Al collegio di Charleville lo scolaro Arthur Rimbaud sogna con
due amici di scoprire le sorgenti del Nilo. Si dividono i compiti:
c’è chi studierà l’arabo e chi il portoghese:
a lui tocca l’aramaico, la lingua degli abissini. Le carte
geografiche vengono spalancate, l’esplorazione libresca
ha inizio. Poi uno dei compagni lascia la scuola, la spedizione
rimane nel libro dei desideri infantili. Più tardi si tramuterà
in realtà soltanto per lui, che nell’attesa ha riempito
di Africa le sue poesie, un’Africa innocente, vergine e
barbara. “Sognavo crociate, viaggi di scoperte di cui non
esistono relazioni, repubbliche senza storie,/guerre di religioni
soffocate,/rivoluzioni di costumi, movimenti di razze e di continenti:
credevo a tutti gli incantesimi”.
Un quarto di secolo dopo quel ragazzo perso nell’avventura
e questo trentasettenne corroso dal tumore, una gamba amputata,
rientrato in Francia solo per creparvi. Quando muore, il 10 novembre
1891, il miglior epitaffio glielo scrive l’impiegato dell’Ospedale
di Marsiglia dove era stato ricoverato. Alla voce professione
annota: “Commerciante”, come indirizzo, “di
passaggio”. “Me ne andavo, i pugni nelle mie tasche
sfondate (…)/e in mezzo a fantastiche ombre/come fossero
lire/tiravo gli elastici/delle mie scarpe ferite,/e avevo un piede
accanto al cuore”.

A centocinquanta anni dalla nascita l’enigma Rimbaud continua
ad affascinarci. Aveva scritto “Io e un Altro”, ovvero
la norma non è la normalità, è altrove, è
qualcos’altro, è qualche altra cosa. L’aveva
capito fin dall’inizio: “Ho orrore di tutti i mestieri…
Che secolo manuale è il mio!”. Quando si è
poeti, poeti veri, a sedici, diciassette anni, e si è cercato,
e trovato, una lingua propria, scritto silenzi, fissato vertigini,
conosciuto “lune atroci e soli amari”, dopo cosa si
fa, dove si va? Per intanto si sta fermi. “Oziosa giovinezza
a tutto asservita/ Per delicatezza ho perduto la vita”.
Per rinascere occorrono altri orizzonti: “Lascio l’Europa.
L’aria marina mi brucerà i polmoni, i climi sperduti
mi abbronzeranno (…) tornerò con membra di ferro,
la pelle scura, l’occhio furioso. Avrò dell’oro”.
Non era vero niente, andare è un po’ morire, agire
vuol dire snervarsi e non è avendo più vite che
risolvi il mistero di quell’unica che ti è stata
data in sorte… E tuttavia è grazie a questo sbaglio,
a questo aver creduto di poter uscire dall’impasse sdoppiandosi,
reinventandosi, che abbiamo il Rimbaud uno e bino, scrittore e
avventuriero, ragazzo ebbro e mercante scaltro, uomo “dalle
suole di vento” e mutilato… E che siamo ancora qui
a domandarci cos’è che cambia un’esistenza,
cosa fa scattare la molla della diversità, dove comincia
l’irrequietezza, che cosa ti resta, alla fine, di ciò
che hai sempre sognato…
Si chiamava Wandering Chiel, il Comandante errante, la nave che
nel 1876 riporta Rimbaud in Europa da Giava, dove ha disertato
dopo essersi arruolato nella Legione straniera olandese. Un nome
profetico per chi l’anno precedente è stato in Germania
e in Italia e l’anno dopo sarà in Svezia, Danimarca
e Norvegia, prima del grande balzo verso i porti africani.
“Volerlo trattenere era come cercare di fermare una stella
cadente” dirà Alfred Bardey, il commerciante che
lo avrà alle dipendenze nella sua nuova veste di avventuriero.
“Amai il deserto, i prati bruciati, le bevande tiepide,
le botteghe decrepite..., gli occhi chiusi mi offrivo al sole,
dio del fuoco”. E’ qui che si attua la morte del poeta
e la resurrezione come trafficante. Dirà Mallarmé:
“Si è operato dal vivo della Poesia”. L’operazione
è riuscita, ma il paziente è morto.

In fondo, la sua avventura poetica è durata un lustro
e poco più. “L’altro” che sarebbe voluto
essere, avrà a disposizione un decennio, sufficiente a
crearsi un’esistenza doppia, ma non a far svanire, almeno
per chi l’ha conosciuto, l’“io” di un
tempo. Se Une Saison en enfer l’ha lasciato marcire, appena
stampato, in una tipografia di Bruxelles, Illuminations esce,
a cura di Verlaine, e senza che ne sappia nulla, mentre è
lui a marcire di noia a Tagiùra, in Abissinia. E’
il 1886 e Rimbaud l’africano ormai s’è fatto
adulto. Traffica, commercia, convive con una bellissima abissina.
E’ contento? Ha trovato quello che cercava? A giudicare
dalle lettere che scrive a casa, no. Trascina un’esistenza
desolante sotto clima assurdo e condizioni insensate. E’
un vero incubo.
“Sto per compiere trent’anni (metà della vita)
e mi sono stancato di girare il mondo senza risultato”.
Sembra la risposta in prosa al se stesso in versi che fu: “Un
tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino, dove ogni cuore
si apriva, ogni vino fluiva”. E però… ”Se
mi lamento è un po’ come una litania…”.
E’ un modo per esorcizzare l’horreur du domicile diagnosticato
da Baudelaire, l’orrore di risiedere in un posto. “Se
avessi la possibilità di viaggiare senza dovermi guadagnare
da vivere, non starei più di due mesi nello stesso luogo
(…) E però non vorrei vagabondare in miseria”.
L’“onestà della mendicità mi fa schifo”
aveva già scritto quando l’io era ancora se stesso
e non altro.
Nel volgere le spalle all’Europa e a un’esistenza
tutta trasgressioni e esaltazioni c’è una fuga, illusoria,
verso la salvezza, verso la sanità fisica. Viaggiare significava
allontanarsi dalla follia, dalla malattia, incamminarsi sulla
retta via: Solvitur ambulando, camminando si risolve… .
“Trafficare nello sconosciuto” vuol dire in fondo
essere nuovi al mondo per un mondo nuovo. Rimbaud assapora su
di sé l’inebriante sensazione di creare la propria
identità. “Il poeta che si fa veggente” lascia
il posto all’uomo che si fa da sé, reinventa il proprio
passato, costruisce il proprio presente, sogna il proprio futuro.
Nessuno può dire di averlo conosciuto. E’ una sensazione
di totale pericolosa libertà.
“Ho teso corse da campanile a campanile/ghirlande da finestre
a finestre/ catene d’oro da stella a stella/ E canto”.
Ancor oggi, nel leggerlo, la sensazione di modernità e
di assoluta, tremenda, diversità, si impone. La capacità
di giocare sul doppio binario dello sberleffo e della perorazione,
il colloquiale e l’aulico, il riso e il grido. Non c’è
nulla in lui dell’artiglieria umanitaria che si dispiega
sul campo fra Otto e Novecento. Non c’è l’amore
per le masse, l’amore per il genere umano, la palingenesi
sociale, la riscossa proletaria, l’arte portata al popolo….
Gli è ignota la retorica del lavoro, la mistica del sacrificio…,
non tifa né per Cristo né per Marx.
La triade rivoluzionaria dell’89, Liberté, Egalité,
Fraternité. Gli è estranea e il primo termine lo
coniuga nel nome dell’egoismo e dell’egotismo. In
un mondo che celebra la morte di Dio cerca di farsi divinità,
possiede quel genio della giovinezza che consiste nel mettersi
sempre in gioco e nel non rinunciare mai ai propri sogni.
Le immagini si susseguono e scandiscono un’esistenza bruciata
dall’urgenza. Il Rimbaud ubriaco di vino e di furore in
un bistrot di Parigi, il Rimbaud avvelenatore di cani, febbricitante
e sudato in un ospedale di Aden, il viso emaciato, la pelle ingiallita
dal sole, uno sguardo blu-grigio, freddo, intelligente, carico
di collera. Aden, “lo scoglio orribile” dove chiederà
invano di essere seppellito.
Le sue spoglie riposano invece proprio qui, a Charleville, “il
triste buco” dove nacque, “la città superiormente
idiota fra le piccole città di privincia”.
Una targa commemorativa posta sulla Maison che porta il suo nome,
lo ricorda come “poeta e esploratore”. Rimbaud l’aveva
capito fin dall’inizio che le parole non bastano a spiegare
una vita e non corrispondono alla verità.
Stenio Solinas