La scomparsa di Arafat da un lato, la decisione di Sharon di
ritirarsi unilateralmente da Gaza dall’altro, hanno acceso
le speranze che il 2005 possa diventare l’anno della pace
in Medio Oriente. Tutti i governanti del mondo hanno promesso
di impegnarsi a fondo per risolvere finalmente questo problema,
che si trascina da quasi sessant’anni e ha provocato molte
migliaia di morti da entrambe le parti. Tra alti e bassi, tra
momenti promettenti ed altri assai meno, le prime settimane dell’anno
hanno confermato che una finestra per la ripresa delle trattative
si è effettivamente aperta, e che un ritorno alla cosiddetta
road map, che dovrebbe portare alla nascita di uno Stato palestinese
entro il 2006, è effettivamente possibile. Ma prima di
abbandonarsi a un ottimismo di maniera, conviene ricordare che
appena quattro anni fa, a fine 2000, i palestinesi rifiutarono
condizioni che, dopo la sanguinosa seconda Intifada, Israele non
è più disposta ad offrire. In realtà, siamo
tornati indietro a prima degli accordi di Oslo, rivelatisi futili
anche se sono valsi premi Nobel per la pace a Rabin, Peres ed
Arafat, e le questioni che finora sono risultate intrattabili
rimangono sostanzialmente tali. Per capire quali siano le reali
possibilità di un accordo, è opportuno esaminarle
una per una.Solidità
dei due governi. Il palestinese Abu Mazen è stato eletto
con il 67% dei voti, ma contro la volontà dei gruppi estremisti
di Hamas, della Jihad islamica e del Fronte Popolare per la liberazione
della Palestina, che lo hanno bollato come traditore. Fino a quando
avrà il sostegno del F atah, il maggiore partito della
galassia palestinese, non corre il rischio di essere rovesciato
democraticamente, neppure quando a luglio, alle elezioni presidenziali,
seguiranno quelle legislative. In compenso, corre il rischio di
essere assassinato in qualsiasi momento, soprattutto se, una volta
avviato il negoziato con Israele, dovesse fare delle concessioni
che non garbano al “nucleo duro” della resistenza.
Nel Medio Oriente, c’è chi valuta le probabilità
di Abu Mazen di sopravvivere fino alla conclusione del processo
di pace a non più del 50%.
Sul fronte israeliano, la situazione non è molto migliore.
Per fare approvare dalla Knesset il suo piano di ritiro unilaterale
da Gaza e lo sgombero dei suoi 8.000 coloni ebrei, l’ex
falco Sharon ha dovuto rinunciare al sostegno di metà del
suo partito e formare un nuovo governo di unità nazionale
con il partito laburista, che ha ottenuto la fiducia solo grazie
all’astensione di due deputati arabi. La destra nazionalista
e religiosa gli ha dichiarato guerra, i coloni che rischiano di
perdere tra pochi mesi le loro case stanno mobilitando l’opinione
pubblica contro di lui e un certo numero di ufficiali ha già
dichiarato che si rifiuteranno di effettuare lo sgombero con la
forza. Per adesso, la maggioranza degli israeliani è con
lui, ma questo orientamento potrebbe cambiare se Hamas continuasse
a usare la striscia di Gaza come base per attacchi terroristici
contro il territorio dello Stato ebraico. L’anno venturo
ci saranno le elezioni e se la strada prescelta da Sharon non
dovesse portare da nessuna parte, c’è il rischio
che egli venga esautorato a favore di qualcuno (Benjamin Netaniahu?)
che non ha nessuna intenzione di cedere alle pressioni internazionali
e preferisce la continuazione dello scontro a una pace a condizioni
sfavorevoli.
Lotta al terrorismo. La condizione sine qua non posta da Israele
per un ritorno alla road map è la fine degli attacchi terroristici
contro i suoi cittadini. Per questo chiede ad Abu Mazen non solo
una tregua negoziata con le organizzazioni estremiste, che intendono
continuare la lotta, ma il loro completo smantellamento: egli
dovrebbe, cioè, disarmarle, confiscare i loro depositi
di armi, distruggere le fabbrichette di missili Qassam, arrestare
chi persiste negli attacchi. Almeno per ora, il nuovo presidente
non ha tuttavia la forza per disarmare i terroristi, radicati
soprattutto a Gaza e nei campi profughi; e se tentasse di farlo
rischierebbe in primo luogo di perdere credibilità presso
la popolazione, e poi di scatenare addirittura una guerra civile.
La buona volontà non gli manca, anche perché sa
che, se non facesse ogni sforzo in questa direzione, finirebbe
con il perdere il forte sostegno internazionale di cui gode attualmente.
Lo spiegamento della polizia palestinese lungo il confine tra
Gaza e Israele, con l’ordine di fermare gli attacchi, è
stata una prima prova che fa sul serio. Tuttavia, egli preferisce
chiaramente il confronto allo scontro, nella speranza, non si
sa quanto fondata, di riuscire ad arrivare a una soluzione politica,
con il rientro di Hamas nella legalità e la sua partecipazione
alla vita politica. Qualche incerto segno di resipiscenza da parte
dell’organizzazione islamica c’è già
stato, ma ci vuole ben altro per convincere Sharon.
Il problema è che tra i palestinesi, e soprattutto tra
i giovani, c’è un buon venti per cento che rifiuta
la trattativa con Israele, è fermo alla vecchia idea che
bisogna continuare la lotta fino alla distruzione della “entità
sionista” e sta allevando nuovi shahid, nuovi martiri, da
usare come bombe umane contro gli ebrei. Questi irriducibili hanno
perso il sostegno di Saddam Hussein, che offriva 10.000 dollari
a ogni famiglia di kamikaze, ma continuano ad avere quello dell’Iran,
della Siria e sia pure in sordina, quello di Al Qaeda. Inoltre,
al confine settentrionale con il Libano resta la minaccia dell’hezbollah,
la organizzazione sciita finanziata da Teheran che non solo fa
periodicamente piovere granate sulla Galilea, ma rifornisce anche
i terroristi palestinesi di armi ed esplosivi.
Un test cruciale della capacità di Abu Mazen di fermare
il terrorismo verrà a giugno, quando comincerà lo
sgombero dei coloni da Gaza. Israele chiede che questo avvenga
nel massimo ordine, senza attacchi dei palestinesi. Se avvenisse
il contrario, l’intero processo oggi avviato potrebbe tornare
alla casella zero.
Confini del nuovo Stato palestinese. Sharon ha accettato il principio
dei “due Stati che vivono fianco a fianco entro confini
certi e sicuri”, ma ha idee molto diverse dai palestinesi
su quali debbano essere questi confini. Per adesso, si è
impegnato solo a sgomberare Gaza e alcuni insediamenti illegali
in Cisgiordania e probabilmente è pronto a andarsene da
altri, ma non ha alcuna intenzione di ritirarsi entro le frontiere
del ’67, come pretendeva Arafat e pretende tuttora Abu Mazen.
Nei 38 anni trascorsi da quando ha strappato Giudea e Samaria
alla Giordania, Israele ha costruito, soprattutto intorno a Gerusalemme,
città e villaggi che contano oggi più di 200.000
abitanti, molti dei quali di recente immigrazione, che vi hanno
investito il proprio futuro. Nessuno, né a destra, né
a sinistra, è disposto ad abbandonare questi grandi insediamenti,
tant’è vero che la barriera difensiva costruita negli
ultimi tempi per difendersi dagli attacchi suicidi li ingloba.
Al
massimo, lo Stato ebraico potrebbe offrire in cambio un pezzo
del Negev, o una fetta del suo territorio adiacente alla vecchia
“linea verde” dove gli arabi sono in grande maggioranza
(ma, un po’ paradossalmente, questi si rifiutano di rinunciare
alla cittadinanza israeliana e ai molti vantaggi che vi sono connessi).
Per effettuare una simile operazione, ci vorrebbe tuttavia una
dose di buona volontà da parte dei palestinesi che non
si intravede neppure nei discorsi più concilianti del nuovo
presidente. La famosa risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza,
cui i palestinesi, spalleggiati da tutto il mondo arabo, si attaccano
per reclamare un ritorno allo status quo ante, non è di
molto aiuto: a seconda della lingua del verbale, essa prescrive
infatti il ritiro israeliano “dai territori” o “da
territori” conquistati nella guerra dei Sei giorni. Due
cose, evidentemente, molto diverse.
Status di Gerusalemme. Questa antica città ha la disgrazia
di essere sacra a tre religioni, l’ebraica, la cristiana
e l’islamica. Se, dopo la fine delle Crociate, i cristiani
non ne hanno più rivendicato il possesso (ma lo hanno effettivamente
esercitato tra il 1918, caduta dell’impero ottomano, e il
1947, fine del mandato britannico sulla Palestina), ebrei e musulmani
non intendono rinunciarvi a nessun costo. Tra il 1947 e il 1967,
la città fu divisa in due: la parte occidentale faceva
parte di Israele, quella orientale (compreso il Muro del Pianto,
il luogo più venerato dagli ebrei) della Giordania. Con
la guerra dei Sei giorni, è passata interamente sotto il
controllo di Israele, che ne ha fatta la sua capitale e vi ha
insediato Parlamento e governo. Il resto del mondo non ha mai
riconosciuto formalmente questo stato di fatto, tant’è
vero che la stragrande maggioranza delle ambasciate straniere
(compresa quella statunitense) si trovano ancora a Tel Aviv. Ma
se, per la comunità internazionale, il problema è
di relativa importanza, palestinesi ed arabi ne fanno una questione
di vita o di morte. Vogliono, ad ogni costo, che Gerusalemme est
diventi la capitale del nuovo Stato, e lo stesso moderato Abu
Mazen ha parlato, nel corso della campagna elettorale di “riconquista”
della città, che ospita due delle moschee più importanti
dell’Islam ed ha un altissimo valore simbolico. Che i palestinesi
ci rinuncino è impossibile, che gli israeliani accettino
una nuova spartizione della città, quasi una riedizione
della Berlino pre-1989, è estremamente improbabile. Allo
studio ci sono varie formule di internazionalizzazione o di sovranità
condivisa, ma nessuna appare accettabile ad entrambe le parti.
Diritto al ritorno dei profughi del ’48. E’ lo scoglio
su cui si sono incagliati gli accordi di Camp David, o –
secondo altri - il pretesto cui si è aggrappato Arafat
quando decise di voltare le spalle alla pace, lanciare la seconda
Intifada e tentare di logorare Israele con uno stillicidio di
attentati. Tra le principali rivendicazioni dei palestinesi c’è
sempre stata quella di dare a coloro che 57 anni fa abbandonarono
– di loro spontanea volontà o sotto costrizione -
lo Stato d’Israele e ai loro discendenti la possibilità
di tornare alle proprie case. Proprio per evitare che quest’arma
si spuntasse con il passare degli anni, gli altri Stati arabi
si sono sempre rifiutati di assorbire questi profughi, che infatti
continuano a vivere – mantenuti dall’ONU a un costo
non indifferente – in campi sparsi tra la Giordania, il
Libano, la Siria e la stessa Cisgiordania oggi sotto controllo
israeliano.
Nell’ultimo libro di Fiamma Nirenstein, “Gli antisemiti
progressisti”, c’è una descrizione molto efficace
di come il campo di Deheisheh è diventato una specie di
incubatrice di terroristi, un fortilizio di gente che, anche se
ne avesse la possibilità, non si muoverebbe mai, perché
conta un giorno di tornare a città e villaggi che la stragrande
maggioranza non ha in realtà mai visto. Nessuno sa bene
quanti siano in totale questi rifugiati, o meglio figli, nipoti
e pronipoti di rifugiati, ma l‘Organizzazione per la liberazione
della Palestina parla (contando presumibilmente anche quanti si
sono rifatti una vita in giro per il mondo) di sei milioni di
persone. I problemi che questa pretesa solleva sono molteplici
ed estremamente complessi. Israele è nato come Stato ebraico,
patria e rifugio per gli ebrei di tutto il mondo dopo la tragedia
dell’Olocausto, e tale intende rimanere nei secoli dei secoli:
ma se fosse costretto a riprendersi un elevato numero di arabi,
che per giunta hanno un tasso di natalità molto superiore,
ne sarebbe presto sommerso e il sogno sionista finirebbe in tragedia.
Il principio stesso del diritto al ritorno risulta perciò
inaccettabile a tutti i partiti israeliani, senza eccezione, perché
si tratta di una questione di sopravvivenza. Ma anche senza questa
pregiudiziale, il ritorno di sei milioni, o anche solo di seicentomila
profughi sarebbe materialmente impossibile. Anzitutto Israele,
che ha ormai 7 milioni di abitanti su un territorio in parte desertico
più piccolo della Lombardia, non è né fisicamente,
né economicamente, in grado di assorbire tanti nuovi immigranti
(che arriverebbero, oltre tutto, senza nulla e con sentimenti
ostili). In secondo luogo, nella maggior parte dei casi le abitazioni
e gli stessi villaggi cui i profughi vorrebbero tornare non esistono
più, sostituiti da nuovi insediamenti, da fabbriche e da
moderne coltivazioni.
Nessuno ne parla volentieri, ma il riconoscimento del diritto
al ritorno solleverebbe anche un delicato problema internazionale:
perché concederlo ai palestinesi, che sono usciti sconfitti
dalla guerra lanciata contro Israele fin dal 1947, e negarlo ai
350.000 giuliano-dalmati cacciati da Tito dalle province orientali
dell’Italia, o ai 15 milioni di tedeschi espulsi nel ’45
da Pomerania, Slesia, Prussia Orientale e Sudeti? Rapporti
tra i due popoli. Il lunghissimo conflitto ha purtroppo lasciato
dietro di sé una catena di rancori che sarà impossibile
cancellare con un colpo di spugna. Qui la responsabilità
è non solo dei palestinesi, ma dell’intero mondo
arabo, che da più di mezzo secolo demonizzano Israele,
indulgono al più bieco antisemitismo e predicano odio e
distruzione. Lo Statuto dell’OLP aveva come obiettivo la
eliminazione dello Stato d’Israele, e anche dopo gli accordi
di Oslo il contenuto dei libri di testo e il tono dei media palestinesi
non sono cambiati. Nelle carte geografiche che circolano a Gaza
e in Cisgiordania lo Stato d’Israele continua a non esistere.
I tremila morti e le decine di migliaia di feriti della seconda
Intifada, che hanno portato il lutto in tante famiglie da una
parte e dall’altra, hanno reso il fossato che divide i due
popoli ancora più profondo, tant’è vero che
la barriera difensiva costruita da Sharon intorno alla Cisgiordania
è stata accolta con favore anche da quegli israeliani che
hanno sempre creduto nella pace. Se, oggi, esiste da entrambe
le parti una maggioranza favorevole a un accordo, è più
per la stanchezza ingenerata dalla guerra e per le preoccupazioni
di una crisi economica irreversibile che per un ritorno di fiducia.
Ma senza creare gradualmente un rapporto diverso tra i due popoli,
sarà difficile arrivare in fondo alla road map.
Detto tutto ciò, rimane il fatto che la porta sbattuta
da Arafat nel 2004, infliggendo un colpo terribile alla causa
del suo popolo, è di nuovo socchiusa. Ma potrebbe essere
l’ultima occasione. Se i protagonisti non sapranno cogliere
questa occasione, per il Medio Oriente tornerebbe a farsi buio.