il suo interesse
per la scultura figurativa, la stessa che ebbe un forte richiamo
strumentale e operativo subito dopo la seconda guerra mondiale.
Scultura figurativa allora volle dire e significare attenzione
ai valori tradizionali, gli stessi che ancora oggi hanno resistenza
in taluni artisti figurali con il riuso anche di materiali tradizionali
e spingendosi anche in una investigazione realistica di profonda
tensione espressiva. L’uso che la Gerosa ha fatto della
terracotta ha campionato una forma plasmata in una materia forse
anche caduca, ma carica originariamente d’una spiritualità
che trapassa e sopravvive quattrocescamente il suo immaginario.
Madri e maternità, figliolanze e attualità storica
dell’uomo colto nel suo viaggio esistenziale, sono i punti
di fondo d’una poetica e di un contenuto che cavalca la
mutevolezza delle esperienze e delle ricerche che pure avverranno
in un secondo momento.

“Il chitarrista”, “pudore”, “il
pianista”, “donne e luna”, “donna gestante”,
sono alcune delle opere che caratterizzano nel trepido modellato
il passar della luce come una commozione fuggente e profondamente
umana da fissare nella materia. Talune di queste opere appartengono
già a collezioni pubbliche e private (collezione Civico
Museo di Poggiardo, Civico Museo di Martano, ecc.), altre sono
veicolate in mostre nazionali e internazionali e lasciano leggere
il suo approfondito interesse per maestri che sicuramente hanno
influito sul suo lavoro, vale a dire Somajni e Minguzzi.

Spesse volte la terracotta è anche colorata quasi a colmare
quei limiti formali fra pittura e scultura. Nel bronzo la ricerca
è più viva, spazio intorno al simbolo, l’immagine
viene ad essere liberata, portando il nucleo verso traspirazioni,
confinamenti, rifrazioni, e ancor più profili secchi e
taglianti dove la costruzione si inarca in una superficie immaginativa.

Mirella Gerosa lavora il bronzo e la terracotta, e si porta
anche in singolari ricerche sul gioiello d’artista, che
aggiungono oltre a un repertorio iconologico artigianale, anche
lo sviluppo onnivoro della materia. Non meno belli i suoi disegni,
perché i disegni di una scultrice sono di gran lunga diversi
dai disegni di un pittore; essi posseggono l’ineffabile
passaggio di coscienza e di fantasia e nuovissime dimensioni di
realismo naturalistico e informale.

Mirella Gerosa è riuscita a dare del suo lavoro un’impressione
non comune, legata da una parte al suo tempo e carica inoltre
sia di emozionalità che traspira dal suo modellato che
dall’esperienza con cui lavora i materiali diversi. Avrà
modo di portare avanti un discorso ancora robusto e ancora dinamico,
seminando prove di un nuovo racconto neofigurale, dove gestualità
e architettura rendano la potenzialità poetica integra
e ricca di sollecitazioni.
Carlo Franza