Gli tsunami evolvono attraverso tre momenti diversi:
si formano quando una forza perturba la colonna d’acqua;
si propagano dalla sorgente dello tsunami dove le acque sono profonde
ad aree costiere dove lo sono di meno e, infine, inondano la terraferma.
L’avvertimento era giunto il 23 dicembre. Un terremoto
violentissimo si era scatenato a nord delle Isole Macquarie (in
prossimità dell’Australia). L’energia sviluppata
era pari all’8,5° della Scala Richter, uno dei più
forti che si ricordi in quell’angolo del Pianeta. Ma poiché
i geologi erano concordi che un forte sisma non ne causa altri
(se non scosse d’assestamento), nessuno aveva ipotizzato
che di lì a poco lungo la stessa frattura (anche se a distanza
di oltre 2000 km) che divide due placche in cui è suddivisa
la crosta terrestre si sarebbe potuto sviluppare il più
violento sisma della storia degli ultimi 40 anni. Ma così
è avvenuto il 26 dicembre, quando in Italia erano l’1
e 58. Per avere un’idea della violenza del sisma è
necessario riflettere su alcuni dati. L’energia sviluppata
equivale all’esplosione di 23 mila bombe atomiche simili
a quella scoppiata su Hiroshima, la Terra si è spostata
di 3 cm rispetto all’asse terrestre, una gran parte della
barriera corallina del mare delle Andamane è stata danneggiata
(anche se sembra meno di quanto ipotizzato in un primo momento)
e la durata del giorno si è ridotta di 3 milionesimi di
secondo. Non c’è comunque da preoccuparsi per tutto
ciò, perché sono fenomeni che non influenzano più
di tanto il clima e il pianeta stesso.
Ma quel terremoto, oltre ad essere stato così violento,
aveva la caratteristica di essere avvenuto in mare. Il fondo in
alcuni punti si era alzato di 5 metri in altri si era abbassato
di 2,5 m e questo ha causato lo tsunami, una parola giapponese
universalmente utilizzata anche dai ricercatori che significa
“onda del porto”. L’onda infatti, può
essere invisibile in mare aperto, in quanto può non essere
più alta di mezzo metro, ma raggiungere i 30 metri quando
si abbatte sulle coste. La domanda che tutti si sono fatti è:
si poteva evitare il dramma che ne è conseguito? La risposta
è unanime: si. Basta un esempio. Nel villaggio di pescatori
di Nallavadu (Tamil Nadu), nell’est dell’India, anni
fa venne installato un piccolo centro per telecomunicazioni, collegato
via Internet al Swaminathan Research Centre che si trova a Chennai.
Lo scopo principale del centro era quello di informare i pescatori
sulle possibili tempeste che spesso si formano sul Golfo del Bengala.
Ma il 26 dicembre quel centro ha permesso di salvare migliaia
di persone. Il figlio di uno dei pescatori si trovava a Singapore
e per caso sentì alla televisione del terremoto che aveva
interessato l’Indonesia. Colpito dalla notizia che gigantesche
onde si sarebbero potute abbattere anche in India per lo tsunami
che si sarebbe potuto formare, telefonò a sua sorella a
Nallavadu, l’avvisò di quanto udito e la mandò
subito al centro meteorologico. Utilizzando il sistema di allerta
utilizzato per avvisare la popolazione dell’arrivo di uragani,
500 famiglie vennero avvisate di portarsi immediatamente verso
l’interno del Paese. Arrivò lo tsunami: furono distrutte
150 case e 200 pescherecci affondarono, ma nessuno dei 3.500 abitanti
del villaggio perse la vita. Dunque non sono necessarie tecnologie
d’avanguardia o meglio queste sono indispensabili, ma possono
essere messe a disposizione da Paesi avanzati tecnologicamente,
come in effetti hanno fatto per mettere in uno stato di controllo
totale e continuo l’Oceano Pacifico. Per i Paesi più
poveri è necessaria un’educazione sul fenomeno, conoscere
il mare come si impara a non attraversare una strada quando arriva
un’automobile.

Indipendentemente dalla loro origine, gli tsunami evolvono attraverso
tre momenti diversi: si formano quando una forza perturba la colonna
d’acqua; si propagano dalla sorgente dello tsunami dove
le acque sono profonde ad aree costiere dove lo sono di meno e,
infine, inondano la terraferma. La generazione è il processo
attraverso cui un disturbo del fondo del mare, come può
causarlo un terremoto, altera la superficie marina in modo improvviso
cosi da originare lo tsunami. Chi elabora un modello di un possibile
tsunami parte dal presupposto che il movimento della superficie
marina sia omogeneo, ma nella realtà non è così.
La morfologia dei fondali oceanici, infatti, si riflette in modo
importante sulla superficie del mare e di conseguenza sulla formazione
delle onde. A causa di questa discrepanza tra la realtà
e le simulazioni spesso si ha una visione errata sulla direzione,
sull’intensità e sull’energia che le onde trasportano,
con sovrastime o sottostime anche di un fattore dieci.
Ciò può far sì che si allerti inutilmente
la popolazione per l’arrivo di uno tsunami che invece non
si produce oppure che, al contrario, non si lanci l’allarme
quando in realtà è necessario.
La propagazione è il momento meno complesso da studiare
e di cui creare un modello: Gli tsunami infatti, sono treni di
onde che si propagano come tutte le altre onde e dunque è
semplice prevederne il cammino.

Quando lo tsunami arriva in prossimità di una costa si
ha l’inondazione della terraferma che può avvenire
come un frangente, un muraglione d’acqua o una improvvisa
marea, tre situazioni che sono tutte e tre comparse con lo tsunami
asiatico. Questa fase è certamente la più difficile
da simulare attraverso un modello al computer per la complessità
d’interazione tra il mare e la costa. All’avvicinarsi
della terraferma, infatti, i fronti dell’onda dello tsunami
tendono ad allinearsi parallelamente alla linea di riva: in tal
modo avvolgono il promontorio o la costa prima di investirli con
un’energia altamente concentrata. Ogni singola onda che
arriva rallenta, frenata dalla profondità decrescente dell’acqua.
In tal modo la distanza tra le onde successive diminuisce e così
si accavallano tra di loro. A ciò si aggiunge il fenomeno
della rifrazione, per cui le onde vengono deviate dalle asperità
del fondo, dai promontori e dalle insenature della linea di costa.
In tal modo in alcune aree sì ha una notevole concentrazione
di energia in volumi d’acqua minore. Di conseguenza si formano
onde più alte e correnti più veloci. Questo fa si
che sia possibile che a distanza di poche centinaia di metri o
chilometri le onde da tsunami abbiano una forza distruttiva molto
diversa.
In ogni caso uno tsunami non è mai composto da una singola
onda, ma da una serie di onde e la prima non è necessariamente
la più violenta.
L’altezza delle onde può raggiungere decine di metri,
anche se bastano due o tre metri per causare gravi danni. Le testimonianze
raccontano che lo tsunami dell’Oceano Indiano ha prodotto
onde alte sino a 9 m e la penetrazione dell’acqua verso
la terraferma ha raggiunto anche i 7 chilometri. E fino a tale
distanza è riuscito a trasportare anche imbarcazioni di
grosse dimensioni.

Nella maggior parte dei terremoti che si verificano in mare
dove si scontrano 2 zolle si ha un sollevamento del fondo oceanico
verso il mare aperto e un abbassamento della terra emersa lungo
la costa. Questo tipo di dislocazione fa si che verso il mare
le onde si propaghino procedute dalla cresta, mentre verso terra
sono precedute dal cavo. Per questo motivo prima dell’arrivo
dello tsunami sulle coste di Sumatra e della Tailandia si è
visto il mare ritirarsi. L’onda, infatti, si è presentata
con la parte più bassa vicino alla terraferma, un fenomeno
che non è stato interpretato correttamente dalla gente
che, non sapendo cosa stesse succedendo, in alcuni casi ne ha
approfittato per raccogliere conchiglie, ignorando che si stava
avvicinando la cresta dell’onda che poi li avrebbe travolti.
Che gli oceani siano tutti a rischio tsunami è oggi noto
e ben chiaro, ma il Mediterraneo e di conseguenza l’Italia
ne è immune? No. Uno tsunami infatti, potrebbe colpire
Calabria, Campania e Sicilia. L’ allarme arriva dal “Progetto
Tirreno” del Cnr, una serie di ricerche che hanno studiato
il più grande vulcano sottomarino d’Europa, il Marsili.
Si innalza per 3.000 metri dal fondo del Tirreno meridionale,
a metà strada tra Salerno e Cefalù, arrivando fino
a -500 metri dalla superficie. Il Marsili è lungo 65 chilometri
e largo 40. Spiega Michael Marani, responsabile del progetto:
“Sui fianchi del Marsili vi sono numerosi apparati vulcanici
satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il
cratere dell’ isola di Vulcano.

Su alcuni di essi sono state identificate le tracce di enormi
collassi di materiale, che, se dovessero muoversi di nuovo potrebbero
provocare maremoti estremamente pericolosi per le regioni costiere,
in particolare le Eolie, Calabria e Campania”. Vi è
poi un altro vulcano che potrebbe causare tsunami di non poco
conto se dovesse tornare ad eruttare. Lo spiega Domenico Macaluso
della Soprintendenza ai beni culturali di Agrigento, subacqueo
e ricercatore indipendente: “Il “Banco senza nome”,
così è stato chiamato questo vulcano è ancora
sconosciuto dalla scienza perché non è mai stato
studiato seriamente. Eppure lo scorso 5 marzo ha prodotto un sisma
del 3,2° Richter che ha prodotto un piccolissimo maremoto
che ha fatto spiaggiare sulle coste della Sicilia tonnellate di
pomice. Il vulcano parte da 500 m di profondità per arrivare
a 47 m dalla superficie”. Proprio perchè poco noto,
sottolinea Macaluso, il vulcano deve essere studiato più
di altri perché se dovesse attivarsi si potrebbero avere
maremoti di intensità oggi imprevedibile.
Luigi Bignami