Maputo
non sembra affatto la capitale di un paese uscito poco più
di dieci anni fa da una devastante guerra civile: è una
città vivibile e tranquilla, una delle capitali africane
con meno criminalità, certamente più sicura della
vicina Johanesburg. La sua urbanizzazione rappresenta un curioso
e affascinante misto tra la dominazione coloniale portoghese,
terminata da circa trent’anni, e il periodo socialista,
contrassegnato dall’influenza sovietica. Gli edifici in
stile Manuelino e i porticati tipici dell’architettura coloniale
lusitana che s’incontrano nella Baixa e nelle zone più
centrali della città s’intrecciano, con sorprendente
armonia, ai palazzoni di cemento grigio che farebbero bello sfoggio
di sé alla periferia di Varsavia o di una qualsiasi altra
città dell’Europa ex-comunista. L’ideologia
che ha accompagnato il paese dai primi passi mossi dopo l’indipendenza
ha lasciato un’altra palese traccia del proprio passaggio,
nella toponomastica viaria. Lenin, Mao Tse Tung, Che Guevara,
Ho Chi Min e altri, sono nomi ancora molto utilizzati da queste
parti, in particolare dai postini…
Chi, arrivando in uno dei paesi più poveri del mondo (secondo
le classifiche delle Nazioni Unite), si aspetta di essere assalito
da orde d’accattoni questuanti ad ogni angolo di strada
o di essere sconvolto da scene d’estrema miseria alla prima
visita in periferia, rimane invece piacevolmente sorpreso dal
tenore di vita relativamente dignitoso che si presenta ai propri
occhi.
Gli effetti della guerra civile si vedono ancora nella presenza
di un buon numero di persone menomate dalla nefasta attività
delle mine anti-uomo (in gran parte purtroppo di produzione italiana)
ma anche quello dello sminamento sembra ormai essere un problema
che si avvia verso la soluzione. I due movimenti che per circa
tre lustri si sono affrontati armi alla mano, la Frelimo e la
Renamo, hanno ormai ridotto le loro schermaglie all’ambito
più strettamente democratico, quello elettorale.
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| President J. Chissano |
President E.
Guebuza |
Le terze elezioni generali, dopo quelle del ‘94 e del ‘99,
si sono svolte poco più di un mese fa, agli inizi dello
scorso Dicembre, e la faccia sorniona e sorridente del vincitore,
Emilio Guebuza il candidato Presidente della Frelimo, o homem
da mudança (l’uomo del cambiamento), troneggia ancora
sui grandi poster elettorali ai bordi dei viali, al fianco di
quelli di Maria Mutola, l’atleta olimpionica eroe nazionale
che pubblicizza, con un’aria invero poco convinta, una compagnia
di telefoni cellulari.
Le elezioni si sono svolte senza incidenti importanti; i problemi
logistici dovuti alle condizioni atmosferiche (era l’inizio
della stagione delle piogge) e all’inefficenza organizzativa
della Commissione Nazionale Elettorale sono stati comunque contenuti
entro proporzioni accettabili; le frodi elettorali, fastidiosamente
presenti a vari livelli e sempre tendenti a favorire il partito
al potere, non sono state di entità tale da mettere in
dubbio la legittimità della vittoria di Guebuza che va
a sostituire, dopo due mandati, il collega di partito Chissano,
uno dei pochi leaders africani a lasciare il potere volontariamente
(avrebbe potuto ricandidarsi per un terzo mandato), senza essere
forzato da un golpe o da una morte prematura più o meno
accidentale. Insomma sembrano esserci tutte le condizioni perché
il Mozambico continui a essere, com’è stato negli
ultimi anni, uno dei paesi prediletti per le donazioni della cooperazione
internazionale, donazioni che formano una parte cospicua dei suoi
ingressi avvicinandosi, pare, a circa il 50% del budget statale.
Prima delle elezioni in realtà c’erano tutte le premesse
per una situazione più complessa: il leader della Renamo,
Dhlakama, che aveva perso le elezioni nel ’99 per un soffio
accusando brogli governativi, sosteneva che la macchina della
frode fosse pronta a ripetere l’operazione su scala ancora
più massiccia e una parte della comunità internazionale
sembrava dargli credito minacciando una sospensione delle donazioni
in caso di mancanza di una totale trasparenza del processo elettorale.
Durante tutta la campagna elettorale, il braccio di ferro tra
autorità elettorali nazionali e osservatori internazionali,
capeggiati dalla missione della UE e dagli americani del Carter
Centre, volto a delineare quali fossero i limiti di questa trasparenza
e quali le concrete possibilità di osservazione, ha occupato
sui media locali lo spazio normalmente dedicato alla discussione
dei programmi elettorali.
Previsioni sull’esigua differenza che avrebbe diviso i due
candidati principali, sul ruolo giocato dal terzo incomodo Raul
Domingos e dal suo partito il PDD e soprattutto sull’estensione
e l’attuazione del supposto sistema di frode che la Frelimo
avrebbe messo in campo dominavano la campagna nelle bocche degli
“esperti”, mentre i media raccontavano, monotoni e
prolissi, la forte partecipazione popolare ai comizi, alle feste
e alle altre attività di propaganda in tutto il paese.
Nessuno sembrava essersi accorto della realtà, che coglieva
tutti di sorpresa sin dalla prima mattinata elettorale (in Mozambico
si vota durante due giorni): la gente che era andata a votare
era pochissima. Nonostante i ripetuti appelli allarmati di varie
autorità e forze politiche, alla fine la partecipazione
al voto non supererà il 40% degli aventi diritto, con un
crollo drastico rispetto alle ultime elezioni, quelle del ’99,
dove aveva votato circa il 70%. L’atmosfera che si respirava
nei seggi elettorali era di estrema frustazione: il personale,
reclutato e preparato dalle autorità elettorali, formato
in maggior parte da giovani entusiasti e volenterosi, sedeva per
ore in attesa che un elettore varcasse la soglia.
Il popolo mozambicano aveva dato la sua risposta. Un popolo che
ha acquisito il diritto al voto democratico 12 anni fa e conquistato
l’indipendenza da una trentina d’anni, dunque un popolo
che dovrebbe mantenere intatto tutto l’entusiasmo dei neofiti,
di chi si trova dopo secoli di sottomissione a poter finalmente
decidere del proprio destino, ebbene questo popolo ha detto che
è già stanco di questa democrazia o che comunque
non ci crede troppo.
I commentatori politici locali, dopo due o tre giorni di sbigottito
silenzio, hanno provato ad abbozzare delle risposte, accusando
di volta in volta la Frelimo, che di fatto governa ininterrottamente
da circa trent’anni; la Renamo, incapace di un’attività
d’opposizione credibile in particolare negli ultimi 5 anni;
la Commissione Elettorale, incapace di dare fiducia agli elettori
sul proprio operato e colpevole di aver provocato in maniera aperta
la comunità internazionale. L’attenzione di media
e politici si è però subito spostata sui risultati
delle elezioni, attesi 15 giorni dopo le elezioni e arrivati con
il consueto ritardo circa una settimana dopo: la Frelimo incominciava
a dichiarare la propria vittoria e la Renamo a denunciare brogli,
secondo il solito copione. Nessuno sembrava più interessarsi
al fatto che la grande maggioranza della popolazione aveva deciso
di non andare a votare.

Quello che i mozambicani avevano cercato di comunicare alla
propria classe dirigente, serenamente e pacificamente, con il
solo mezzo democratico in loro possesso, cioè l’astensione,
era che loro sono stanchi. Stanchi, dopo la lunga e sanguinosa
guerra civile, di una mudança che consiste nel candidare
una persona che fa parte degli apparati di partito ai più
alti livelli sin dai primi anni ’70; del maggior partito
d’opposizione capace di alzare la voce solo una volta ogni
cinque anni per potersi garantire i suoi seggi in Parlamento e
i conseguenti vantaggi economici che ne derivano; degli altri
partiti d’opposizione, comunque incapaci di passare la soglia
del 5% di voti necessari per accedere al Parlamento, che si candidano
col solo scopo di intascare i contributi statali destinati a tutti
i partecipanti alle elezioni.
Ed è con questa stanchezza che tutti dovranno fare i conti,
il nuovo Presidente Guebuza e la sua Frelimo, la Renamo di Dhlakama,
l’altra opposizione macchiettistica e quasi incorporea e
anche la comunità internazionale con il suo atteggiamento,
che molti dei mozambicani definiscono neo-colonialistico, del
tipo: “Io dono (leggi pago) dunque auspico (leggi pretendo)
che…”.
Forse i mozambicani si sono accorti che tutti i grandi sconvolgimenti
avvenuti nel loro paese negli ultimi trent’anni non hanno
poi mutato molto.
Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio
di Pavia