Mirella Gerosa

 Carlo Franza

È dalla metà degli anni Ottanta che Mirella Gerosa vive la scena dell’arte italiana, ovvero della scultura italiana, perché è in questo ambito che lavora esercitando una scelta di tecniche e di contenuti fortemente legati al nostro tempo. Che vuol dire per lei aver prestato attenzione all’immagine, come d’altronde è avvenuto portando il suo interesse per la scultura figurativa, la stessa che ebbe un forte richiamo strumentale e operativo subito dopo la seconda guerra mondiale. Scultura figurativa allora volle dire e significare attenzione ai valori tradizionali, gli stessi che ancora oggi hanno resistenza in taluni artisti figurali con il riuso anche di materiali tradizionali e spingendosi anche in una investigazione realistica di profonda tensione espressiva. L’uso che la Gerosa ha fatto della terracotta ha campionato una forma plasmata in una materia forse anche caduca, ma carica originariamente d’una spiritualità che trapassa e sopravvive quattrocescamente il suo immaginario.
Madri e maternità, figliolanze e attualità storica dell’uomo colto nel suo viaggio esistenziale, sono i punti di fondo d’una poetica e di un contenuto che cavalca la mutevolezza delle esperienze e delle ricerche che pure avverranno in un secondo momento.

“Il chitarrista”, “pudore”, “il pianista”, “donne e luna”, “donna gestante”, sono alcune delle opere che caratterizzano nel trepido modellato il passar della luce come una commozione fuggente e profondamente umana da fissare nella materia. Talune di queste opere appartengono già a collezioni pubbliche e private (collezione Civico Museo di Poggiardo, Civico Museo di Martano, ecc.), altre sono veicolate in mostre nazionali e internazionali e lasciano leggere il suo approfondito interesse per maestri che sicuramente hanno influito sul suo lavoro, vale a dire Somajni e Minguzzi.

Spesse volte la terracotta è anche colorata quasi a colmare quei limiti formali fra pittura e scultura. Nel bronzo la ricerca è più viva, spazio intorno al simbolo, l’immagine viene ad essere liberata, portando il nucleo verso traspirazioni, confinamenti, rifrazioni, e ancor più profili secchi e taglianti dove la costruzione si inarca in una superficie immaginativa.

Mirella Gerosa lavora il bronzo e la terracotta, e si porta anche in singolari ricerche sul gioiello d’artista, che aggiungono oltre a un repertorio iconologico artigianale, anche lo sviluppo onnivoro della materia. Non meno belli i suoi disegni, perché i disegni di una scultrice sono di gran lunga diversi dai disegni di un pittore; essi posseggono l’ineffabile passaggio di coscienza e di fantasia e nuovissime dimensioni di realismo naturalistico e informale.

Mirella Gerosa è riuscita a dare del suo lavoro un’impressione non comune, legata da una parte al suo tempo e carica inoltre sia di emozionalità che traspira dal suo modellato che dall’esperienza con cui lavora i materiali diversi. Avrà modo di portare avanti un discorso ancora robusto e ancora dinamico, seminando prove di un nuovo racconto neofigurale, dove gestualità e architettura rendano la potenzialità poetica integra e ricca di sollecitazioni.

Carlo Franza