La
mostra “Invito a Palazzo Chigi Saracini”, mette in
luce le passioni, il gusto e le curiosità culturali della
famiglia Chigi Sracini tra il ‘700 e il ‘900. L’apertura
del nuovo museo di Palazzo Chigi Saracini a Siena (un edificio
gotico duecentesco, nel pieno centro cittadino, tra Piazza del
Campo e il Duomo) da poco recuperato, riallestito, e ora celebrato
da una mostra dal titolo “Invito a Palazzo Chigi Saracini”,
aperta fino al 15 giugno 2005, lascia vedere una vera e propria
scatola delle meraviglie, nel senso che mette in luce passioni,
gusto e curiosità culturali di una famiglia, la Chigi-Saracini,
tra Settecento e Novecento, con scatole, lumi, ventagli, arredi,
dipinti, sculture, porcellane, reperti e altro.
Le generazioni dei Saracini, vale a dire Marcantonio, padre di
Galgano, e il fratello Bernardino, restaurarono non solo il palazzo
di città edificato dai Marescotti, e poi arricchito dai
Mandoli Piccolomini, infine da loro acquistato nel 1770. I Saracini
operarono nella raccolta di reliquie della tradizione locale,
in un’epoca che era quella delle soppressioni, con la dispersione
delle opere e il facile acquisto sul mercato. Tesori raccolti
tra il XVIII e XIX secolo e custoditi in salotti e ambienti appositamente
restaurati. Il cortile accoglieva il pozzo con le insegne dei
Della Rovere e la colossale statua di Papa Paolo V Borghese scolpita
da Fulvio Signorini per il Duomo, poi detta di Giulio II per legarla
alla genealogia di famiglia. I Piccolomini che precedentemente
lo avevano abilitato avevano lasciato la Madonna col Bambino attribuita
a Donatello e forse il rilievo in stucco con la “Discordia”
di Francesco di Giorgio Martini. Poi lo zio di Galgano, Bernardo
Saracini, nel 1776, ne aveva allargato la collezione con acquisti
di pregio, vale a dire seicentisti senesi, e via via la Resurrezione
del Sodoma, il San Girolamo di Johann Liss e la Crocefissione
di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio.
Furono
allestite a galleria da Galgano Saracini sedici sale con opere
di scuola senese, e per i tempi, data l’apertura nell’agosto
del 1806, fatto straordinario, che venne persino registrato dal
gazzettino toscano. La collezione sarà poi via via arricchita
tanto che nel 1819 Galgano fa uscire una guida inventario “Relazione
in compendio delle cose più notabili nel Palazzo e Galleria
Saracini di Siena”, tanto da significare che la pittura
in Siena fu tenuta in conto prima che in qualunque città
o luogo d’Italia. Collezione eclettica, funzionale alla
cultura illuminista del tempo, e tale da vantare ingegni e meraviglie
del mondo, per cui accanto a capolavori di pittura senese, ecco
le sculture di piccolo formato e di diverse materie: basti pensare
alla sala dei “gesuini”, o puttini dormienti; poi
le statuette di bossolo, i quadretti di terracotta e i bronzi
antichi e moderni. Poi gli oggetti di scavo, spesso rinvenuti
in territori di proprietà Saracini o a Volterra, Chiusi
e Siena.
Non mancano scritture etrusche e urne cinerarie. E ancora vasi,
stipi e tavolini a mosaico di pietre preziose, e altri di marmo
rarissimi, poi la collezione di maioliche, con esemplari toscani,
umbri e marchigiani, e bauletti d’avorio, madreperle, pietre
preziose. La stanza quarta ad esempio aveva stipi intarsiati e
alle pareti disegni in lapis, acquerellati, riferiti a Michelangelo,
Pontormo, Andrea del Sarto, Correggio e Caravaggio. Tra i dipinti,
una quadreria che comprende 1300 opere, disposte nelle stanze
in file anche di cinque ordini. Dipinti di scuola veneziana, fiorentina,
emiliana, napoletana, dal Cinquecento al Settecento; la scuola
senese offre i nomi del Beccafumi, Brescianino, Girolamo del Pacchia,
Rutilio Manetti, Raffaello Vanni, per citarne alcuni.
Nel
1824 Alessandro eredita dal padre il palazzo e la collezione,
e la nona stanza annovera il Sassetta e il Maestro dell’Osservanza.
Con la morte di Alessandro nel 1877 diventa erede universale il
nipote Fabio di Carlo Corradini Chigi che aggiunge al cognome
dei Chigi quello della famiglia Saracini. A questo subentra il
nipote Guido che ama maggiormente la musica, dando spazio a una
sala che sarà quella dei concerti. La mostra odierna, che
mette in luce la collezione a seguito della riapertura, fa spazio
alla prima sala in cui troviamo il Ritratto di Pier Maria Saracini
di Rutilio Manetti, e terrecotte fra cui il San Gerolamo del Beccafumi
e del Gian Lorenzo Bernini; quindi due sale dedicate alla pittura
del Cinquecento, e le seguenti con i protagonisti del Barocco,
con l’idea museografica di Galgano Saracini verificabile
anche nell’aula Pergolesi o stanza ottava della galleria.
Non meno interessante lo studiolo di Galgano con curiosità
naturalistiche e scientifiche. E per finire il nucleo delle battaglie,
del-le nature morte e, tra i ritratti, due tele di Salvator Rosa
e un “Gentiluomo” di Bernardo Strozzi.
Carlo Franza