Alberto Giacometti

 Carlo Franza

Il MAR ovvero Museo d’Arte della Città di Ravenna ha organizzato in collaborazione con la Fondazione Maeght di Saint-Paul de Vence e La Fondazione Mazzotta di Milano una grande mostra dedicata ad Alberto Giacometti. Il progetto espositivo mette in scena, fino al 20 febbraio, il lavoro di un protagonista assoluto della scultura contemporanea, straordinario pittore, fine disegnatore e incisore di rara sensibilità. Questa, per la verità è la più vasta mostra realizzata in Italia sull’artista svizzero, con prestiti di opere eccellenti che provengono da collezioni private, ed anche dalla Fondazione Maeght, dalla Kunsthaus di Zurigo ed altri musei del mondo. Oltre cento opere messe insieme per ricostruire il percorso di una personalità artistica che ha suscitato l’interesse di filosofi, scrittori come Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Samuel Beckett.

    

La genialità del suo lavoro si legge già nel dipinto “Portrait de jeunne fille” del 1921, in epoca giovanile, vera testimonianza dell’apprendistato. L’interesse per l’arte africana e gli studi all’Accademia di Parigi si leggono già nella prima scultura monumentale dal titolo “Femme cuillere” del 1926. La Parigi degli anni Venti la fa trovare coinvolto nella frequentazione di intellettuali, ad iniziare dai surrealisti, tanto che inizia a lavorare a stretto contatto con André Breton e Salvador Dalì. Di questo periodo abbiamo l’opera “Objet invisible”. Poi la rottura completa con il movimento surrealista che lo porta a intraprendere una strada tutta sua, personalissima, ed annullando persino ogni traccia accademica.
Nel ritratto inizia a fondo tutta la sua ricerca, è lì che misura tutta la sua lotta interiore e il confronto con la realtà. Una realtà che era stata osservata sin da bambino, un confronto con la natura e con le cose, l’osservazione di alberi e pietre: ecco “La Foret” del 1950 e “Etudes de pommes” del 1956. Nel decennio che va dalla rottura con i surrealisti e in cui c’è anche la morte del padre, Giacometti vive il suo isolamento storico, e realizza sculture che nascono da un’introspezione profonda, da riflessioni sulla morte; figure che diventano esilissime quasi a divenire filiformi. Forme allungate che si concretizzano nel lavoro del “Group de trois hommes” del 1943-49.

                    

Giacometti vive in pieno il dramma della condizione umana. Negli olii come nei disegni, questa ricerca si fa più pressante, e quando ritrae moglie, fratello e se stesso, si porta a distruggere quanto prima costruisce. Solo poche opere si salvano dalla foga. Nel ritratto trova il cuore del mondo – vedi Diego del 1949 e Annette del 1956 –; esso si riduce a un mare di colore e di segno, fino a leggervi un groviglio di curve, cerchi, virgole, che contengono proprio la forma del corpo. Angoscia e tormento, quella filosofia esistenzialista che ha trovato nucleo fondante in Sartre, si leggono nelle opere degli anni dopo il 1950, che è poi tra i periodi, quello più fruttuoso; le opere paiono quasi immateriali come la serie della “Femme de Venise” realizzata per la Biennale del 1956 o “Homme qui marche I” del 1960.
Nella mostra si possono anche ammirare le litografie del libro “Paris sans fin”, occasionato della collaborazione tra l’artista e l’editore Tériade che nel 1959 decidono di realizzare un libro su Parigi.
D’altronde è a Parigi che si svolge quasi per intero la vita dell’artista Alberto Giacometti, così che egli può descrivere luoghi e persone care, declinando una sorta di diario personale che unitamente alla litografia risponde all’esigenza di un “…mezzo per fare in fretta, impossibile tornare sul già fatto, lavorare di gomma, ricominciare tutto di nuovo”, che sarà portato a termine solo nel 1969, dopo la sua morte.
Nel percorso espositivo ci sono anche una cinquantina di ritratti fotografici dell’artista, scattati da Ernst Scheidegger nel corso della loro lunga amicizia. Non manca anche l’intervista dello stesso per la televisione svizzera realizzata nel 1963 dal titolo “Alberto Giacometti: “sono uno scultore mancato”.
Dalla mostra se ne esce con la convinzione di aver visionato un mostro dell’arte internazionale, che in pittura e in scultura ha avuto modo di segnare l’uomo, di ritrarlo anche se non gli è mai riuscito di imprimere a un ritratto “tutta la forza che esiste su una faccia”.

Carlo Franza