Mozambico: in silenzio per il cambiamento

 Andrea Malnati

Maputo non sembra affatto la capitale di un paese uscito poco più di dieci anni fa da una devastante guerra civile: è una città vivibile e tranquilla, una delle capitali africane con meno criminalità, certamente più sicura della vicina Johanesburg. La sua urbanizzazione rappresenta un curioso e affascinante misto tra la dominazione coloniale portoghese, terminata da circa trent’anni, e il periodo socialista, contrassegnato dall’influenza sovietica. Gli edifici in stile Manuelino e i porticati tipici dell’architettura coloniale lusitana che s’incontrano nella Baixa e nelle zone più centrali della città s’intrecciano, con sorprendente armonia, ai palazzoni di cemento grigio che farebbero bello sfoggio di sé alla periferia di Varsavia o di una qualsiasi altra città dell’Europa ex-comunista. L’ideologia che ha accompagnato il paese dai primi passi mossi dopo l’indipendenza ha lasciato un’altra palese traccia del proprio passaggio, nella toponomastica viaria. Lenin, Mao Tse Tung, Che Guevara, Ho Chi Min e altri, sono nomi ancora molto utilizzati da queste parti, in particolare dai postini…
Chi, arrivando in uno dei paesi più poveri del mondo (secondo le classifiche delle Nazioni Unite), si aspetta di essere assalito da orde d’accattoni questuanti ad ogni angolo di strada o di essere sconvolto da scene d’estrema miseria alla prima visita in periferia, rimane invece piacevolmente sorpreso dal tenore di vita relativamente dignitoso che si presenta ai propri occhi.
Gli effetti della guerra civile si vedono ancora nella presenza di un buon numero di persone menomate dalla nefasta attività delle mine anti-uomo (in gran parte purtroppo di produzione italiana) ma anche quello dello sminamento sembra ormai essere un problema che si avvia verso la soluzione. I due movimenti che per circa tre lustri si sono affrontati armi alla mano, la Frelimo e la Renamo, hanno ormai ridotto le loro schermaglie all’ambito più strettamente democratico, quello elettorale.

President J. Chissano
President E. Guebuza

Le terze elezioni generali, dopo quelle del ‘94 e del ‘99, si sono svolte poco più di un mese fa, agli inizi dello scorso Dicembre, e la faccia sorniona e sorridente del vincitore, Emilio Guebuza il candidato Presidente della Frelimo, o homem da mudança (l’uomo del cambiamento), troneggia ancora sui grandi poster elettorali ai bordi dei viali, al fianco di quelli di Maria Mutola, l’atleta olimpionica eroe nazionale che pubblicizza, con un’aria invero poco convinta, una compagnia di telefoni cellulari.
Le elezioni si sono svolte senza incidenti importanti; i problemi logistici dovuti alle condizioni atmosferiche (era l’inizio della stagione delle piogge) e all’inefficenza organizzativa della Commissione Nazionale Elettorale sono stati comunque contenuti entro proporzioni accettabili; le frodi elettorali, fastidiosamente presenti a vari livelli e sempre tendenti a favorire il partito al potere, non sono state di entità tale da mettere in dubbio la legittimità della vittoria di Guebuza che va a sostituire, dopo due mandati, il collega di partito Chissano, uno dei pochi leaders africani a lasciare il potere volontariamente (avrebbe potuto ricandidarsi per un terzo mandato), senza essere forzato da un golpe o da una morte prematura più o meno accidentale. Insomma sembrano esserci tutte le condizioni perché il Mozambico continui a essere, com’è stato negli ultimi anni, uno dei paesi prediletti per le donazioni della cooperazione internazionale, donazioni che formano una parte cospicua dei suoi ingressi avvicinandosi, pare, a circa il 50% del budget statale.
Prima delle elezioni in realtà c’erano tutte le premesse per una situazione più complessa: il leader della Renamo, Dhlakama, che aveva perso le elezioni nel ’99 per un soffio accusando brogli governativi, sosteneva che la macchina della frode fosse pronta a ripetere l’operazione su scala ancora più massiccia e una parte della comunità internazionale sembrava dargli credito minacciando una sospensione delle donazioni in caso di mancanza di una totale trasparenza del processo elettorale. Durante tutta la campagna elettorale, il braccio di ferro tra autorità elettorali nazionali e osservatori internazionali, capeggiati dalla missione della UE e dagli americani del Carter Centre, volto a delineare quali fossero i limiti di questa trasparenza e quali le concrete possibilità di osservazione, ha occupato sui media locali lo spazio normalmente dedicato alla discussione dei programmi elettorali.
Previsioni sull’esigua differenza che avrebbe diviso i due candidati principali, sul ruolo giocato dal terzo incomodo Raul Domingos e dal suo partito il PDD e soprattutto sull’estensione e l’attuazione del supposto sistema di frode che la Frelimo avrebbe messo in campo dominavano la campagna nelle bocche degli “esperti”, mentre i media raccontavano, monotoni e prolissi, la forte partecipazione popolare ai comizi, alle feste e alle altre attività di propaganda in tutto il paese. Nessuno sembrava essersi accorto della realtà, che coglieva tutti di sorpresa sin dalla prima mattinata elettorale (in Mozambico si vota durante due giorni): la gente che era andata a votare era pochissima. Nonostante i ripetuti appelli allarmati di varie autorità e forze politiche, alla fine la partecipazione al voto non supererà il 40% degli aventi diritto, con un crollo drastico rispetto alle ultime elezioni, quelle del ’99, dove aveva votato circa il 70%. L’atmosfera che si respirava nei seggi elettorali era di estrema frustazione: il personale, reclutato e preparato dalle autorità elettorali, formato in maggior parte da giovani entusiasti e volenterosi, sedeva per ore in attesa che un elettore varcasse la soglia.
Il popolo mozambicano aveva dato la sua risposta. Un popolo che ha acquisito il diritto al voto democratico 12 anni fa e conquistato l’indipendenza da una trentina d’anni, dunque un popolo che dovrebbe mantenere intatto tutto l’entusiasmo dei neofiti, di chi si trova dopo secoli di sottomissione a poter finalmente decidere del proprio destino, ebbene questo popolo ha detto che è già stanco di questa democrazia o che comunque non ci crede troppo.
I commentatori politici locali, dopo due o tre giorni di sbigottito silenzio, hanno provato ad abbozzare delle risposte, accusando di volta in volta la Frelimo, che di fatto governa ininterrottamente da circa trent’anni; la Renamo, incapace di un’attività d’opposizione credibile in particolare negli ultimi 5 anni; la Commissione Elettorale, incapace di dare fiducia agli elettori sul proprio operato e colpevole di aver provocato in maniera aperta la comunità internazionale. L’attenzione di media e politici si è però subito spostata sui risultati delle elezioni, attesi 15 giorni dopo le elezioni e arrivati con il consueto ritardo circa una settimana dopo: la Frelimo incominciava a dichiarare la propria vittoria e la Renamo a denunciare brogli, secondo il solito copione. Nessuno sembrava più interessarsi al fatto che la grande maggioranza della popolazione aveva deciso di non andare a votare.

Quello che i mozambicani avevano cercato di comunicare alla propria classe dirigente, serenamente e pacificamente, con il solo mezzo democratico in loro possesso, cioè l’astensione, era che loro sono stanchi. Stanchi, dopo la lunga e sanguinosa guerra civile, di una mudança che consiste nel candidare una persona che fa parte degli apparati di partito ai più alti livelli sin dai primi anni ’70; del maggior partito d’opposizione capace di alzare la voce solo una volta ogni cinque anni per potersi garantire i suoi seggi in Parlamento e i conseguenti vantaggi economici che ne derivano; degli altri partiti d’opposizione, comunque incapaci di passare la soglia del 5% di voti necessari per accedere al Parlamento, che si candidano col solo scopo di intascare i contributi statali destinati a tutti i partecipanti alle elezioni.
Ed è con questa stanchezza che tutti dovranno fare i conti, il nuovo Presidente Guebuza e la sua Frelimo, la Renamo di Dhlakama, l’altra opposizione macchiettistica e quasi incorporea e anche la comunità internazionale con il suo atteggiamento, che molti dei mozambicani definiscono neo-colonialistico, del tipo: “Io dono (leggi pago) dunque auspico (leggi pretendo) che…”.
Forse i mozambicani si sono accorti che tutti i grandi sconvolgimenti avvenuti nel loro paese negli ultimi trent’anni non hanno poi mutato molto.

Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio
di Pavia