La consulenza filosofica e l’arte medica

 Adriano Pessina

Che cosa c’entra la filosofia con la medicina? Quale contributo può mai dare il filosofo al medico e per quale motivo un medico dovrebbe interessarsi di filosofia? E poi, in che modo, e quale filosofia studiare?

La maggior parte delle persone (e anche molti professori di filosofia) pensano che la filosofia si occupi di problemi filosofici e, quindi, non possa interessare coloro che hanno altri problemi, problemi concreti come quelli che si incontrano sul terreno della salute e della malattia. Inoltre, molti credono che si possa filosofare soltanto aderendo a qualche corrente filosofica, così che si debba essere utilitaristi o kantiani, tomisti o hegeliani, e via dicendo. Non è perciò difficile capire perché molti considerino la filosofia un ornamento culturale che praticano i filosofi tra di loro: al massimo si può andare ad ascoltarli a teatro, come attori che recitano canovacci tanto interessanti quanto fuori dalle questioni della quotidianità. Ma sono convincimenti erronei, per quanto diffusi e condivisi. La filosofia non si occupa di problemi filosofici, ma si occupa dei molteplici problemi dell’esistenza e della realtà secondo una prospettiva che non è quella delle scienze sperimentali o della teologia.

La formazione filosofica potrebbe fornire un serio contributo all’arte medica, non soltanto al livello della corretta valutazione etica della prassi medica, ma anche nell’ambito della comunicazione personale tra medico e paziente e tra i medici stessi.

Nella riflessione bioetica non sempre trovano un’ adeguata collocazione quelle situazioni esistenziali che potremmo genericamente definire attraverso la nozione di disagio.
Nell’esperienza della malattia, propria o altrui, nell’ambito delle decisioni di confine che si situano tra la vita e la morte, ma anche nella quotidiana serie delle relazioni interpersonali, emergono situazioni nelle quali risulta difficile capire che cosa si sta facendo, che cosa si vuole veramente, come agire e su quali basi agire. La nostra cultura sembra attrezzata a trattare il disagio soltanto classificandolo in qualche forma del patologico: angoscia, disperazione, ansia, confusione, incertezza, vengono prese in considerazione soltanto se si riesce a classificarle all’interno di un disturbo riconosciuto del comportamento. Ma molti di questi disagi, a ben vedere, sono assolutamente normali perché, come ci insegna la riflessione filosofica, appartengono alla condizione umana, che è la condizione di un essere profondamente caratterizzato dalla libertà e dal suo potere destabilizzante. Se fossimo automi coscienti non avremmo desideri che contrastano con le possibilità reali, non faremmo l’esperienza della promessa, del pentimento, della sofferenza, non coglieremmo le difficoltà della scelta.
Alcuni medici sono soliti ricorrere allo psicologo (lo specialista della psiche) o convocare lo psichiatra per affrontare disagi esistenziali che vengono rapidamente catalogati in qualche caso già noto. Altri si ispirano a ciò che amano definire il “buon senso”, cioè, ricorrono, in modo più o meno consapevole ed avvertito, allo sfondo di una loro personale sapienza esistenziale che hanno appreso nella loro educazione giovanile. Ma tutto ciò, ovviamente, non basta, perché o è troppo o è troppo poco per fornire risposte adeguate e pertinenti. I nostri disagi (e quelli altrui) richiedono un’attenta e paziente chiarificazione esistenziale e, per quanto analoghi tra loro, sono sempre individuali e rientrano solo forzatamente nella casistica psicologica.
Molte questioni concrete (non dico tutte) potrebbero trovare una maggior comprensione se soltanto venissero rilette all’interno di una più adeguata ed articolata concezione dell’esistenza umana, che soltanto una certa formazione filosofica può dare.
Un’idea di come anche il medico potrebbe utilizzare nella sua prassi clinica un approccio filosofico (e non ideologico) nella relazione con i pazienti e i parenti ci è data dalla recente esperienza della pratica filosofica, definita anche consulenza filosofica.

Inventata dal filosofo G. B. Achenbach negli anni ottanta, come riedizione della classica saggezza filosofica, la consulenza filosofica si è lentamente trasformata anche in una professione che si sta affacciando in Italia, dopo aver conosciuto una certa diffusione in Europa e negli U.S.A..

Per comprendere il significato della consulenza filosofica si può leggere il testo che ne costituisce, per così dire, il profilo teorico, e cioè il volume di G. B. Achenbach, Philosophische Praxis, del 1987, ora tradotto in italiano con il titolo La consulenza filosofica (Apogeo, Milano 2004).
Le riflessioni di Achenbach (autore che, confesso, ho scoperto solo recentemente) collocano la consulenza filosofica in quella che io definirei il prendersi cura dei disagi dell’esistenza soggettiva. La proposta è, per certi versi, tanto disarmante quanto, a mio avviso, pertinente. L’ospite (così viene definito colui che si rivolge al filosofo) di questa consulenza non è qualcuno che voglia avere nozioni di filosofia, né intende essere informato su che cosa pensano i filosofi di qualche determinato problema, ma è una persona che vuole essere aiutato a chiarificare i problemi che sta vivendo: non vuole teorie già pronte, né si aspetta di essere classificato in un caso, ma chiede di essere compreso e di essere portato a comprendere ciò che sta vivendo e facendo. Ciò che colpisce nella proposta di Achenbach è la sfida intellettuale alla filosofia e alla sua funzione sociale: o meglio, è la sfida alla figura del filosofo e alla sua competenza. Se il filosofo è colui che si occupa di questioni filosofiche e se la sua competenza è quella di uno storico, allora l’unica consulenza che ci si aspetta da lui è, al massimo, una lezione di filosofia, una ripetizione privata. Ma se la filosofia si occupa di cose reali, di persone, di relazioni interpersonali e se il filosofo è qualcuno che, attraverso lo studio dei contributi filosofici del passato ha affinato un certo modo di pensare e di considerare la realtà, allora può davvero fornire una consulenza.
La filosofia così come è presentata da Achenbach può allora interessare davvero il medico: la sua attività di consulenza clinica e terapeutica potrebbe essere arricchita da un bagaglio di letture e da una formazione filosofica adeguata e precisa. Non si tratta della riedizione di una impossibile, nostalgica e, forse, persino ideologica figura del medico filosofico, ma di una via percorribile per rendere operativa quell’esigenza di uscire dal paternalismo medico senza per questo trasformare la medicina in una pura prestazione d’opera tecnicamente corretta. La prassi medica quotidiana potrebbe trovare giovamento da un suo arricchimento filosofico e la psicologia e la psichiatria potrebbero essere agevolate nel circoscrivere meglio il loro territorio. Vale la pena di pensarci, seriamente.

Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano