Storie siriane

 Livio Caputo

Damasco è oggi sul banco degli imputati per la sua politica, ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole: ecco il resoconto di un drammatico reportage di trent’anni fa.

In queste settimane, nei media si parla molto di Siria. Pur senza essere stato incluso nel famoso “asse del male” di George W. Bush, questo Paese mediorientale ha da sempre una pessima fama per la sua occupazione militare del Libano, per avere facilitato il transito a molti fanatici mujaheddin che volevano andare a combattere in Iraq, per fornire armi e sostegno politico all’organizzazione terroristica degli Hezbollah e per molte altre cose ancora. Bashir al Assad, il suo giovane presidente con un passato di oculista a Londra, non si sta rivelando molto migliore di suo padre Hafez, che dopo essere andato al potere con un colpo di Stato governò con pugno di ferro per un terzo di secolo. La vecchia cricca che fa il bello e il brutto tempo da una generazione è ancora al suo posto.
Tutto ciò non mi meraviglia troppo, perché di tutti i Paesi che ho avuto modo di visitare nella mia lunga vita di inviato, la Siria è forse quello che mi ha lasciato il ricordo, se non peggiore, perlomeno più forte.Per quanto siano trascorsi oltre trent’anni, la storia merita di essere raccontata. Eravamo all’inizio del 1974 e il Medio Oriente era ancora in preda alle tensioni provocate dalla guerra del Kippur (ottobre ‘73), quando i Paesi arabi avevano cercato di sorprendere Israele durante un periodo festivo per recuperare i territori perduti sei anni prima e - magari - eliminare una volta per tutte l’esecrata “entità sionista”. Nonostante alcuni effimeri successi iniziali, il tentativo era miseramente fallito: senza l’intervento delle grandi potenze che imposero la fine delle ostilità, gli israeliani, dopo avere messo in rotta gli eserciti nemici, sarebbero probabilmente arrivati al Cairo e a Damasco. Quattro mesi dopo, sul fronte del Sinai le ostilità erano cessate, e con il ritiro delle truppe di Sharon, che nel corso della controffensiva avevano già varcato il canale di Suez, si era tornati allo status quo ante. Su quello del Golan, invece, continuava una specie di guerra d’attrito, con i due eserciti siriano ed israeliano attestati a cavallo delle frontiera che si scambiavano continui colpi di artiglieria.
La direzione di “Epoca” decise che questo conflitto latente valeva un reportage, e chiese all’ambasciata di Siria il visto per il sottoscritto e per il fotografo Mauro Galligani. Mentre lo aspettavamo, scoprimmo un motivo in più per recarci a Damasco: il settimanale britannico “Observer” rivelò che, per ritorsione contro Israele, il regime aveva scatenato una feroce campagna contro i 4.500 ebrei che vivevano ancora nel ghetto della capitale e che alcune ragazze che avevano cercato di sottrarsi alle persecuzioni fuggendo in direzione del Golan erano state intercettate e brutalmente sgozzate. Se fossimo riusciti a verificare come era realmente la situazione, sarebbe stato uno scoop mondiale.
Il problema era duplice. Da un lato, bisognava trovare il modo di entrare, con il consenso dei siriani o senza, in un ghetto dove nessun giornalista era stato ammesso da vent’anni; dall’altro, bisognava stabilire un contatto con qualche esponente della comunità ebraica di Damasco, perché si fidasse a raccontarci la verità.
Andai perciò a trovare il rabbino Toaff, chiedendogli una lettera di presentazione per il suo collega siriano. Sapendo che la mia intenzione era di denunciare la repressione, non ebbe difficoltà a farmela, formulandola in maniera da non lasciare dubbi al destinatario ma anche da non comprometterlo troppo se fosse stata scoperta. Commise tuttavia un errore che, come vedremo, stava per costarmi caro: la scrisse a mano su carta extra-strong, non facilmente distruggibile.
Infine, con il messaggio nascosto in una scarpa, Mauro ed io partimmo per Damasco, dove ci installammo all’Hotel Semiramis. Il nostro piano era di realizzare prima il servizio sul Golan, che richiedeva la piena collaborazione delle autorità siriane, e affrontare il problema della comunità ebraica solo in seconda battuta, magari avvalendoci dei contatti stabiliti nel frattempo. Presentammo perciò la nostra richiesta di visita al fronte al ministero della Difesa, retto - allora come oggi - dal generale Tlass, amico e sodale del presidente Assad.
Cominciò una lunga attesa. Ogni giorno passavamo all’ufficio del ministro per vedere a che punto stava la pratica, ogni giorno ci veniva fornita una risposta evasiva. L’ambasciatore d’Italia, Maurizio Bucci, era interceduto subito a nostro favore, ma neppure lui riusciva a ottenere il famoso lasciapassare. Una sera, tuttavia, ebbe un’idea geniale: “Personalmente” mi disse” credo di avere giocato tutte le mie carte, ma lei ne ha ancora una. Non è un mistero che Tlass ha una vera infatuazione per Gina Lollobrigida e darebbe non so che cosa per conoscerla. Se riuscisse a mettere di mezzo lei….”
Detto fatto: corsi in albergo e chiamai al telefono Antonietta Garzia, efficientissima segretaria della redazione romana e amica dell’attrice: “Antonietta” le dissi” non chiedere spiegazioni, ma abbiamo bisogno urgente del tuo aiuto: compra una copia del nuovo libro di fotografie della Gina nazionale, portaglielo, falle fare una dedica così concepita: [Al generale Tlass, eroe della rivoluzione siriana, con tutta la mia ammirazione] e mandamela per corriere espresso a Damasco.”
Tre giorni dopo tornai al Ministero e annunciai che dovevo recapitare personalmente al generale un dono di Gina Lollobrigida. Fu una specie di “apriti sesamo”: un’ora dopo fui introdotto, con il mio pacco, nell’immenso e fino a quel momento inaccessibile ufficio di Tlass. Il generale, con un sorriso grande così, si alzò dalla scrivania e mi venne incontro per stringermi la mano.
Da quel momento, tutto divenne facile: all’alba del giorno dopo, un colonnello dello stato maggiore venne a prenderci in albergo con una jeep russa nuova fiammante per portarci sulle alture del Golan e mostrarci tutto quello che ci interessava. Quando, giunti in prima linea, Mauro Galligani si lamentò perché, contrariamente alle informazioni in nostro possesso, non stava accadendo nulla e perciò nulla c’era da fotografare, ordinò subito a una batteria di entrare in azione, scatenando per tutta risposta un diluvio di cannonate israeliane. Clic, clic, clic, ecco pronto un reportage che nessuno aveva mai fatto.
Una volta assicurato il primo servizio, passammo al secondo. Nel ringraziare il ministro per la sua cortesia, buttai là che forse il governo avrebbe potuto approfittare della nostra presenza per sfatare le notizie che circolavano in Europa su presunte persecuzioni contro gli ebrei e che stavano nuocendo molto alla reputazione della Siria. Per consentirci di rendere questo servizio al Paese, doveva lasciarci visitare, sia pure accompagnati, il ghetto e parlare con i suoi abitanti. Tlass, tuttora in estasi per il dono ricevuto, non si fece pregare più di tanto: chiamò un aiutante perché organizzasse, in collaborazione con la polizia, l’ispezione per l’indomani. La sera, facendo attenzione a non essere seguito, andai dal rabbino indicatomi da Toaff, mi feci riconoscere come “amico”, lo indussi a spiegarmi come stavano veramente le cose e gli chiesi consiglio sul modo migliore di documentarlo: “La situazione è disastrosa” mi confermò” ma se lei si presenta in compagnia dei poliziotti siriani, i miei correligionari le diranno che tutto va benissimo. Ma farò in modo che lungo il probabile percorso che le faranno fare lei possa vedere qualcosa”.
Il mattino seguente, scortati da una specie di commissario politico e da quattro poliziotti con la faccia di tagliagole, entrammo nel ghetto. Tutto sembrava tranquillo, pulito, oserei dire asettico, ma non c’era nessuno in giro. Era come se tutti gli abitanti si fossero dileguati, o almeno che vivessero rintanati in casa.
Prima tappa, la sinagoga: il giovane rabbino “collaborazionista”, che aveva preso il posto del titolare incontrato la sera prima, ci fece un quadro idilliaco della situazione: le autorità siriane erano, più che collaborative, addirittura protettive, tutti si sentivano tranquilli, nessun membro della comunità aveva sofferto persecuzioni, se qualcuno aveva tentato di andarsene lui non ne sapeva nulla. A ogni sua parola, un assistente annuiva gravemente.
Seconda tappa, un negoziante: stessi discorsi rassicuranti, stessa musica, anche se ebbi l’impressione, da qualche occhiata furtiva che mi lanciava quando gli energumeni della polizia erano distratti, che volesse farmi capire che mi stava mentendo. Noi registravamo tutto, scattando foto di maniera che - ce ne rendevamo perfettamente conto - non rendevano affatto la reale atmosfera del luogo.
Fu durante il trasferimento dalla prima bottega a un’altra che avvenne l’imprevisto. Sul tetto di una casa lungo il nostro cammino comparvero tre donne, che si misero a gridare in francese per richiamare la mia attenzione. Urlavano a squarciagola “I siriani ci stanno massacrando”, “Aiutateci, che qui ci uccidono tutti”, e accompagnavano le loro parole con gesti eloquenti, come quello di passarsi il taglio della mano sulla gola. Pochi istanti dopo, altre donne comparvero alla finestra di una casa di fronte gesticolando a loro volta. Da grande professionista, Mauro cominciò immediatamente a registrare la scena. I gorilla, colti di sorpresa, non se ne accorsero subito, e passò qualche secondo prima che gli balzassero addosso per impedirgli di proseguire. A mia volta, mi buttai su di loro, inveendo e minacciando di denunciare il loro comportamento al generale Tlass. Approfittando dello scompiglio, Mauro riuscì a fare ancora qualche foto, e soprattutto a resistere al tentativo di confiscargli subito la Nikon.
Ritiratesi le donne, il commissario politico disse che dovevamo subito interrompere la visita, ma forse intimorito dal mio rapporto con il ministro, non ebbe il coraggio di arrestarci subito e sin limitò a riaccompagnarci in albergo, invitandoci a non muoverci di lì. Prima di prendere iniziative più drastiche aveva bisogno di istruzioni, e per fortuna i cellulari non esistevano ancora. Ma sul fatto che eravamo nei guai non c’erano dubbi: avevamo in mano del materiale incendiario, e dovevamo salvarlo ad ogni costo nel pochissimo tempo che avevamo a disposizione. La prima idea fu di affidarlo all’ambasciata, ma non potevamo uscire e non ci sembrò il caso di chiedere a Bucci di venirlo a prendere: troppo compromettente per tutti. Ci limitammo ad avvertirlo che, se non avesse avuto nostre notizie nelle ore successive, cominciasse a interessarsi presso le autorità della nostra sorte. Pensammo invece di nascondere il rotolo con le foto delle donne, ma in due stanze d’albergo era difficile individuare un posto dove una polizia efficiente come quella siriana non avrebbe cercato. Infine Mauro ebbe un’idea: chiuderlo in un sacchetto di plastica stagno e incollarlo, con un nastro adesivo, all’interno del tubo di scarico del gabinetto, il più in fondo possibile. Avevamo appena completato l’operazione che quattro agenti, diversi da quelli che ci avevano scortato nel ghetto, irruppero nella stanza e ci ordinarono di seguirli. Sotto, ci aspettava una camionetta nera che somigliava molto a un cellulare. Un quarto d’ora, entravamo in un cupo edificio che, ci fu detto più tardi, era il quartier generale dei servizi di sicurezza e fummo rinchiusi in uno stanzone in attesa di essere interrogati.
Fu a questo punto che mi ricordai che avevo ancora su di me il salvacondotto del rabbino Toaff, e che se me l’avessero trovata avrei potuto essere accusato di essere una spia israeliana. Ma come fare a sbarazzarmene? Bisognava trovare il modo di inghiottirlo, senza peraltro farsi notare da chi, di certo, seguiva i nostri movimenti attraverso uno spioncino. Bisognava anche rendere in qualche modo plausibile una lunga masticazione. Per fortuna, Mauro era un instancabile consumatore di chewing gum.
“Mi dai per favore una delle tue gomme?”gli chiesi. “Ma come” replicò” mi prendi sempre in giro per questo, e adesso ti ci metti anche tu?”. “Forse sono un po’ nervoso” risposi. “Comunque, di gomme me ne servirebbero anche due”.
Dopo avere, ostentatamente, messo in bocca i due chewing gum, riuscii a infilarvi, voltando le spalle allo spioncino, anche la lettera, e cominciai a macinare il tutto. La maledetta carta extra-strong non voleva sciogliersi, e temevo che se l’avessi inghiottita troppo presto mi sarei strozzato. Comunque, riuscii a mandarla giù (e a sputare finalmente la gomma) prima che venissero a prenderci.
Seguirono undici interminabili ore di interrogatorio, con uno scriba che registrava le nostre risposte scrivendo a mano, con lentezza non so quanto studiata, su un registro. Le domande ci sembravano spesso assurde e poco pertinenti, ma era probabilmente un modo per sfiancarci. Non ci fu tortura, ma una forte pressione psicologica, accentuata dal fatto che, per quanto chiedessimo, non ci davano neppure da bere. Evidentemente, avevano bisogno di tempo per sviluppare le pellicole che – come costatammo più tardi - erano andati subito a sequestrare nelle nostre stanze buttandole letteralmente sottosopra.
Per fortuna, non avevano trovato quella delle donne; e quando, verso le undici di sera, ci misero davanti tutto il materiale – le foto scattate sul Golan e quelle del ghetto prima dell’incidente – raccontammo loro che, nella confusione, Mauro non era in realtà riuscito a scattare alcuna immagine. Non so se ci credettero del tutto, ma un po’ per la mancanza del corpo del reato, un po’ perché l’ambasciatore nel frattempo si era dato da fare, un po’ perché in fondo eravamo ancora sotto l’ala protettrice della Gina nazionale, all’una di notte ci restituirono il materiale e ci rimisero in libertà.
Rientrati in albergo, recuperammo felicemente la pellicola nascosta, gettammo le nostre cose nelle valigie e ci precipitammo all’aeroporto. Alle 5.30, infatti, partiva da Damasco l’unico volo settimanale per Roma. C’era posto solo in prima, ma non era il caso di badare a spese. Quando lasciammo lo spazio aereo siriano, ordinammo dello champagne e, nonostante l’ora insolita, ci prendemmo una meritata sbronza.
Quando le foto del ghetto uscirono su Epoca, fecero sensazione, e furono subito comprate da Paris-Match, Life e altre importanti riviste. La Siria si trovò in notevoli difficoltà a negare che nel ghetto di Damasco i diritti dell’uomo non venivano esattamente rispettati. Ricevetti anche una telefonata dell’ambasciatore israeliano a Roma, che mi chiese l’autorizzazione a usare il materiale per un opuscolo di propaganda, e che cosa desideravo in cambio. “La prima intervista con il nuovo primo ministro Rabin” risposi. Quindici giorni dopo, fui convocato a Tel Aviv.
Sono certo che oggi nessuno a Damasco si ricorda più di questa vicenda, ma io, prudentemente, ho deciso di non tornare in Siria, dove il generale Tlass è ancora al suo posto e non credo che i servizi segreti abbiano cambiato i loro metodi. Ma un seguito indiretto la storia l’ha avuta, quando nel 1994 l’Unione Europea prese la (a mio avviso improvvida) decisione di togliere l’embargo alla vendita di armi alla Siria. Ero allora sottosegretario agli Esteri e, in assenza del ministro, rappresentavo l’Italia al Consiglio Affari Generali. Non potevo più oppormi alla risoluzione, ma quando il ministro degli Esteri di Damasco, Faruq al Sharaa – anche lui ancora in carica - invece di impegnarsi a un atteggiamento più collaborativo nei confronti della crisi mediorientale lanciò un violento e arrogante attacco ad Israele, non potei trattenermi e, unico tra i quindici, gli risposi per le rime. A seduta chiusa, il segretario generale del Consiglio mi sussurrò: “La ringrazio, almeno ha salvato l’onore dell’Europa”. La cosa mi fece molto piacere, ma temo che il mio intervento non sia servito a nulla.

Livio Caputo