Marat Safin

Paolo Ghisoni

Dicono che l’Australia, per la sua storia di arrivi e transiti di etnie, abbia alla fine partorito un nucleo base di razze poco omogeneo e un po’ particolare. E per particolare si intende gente un po’ bizzarra, pronta a accalorarsi per una minima provocazione oppure a accoglierti con straodinario affetto anche da perfetto sconosciuto.
Chi invece ama un po’ meno la terra dei canguri sostiene addirittura che durante la colonizzazione inglese la stessa gigantesca isola fosse quasi una sorta di “discarica” dove la madre patria deportava gente con problemi psichici accentuati. E da qui la genesi dei successivi atteggiamenti scostanti prima citati.
Normale allora per qualcuno che il simbolo per eccellenza della lucida follia nel tennis moderno finisse per ritrovare se stesso e un torneo dello Slam a Melbourne, nella prima prova major del 2005.

    

Marat Safin, per potenzialità fisiche e qualità tecniche, è decisamente l’alternativa migliore a quel fenomeno di talento a nome Roger Federer. Ancor prima dell’esplosione dello svizzero, Marat era anzi il piu’ serio candidato dagli addetti ai lavori proprio al trono di numero uno. Vincitore a soli 20 anni dello Us Open, il moscovita cresciuto però tennisticamente in Spagna , sembrava pronto a spiccare il volo verso i vertici del movimento maschile.
Simbolico proprio che nell’evento newyorkese datato 2000, Safin avesse annichilito in finale un certo Pete Sampras. Ovvero l’uomo che aveva riscritto la storia dei record nei tornei dello Slam, superando di due titoli il record precedente di 12 appartenente all’australiano Roy Emerson.
Il successo allora in 3 set del rampante russo sul campione americano dato da molti sul viale del tramonto pareva proprio essere la perfetta legittimazione di un cambio generazionale alle porte.
Per chi volesse romanzarci un po’ su, una sorta di Rocky IV al contrario, con l’eroe ex- sovietico che va a vincere in casa del “tiranno” a stelle e strisce.
Da lì in avanti ,se la strada di Safin poteva sembrare in discesa, si è invece rivelata una sorta di corsa ad ostacoli. Dove l’ostacolo maggiore però si è rivelata la gestione della propria complessa personalità. Alto, statuario e con un conto in banca piu’ che appettibile, Marat era finito per cadere nel piu’ classico dei trabocchetti da successo. Ovvero lasciarsi abbagliare dalle tentazioni e lavorare meno per continuare a tenere alto il livello di concentrazione e rendimento.

  

Di tutti i vizi capitali in cui un uomo piu’ cadere, sembrava però la lussuria, nel senso di attenzione eccessiva per il sesso femminile, a distoglierlo maggiormente da una carriera piu’ che promettente.
Quel genio della penna che risponde al nome di Gianni Clerici aveva coniato un termine strepitoso per identificare le sue debolezze; Marat, dubbioso su chi fosse al momento la preferita in una sorta di Harem, era solito portarsi al proprio angolo tutta la schiera di amanti o presunte tali che ciclicamente avvicendava nelle varie prove clou della stagione. Una vera e propria curva da stadio al femminile, spesso in abiti succinti, che Clerici appunto aveva ribattezzato come “Safinette.”
Perso nei meandri della propria indole e di un simili tentazioni. Marat aveva finito per perdere tempo tennisticamente prezioso.

                     

Due successive finali ancora nella terra dei canguri sembravano prennunciarne finalmente un ritorno. Ma le pronte ricadute, dovute per onesta anche a guai fisici, finivano per confermarne una “diagnosi” quasi definitiva. Ovvero Safin campione a metà.
Ora però che l’Australia ci ha restituito la speranza di una racchetta di prim’ordine, capace di battere l’imbattibile Federer, lasciateci un lumicino di speranza per il futuro affinchè il moskovita non ricada nelle solite pecche. In questo momento di perdita di appassionati, sia a livello nazionale che altrove, una rivalità simile con lo svizzero, potrebbe riportarci ai fasti della recente epopea Sampras-Agassi.
Altrimenti prepariamoci al peggio, con i monologhi (monotoni) del dottor Federer a pie sospinto per parecchie stagioni.

 

Paolo Ghisoni