Nell’idea di un mondo malato, il teatro diventa
di conseguenza strumento di guarigione possibile solo grazie a
trattamenti d’urto.
Figura
dominante dell’avanguardia teatrale francese nel periodo
che sta tra le due guerre, Antonin Artaud (nato a Marsiglia nel
1896 e morto a Ivry-sur-Seine nel 1948), fin da giovane fu affetto
da disturbi nervosi, che poi lo accompagneranno per tutta l’esistenza.
Dopo lunghi periodi in case di cura, nel 1920 si stabilì
a Parigi, dove fu attore di teatro e cinema: di rilievo la sua
interpretazione del monaco Massieu nel film “La passione
di Giovanna d’Arco” di Carl Theodor Dreyer, che proprio
con questa pellicola si consacrò regista di fama internazionale,
facendo nell’occasione un uso ardito ed insolito del primo
piano. Fu in quel periodo che Artoud decise di partecipare al
surrealismo, precisamente negli anni 1924-1926. Ma subito si allontanò
polemicamente da questo movimento per fondare insieme con Roger
Vitrac e Robert Aron il Theatre Alfred Jarry, che venne inaugurato
nel 1927 con la sua pochade “Il ventre bruciato o la madre
folle”. Un’esperienza di gestione di una sala teatrale
destinata a concludersi dopo due intense stagioni di rappresentazioni:
furono messi in scena testi di Gor’kij, Strindberg, Paul
Claudel.

Tra il 1931 e il 1936 Artaud elaborò la propria teoria
de “il teatro della crudeltà” in numerosi articoli
e saggi, che poi confluirono nel volume Il teatro e il suo doppio
(edito nel 1938), in cui l’autore giunse a sottolineare
quanto il teatro occidentale fosse limitato a certe esperienze
umane in relazione ad alcune problematiche psicologiche individuali
e a tematiche sociali proprie di alcuni nuclei. Per Artaud gli
elementi primari dell’esistenza, invece, vanno a concentrarsi
nell’inconscio e nei più lontani recessi mentali,
dove gli istinti di distruzione dell’uomo sono presenti
e dominanti. In questa sua originale concezione, “il teatro
della crudeltà” si pone alla ricerca di un mondo
non contaminato dalla cultura occidentale: notevole è l’influenza
esercitata su Artaud dal teatro balinese, che durante l’esposizione
coloniale del 1931 lo scrittore aveva potuto conoscere bene. Lo
scopo ultimo è generare nel pubblico un’esperienza
simile a quella religiosa, durante la quale si possa arrivare
ad essere in comunione con tutti e nel contempo purificarsi da
quei sentimenti “bestiali”, quale l’odio, attraverso
la manifestazione indotta degli stessi. Nell’idea di un
mondo malato, il teatro diventa di conseguenza strumento di guarigione
possibile solo grazie a trattamenti d’urto. Abbandonando
la parte razionale dell’uomo bisognava lavorare sui sensi
e per raggiungere il fine ultimo si doveva in qualche modo costringere
lo spettatore a guardarsi dentro. Una “crudeltà”
chiaramente interiore, nulla di fisico: egli mirava a toccare
l’istinto, stimolando l’attore ad immergersi fino
alle radici del proprio io e il pubblico astante a partecipare
completamente da un punto di vista emotivo, in modo tale che,
terminato lo spettacolo, stravolto e purgato, si allontanasse
trasformato spiritualmente.

Abbandonando l’idea dell’edificio-teatro tradizionale,
egli proponeva di far svolgere l’azione all’interno
di spazi industriali in disuso o in hangar, in modo da circondare
e coinvolgere totalmente gli spettatori: arrivò anche a
dotarli di sedie girevoli, che portassero a seguire l’azione
a 360 gradi e in ogni direzione e luogo, senza usare alcuna scenografia.
Sia per le sonorità, sia per le luci, Artaud cercò
effetti inauditi per l’epoca: preferiva fasci di luce variabili
nei cromatismi, suoni stridenti acuti, dissonanti nelle varie
tonalità. In fondo, questi costituivano anche dei mezzi
per scuotere gli spettatori, per giungere immediatamente ai loro
sensi. Tentativo di realizzare il suo ideale nel teatro fu il
testo I Cenci, in cui impiegò un congegno elettrico per
poter far alzare e abbassare il volume a suo piacimento, creando,
con la voce umana distorta, suoni inarticolati, guaiti, poiché
voleva attuare dissonanze e modulazioni. Utilizzò anche
una ruota cigolante che riusciva a produrre suoni intollerabili.
L’opera è una tragedia in prosa, divisa in quattro
atti, e venne allestita per la prima volta al teatro Folies-Wagram
di Parigi il 6 maggio 1935. L’azione è ambientata
a Roma nel 1599. A stento il Conte Cenci è riuscito a non
essere incarcerato, nonostante abbia commesso un delitto, grazie
all’intervento del Cardinale Camillo, che riesce a convincere
il Papa a tramutare la detenzione in una forte multa. Tuttavia,
il Conte non è certamente sulla via della redenzione. Anzi,
appare subito come un personaggio travolto orrendamente dal Male,
un’incarnazione demoniaca. Per festeggiare la propria libertà,
decide infatti di dare un ricevimento nel corso del quale ha intenzione
di eliminare i familiari e di torturare la figlia Beatrice, verso
cui nutre turpi bramosie.

Così tutti gli invitati fuggono, quando Cenci annuncia
con gaudio quasi orgiastico l’avvenuta morte in terra straniera
di due dei suoi figli. Rimasto solo con Beatrice, tenta per il
momento di sedurla con estrema dolcezza. Profondamente turbata,
la giovane invita il sacerdote Orsino, che a sua volta la corteggia,
ad incontrarla per ordire l’uccisione del padre. Cenci intanto
si reca nella stanza della moglie Lucrezia per renderle noto di
volerla imprigionare nel castello di Petrella, incolpandola di
tramare un complotto ai suoi danni. In questo passaggio si nota
come Artaud abbia costruito un protagonista che considera la famiglia
esclusivamente alla stregua di un’insopportabile imposizione
sociale. Intanto, il Papa decide di non aiutare Beatrice e i due
fratelli Giacomo e Bernardo, perché interessato alla fine
imminente dei Cenci, in modo da acquisire i loro possedimenti.
Di notte il Conte compie l’attuato piano sessuale: violenta
la figlia, che è fuori di sé dal dolore e ormai
vagheggia il suicidio. Vorrebbe però vendicarsi e si rivolge
ad Orsino. Il sacerdote le consiglia di uccidere il padre, in
accordo coi due fratelli, utilizzando due sicari. Ma il piano
fallisce durante una tremenda tempesta, mentre Cenci si sta trasferendo
nel castello di Petrella coi familiari rimasti. Anche la notte
successiva il Conte desidera soddisfare la propria libidine e
possedere ancora Beatrice. Tuttavia lei riesce a prevenire le
violenze paterne, aiutata dalla madre, che addormenta Cenci con
un potente sonnifero. A questo punto la figlia consegna i pugnali
ai sicari. Il Conte viene assassinato. Immediatamente giunge al
castello il Cardinale Camillo, che ha l’ordine scritto dal
Papa di arrestare Cenci. Scoperto l’ormai avvenuto delitto,
il Cardinale arresta tutti ed inizia le indagini. Mentre il sacerdote
Orsino è riuscito a fuggire, sotto tortura i sicari confessano
che il mandante altri non è che Beatrice. Condannata a
morte, la giovane si prepara all’esecuzione, terrorizzata
dall’ipotesi di incontrare presto il terribile padre pure
all’Inferno.

Dopo l’esito contrastato di questo testo, Artaud si recò
in Messico alla ricerca di un mondo ancora primordiale, ma al
proprio ritorno i problemi psichici, di cui soffriva fin da giovane,
lo portarono prima in clinica e poi in ospedale psichiatrico,
con lunghi periodi di brutali internamenti ed elettroshock, fino
alla morte avvenuta nel 1948. Il pensiero di Antonin Artaud ebbe
notevole rilevanza nella sperimentazione teatrale del periodo
posteriore alla Seconda guerra mondiale e fece dell’autore
un precursore, spesso non capito, di una forma di teatro immediato
e di un linguaggio superiore alla parola, in grado di liberare
l’inconscio rivolgendosi ex abrupto alla sfera sensoriale.
Il suo esorcismo magico primitivo e cerimoniale, che andava a
sovvertire logica e pensiero, influenzò le esperienze del
Living Theatre e di Peter Book. Per comprendere bene il lavoro
complessivo di Artaud, occorre partire dal fatto che lo scrittore
orientò la propria ricerca artistica come inscindibile
dall’esperienza esistenziale. Fino a teorizzare la costruzione
di forme teatrali capaci di utilizzare un linguaggio accessibile
anche agli analfabeti, mentre l’ignoranza veniva intesa
positivamente quale sapere vissuto dalla carne e conoscenza condivisa
fra tutti gli esseri umani. In quest’ottica, l’arte
assume il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria
epoca e l’artista si trasforma in un capro espiatorio salvifico,
su cui far ricadere la collera dei contemporane.
Franco Manzoni