Nella Prefazione al volume monografico uscito
per i tipi della Collana Archivi di Stato in occasione della sua
mostra in Palazzo del Senato a Milano, il Prof. Salvatore Italia,
Direttore Generale del Ministero dei Beni Culturali, ebbe a scrivere
che “la Gallo ha saputo tradurre nella sua pittura un intimo
senso armonico e uno spirito creativo fuori dal comune”.
Indicazione felice e riassuntiva di un lavoro che Luciana Gallo
va portando avanti da qualche anno e che riassume nel titolo della
recente mostra a Roma al Centrale Ristotheatre, “Confini
e percorsi del Segno”, l’incontro più interessante
con il grande pubblico nazionale.

La mostra si campionava all’interno di un percorso artistico
internazionale che aveva come titolo “Belvedere”,
dando prova di come questo suo lavoro su carta e su tela viva
da qualche tempo un rapporto diretto con l’internazionalità,
e cioè vada a campionare i risvolti più sinceri
e veri di un neoinformale che dagli Stati Uniti all’Europa
intera investe il mondo dell’arte. Il balzo e la crescita
nel mercato e l’attenzione della critica di spessore avvengono
proprio con l’inizio del terzo millennio, pur avendo la
nostra pittrice dato prova di partecipazioni a diverse rassegne
nazionali ed aver avuto la richiesta di opere significative da
diversi Musei d’Arte Contemporanea (Tricase, Martano e Poggiardo).
Il suo apprendistato vanta l’Accademia di Belle Arti di
Brera e l’incontro con la musica e la danza che la segnala
in seno al Teatro alla Scala e in programmi televisivi con Gino
Landi.
Brava, anzi bravissima, nel disegno che usa e porta avanti con
grande facilità. Basti osservare tutti i figurini legati
all’ambiente moda e la capacità di ritrarre parti
del corpo o modelli in posa, in cui il nudo, totale o parziale,
acquisisce e sostiene la calibrata visione della figura che si
carica di gesti, articolazioni, e ritmi.
Non meno belli certi soggetti in cui il sacro vive la sua forza
estrema, specie nel volto di Cristo e nella Crocefissione che
rimane il senso di alfa e omega del mondo. L’impianto figurale
delle immagini si stempera attraverso un segno-colore di stampo
espressionista, ogni segno è una virgola di colore e ogni
colore o tono di esso si carica di pulsioni interne, magmatiche,
che oltre al ritmo organico manifestano il dato fisico e sensuale
di una pittura ormai volta a descrivere più che raccontare.
Questa descrizione che insegue an-che il versante non iconico
o figurale caricandosi come di un moto interno, per avviarsi sul
dato neoinformale che ci pare la sua prova più intensa
e più vitale, trova il suo tempestoso avvio in quello spazio
confine in cui ogni forma si sgretola dando origine a uno sfarfallio
di parti che a volte si sfrangiano e a volte si concentrano, come
un dato astronomico. E’ come leggere un cielo infinito in
cui si volatilizzano parti di un tutto, così che forme
danno corpo, frammenti si dimensionano e lasciano qui intendere
anche l’influenza mortherwelliana.
La Gallo è una pittrice che, pur citando e dialogando con
l’immagine, dà di sé e del suo lavoro una
particolare sicurezza e una sensibile invenzione di un nuovo che
lascia intendere come la pittura per essere vera e certa deve
saper comunicare e trasmettere cariche emozionali forti, degne
di potersi raccontare in poesia, pur raccogliendo gusti e modernità.
Carlo Franza