Le novità all'ombra delle piramidi

 Aristide Malnati

L’archeologo Aristide Malnati presenta un quadro completo ed aggiornato sulle ricerche in riva al Nilo.
È ormai giunto il momento - come accade periodicamente, visto il gran numero di scoperte archeologiche in Egitto e nell’Antico Vicino Oriente - di fare un preciso consuntivo sul ricco risultato ottenuto dagli studiosi con i loro lavori di scavo in questi ultimi mesi.

E come non si potrebbe iniziare dalle operazioni, un po’ discutibili per la loro spettacolarità da archeologia hollywoodiana, ma sempre di alto livello, portate avanti da Zahi Hawass, principe degli egittologi, faraone del terzo millennio, e comunque direttore del Consiglio Supremo delle Antichità Egizie?

IL MISTERO DELLA MORTE DI TUT ANKH AMON
L’Indiana-Jones del Cairo avrebbe - il condizionale è d’obbligo - svelato con un’elaborata Tomografia Assiale Computerizzata le cause del decesso del faraone-fanciullo Tut Ankh Amon. Il figlio di Amenophis IV sarebbe morto in seguito a un trauma cranico, insorto per un colpo ricevuto alla base della nuca. Infatti il frammento osseo della scatola cranica del giovane Tut si sarebbe staccato in antico e la lesione sarebbe stata letale, vista la debolezza del fisico del sovrano. “In ogni caso – fa notare Costanza De Simone, massima egittologa italiana, ricercatrice all’UNESCO e collaboratrice di Hawass – nessuna TAC potrà mai stabilire se il colpo subìto sia stato accidentale (magari in seguito a una caduta da cavallo) o inferto volutamente (magari a causa di una congiura del visir Ay, successivo faraone). E perché poi non pensare che l’osso cranico sia stato fratturato da maldestri imbalsamatori?”. I dubbi restano aperti!

IL DNA SVELA I SEGRETI DEI GRANDI D’EGITTO
Il programma di Hawass prevede poi per i prossimi mesi importanti operazioni archeologiche; ad iniziare dalla mappatura genetica delle più importanti mummie, che sarà ottenuta con l’analisi del DNA. In particolare, se prima questo genere di intervento veniva eseguito solo su ossa, denti e tessuti organici, oggi – grazie alle capacità scientifiche sviluppate dall’équipe del Prof. Tom Gilbert (Università dell’Arizona) – l’analisi può essere fatta a partire dai capelli; in questo modo una simile analisi risulta essere più attendibile, giacché la cheratina che ricopre il capello protegge le caratteristiche del DNA da fattori esterni, quali umidità e calore, per un periodo molto maggiore e permette esami più validi e accurati. “È un progetto importante quello di Zahi Hawass – dice entusiasta Costanza De Simone -; infatti si potrà conoscere, ad esempio, l’esatta parentela dei Tuthmosidi (faraoni che hanno regnato all’inizio del XV secolo a. C.) e stabilire se i resti trovati in una tomba vicino al tempio di Hatshepsut (sul banco ovest di Luxor) appartengano alla famosa regina, probabilmente la prima donna-faraone”.

UN ROBOT NEL VENTRE DELLA PIRAMIDE DI CHEOPE
I nutriti progetti di Hawass, almeno per quest’anno, si concluderanno in Ottobre, quando un piccolo robot made in Singapore bucherà la porticina alla fine di un cunicolo inaccessibile, nella piramide di Cheope; porticina che sbarra un piccolo vano già bucato nel 2002 da un altro robot, in diretta mondiale. “Al di là dell’inevitabile spettacolarizzazione – fa rilevare sempre Costanza De Simone – è un’operazione di grande importanza, forse decisiva per arrivare a realizzare uno dei sogni di tanti studiosi: sapere se il corpo di Cheope riposi nella grande piramide che lui stesso si fece costruire o se non sia piuttosto stato sepolto in un pozzo esterno, sacro ad Osiride e alla piramide stesso collegato, a cui fa riferimento Erodoto”. In realtà nel 1999 un simile pozzo era già stato trovato, ma, pur riproducendo le caratteristiche descritte da Erodoto, si presentò ad Hawass e ai suoi colleghi vuoto, privo della presunta mummia di Cheope. “Forse però – fa notare Costanza De Simone – non era quello giusto; a quanto sembra non è stato accertato il suo collegamento alla piramide di Cheope. Il mistero si infittisce e potrebbe essere dipanato in Ottobre con il piccolo robot”.

LE TRACCE DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE DI AMENEMHAT III
Ma stacchiamoci dai pur fondamentali lavori di ricerca portati avanti da Zahi Hawass e occupiamoci delle scoperte made in Italy all’ombra delle piramidi. È notizia di poche settimane fa che un team dell’Università di Pisa ha scavato nell’antico sito di Narmouthis (oasi del Fayum, a 100 km sud-ovest del Cairo) rinvenendo importanti vestigia. Il gruppo di studiosi, diretti da Edda Bresciani, luminare di valore mondiale nel campo dell’Egittologia, ha riportato alla luce abitazioni ed edifici ancora ben conservati; addirittura un seminterrato con soffitto a volta ancora in perfette condizioni. E soprattutto è stata scavata una larga sala con due pilastri di pietra e con le pareti delimitate da nicchie intonacate e decorate da motivi geometrici. L’intonaco colorato si è – cosa inconsueta e straordinaria – in gran parte mantenuto e l’ambiente è stato protetto con un tetto in legno. “La sala per quel che si può capire è stata utilizzata per le riunioni di un’associazione – spiega Costanza De Simone -; probabilmente l’associazione culturale legata al faraone Amenemhat III. Infatti un disegno vicino a uno dei due pilastri rappresenta con ogni probabilità il busto di questo importante sovrano, che fu uno degli artefici della bonifica dell’oasi del Fayum. È una raffigurazione insolitamente realistica: l’ureo sulla sua testa e i suoi occhi sono ben visibili”. Altri disegni, graffiti ante-litteram, appaiono dipinti sui muri della sala: per lo più barche, simili a quelle usate dai pescatori sui canali e sul lago dell’oasi.

IL TEMPIO SPERDUTO NEL DESERTO
Importante, se non straordinario ritrovamento è quello effettuato dalla missione archeologica dell’Università di Torino, diretto da Paolo Gallo, allievo principe della stessa Edda Bresciani. Vicino all’oasi di Siwa (dove si recò anche Alessandro il Macedone, a 500 km a ovest del Cairo), in pieno deserto bianco, gli Indiana-Jones italiani hanno rinvenuto l’ampia struttura di un tempio, forse dedicato al dio Amon; fu fatto erigere da Nectanebo I, faraone del IV secolo a. C., quindi del periodo tardo poco prima dell’arrivo dello stesso Alessandro il Grande. La struttura è quasi completa, con i penetrali (la parte più recondita del tempio, accessibile solo ai sacerdoti) ancora ben conservati; inoltre blocchi e basi delle colonne sono in parte affrescati con scene sacre o che descrivono la vita del faraone autore della costruzione. “Vi è l’urgenza – dice sempre Costanza De Simone – di procedere ad un rapido restauro e di mettere al riparo i blocchi più delicati dagli agenti esogeni. Sono stata spesso nel Sahara egiziano e posso assicurare che il vento in certe stagioni è sferzante ed erode senza pietà le vestigia antiche”. Agli studiosi guidati da Gallo occorrono al più presto mezzi di trasporto idonei per portare via le parti in calcare danneggiate e restaurarle al riparo dall’azione nociva degli agenti atmosferici.

IL VANGELO DEI PRIMI EREMITI.
Concludiamo quest’affascinante viaggio nelle antichità egizie facendo un salto di secoli e approdando al periodo cristiano-copto, che dai primi decenni dell’era volgare fino ai nostri giorni ha irradiato lungo il Nilo una fede tangibile, pur tra le mille difficoltà di una convivenza a tratti problematica con l’islam (in Egitto dal 641 d. C.). Il mese scorso è stato recuperato un autentico tesoro: la missione polacca per l’Archeologia del Mediterraneo ha trovato in un eremo del VI secolo (una celletta per eremiti curiosamente ricavata in una delle tante tombe faraoniche della Valle dei nobili del Medio Regno a Luxor) due codici papiracei e uno pergamenaceo ancora in buono stato e con le copertine in pelle e decorate con croci ed altri simboli cristiani. I testi ci riportano al periodo delle eresie, dall’arianesimo al manicheismo, assai diffuse in Egitto; e l’archeologo egiziano Mustafa Waziri, esperto di arte e di cultura copta, suppone che i codici costituiscano una collezione nascosta da eremiti (o da monaci cenobiti) in un periodo in cui certi scritti vennero banditi dall’ortodossia ufficiale. E il contenuto qual è? Siamo in grado di anticiparlo in parte, dopo aver conferito con gli studiosi polacchi, che stanno traducendo i testi redatti – è bene ricordarlo – in greco antico. Si tratta innanzitutto della versione completa del Vangelo di Tommaso (l’unica fino ad ora!); e, altra cosa straordinaria, il codice pergamenaceo conterrebbe la dettagliata descrizione dei rituali e della vita in generale dei primi cristiani in Egitto (il cristianesimo giunse ad Alessandria, e si diffuse fino alle più remote province, nel 48 d. C.). “Questa scoperta è veramente basilare per avere ragguagli sul protocristianesimo in Egitto e sulla chiesa primitiva in generale - fa rilevare Costanza De Simone e aggiunge –. Si tratta di un ritrovamento di testi più antichi di quelli scoperti a Nag Hammadi, a nord di Luxor, nel 1945: qui in un’antica abitazione copta si recuperarono rotoli del IV secolo contenenti scritti gnostici, filosofia eretica che unisce neoplatoinismo e cristianesimo”.

Aristide Malnati