Che
cosa c’entra la filosofia con la medicina? Quale contributo
può mai dare il filosofo al medico e per quale motivo un
medico dovrebbe interessarsi di filosofia? E poi, in che modo,
e quale filosofia studiare?
La maggior parte delle persone (e anche molti professori di filosofia)
pensano che la filosofia si occupi di problemi filosofici e, quindi,
non possa interessare coloro che hanno altri problemi, problemi
concreti come quelli che si incontrano sul terreno della salute
e della malattia. Inoltre, molti credono che si possa filosofare
soltanto aderendo a qualche corrente filosofica, così che
si debba essere utilitaristi o kantiani, tomisti o hegeliani,
e via dicendo. Non è perciò difficile capire perché
molti considerino la filosofia un ornamento culturale che praticano
i filosofi tra di loro: al massimo si può andare ad ascoltarli
a teatro, come attori che recitano canovacci tanto interessanti
quanto fuori dalle questioni della quotidianità. Ma sono
convincimenti erronei, per quanto diffusi e condivisi. La filosofia
non si occupa di problemi filosofici, ma si occupa dei molteplici
problemi dell’esistenza e della realtà secondo una
prospettiva che non è quella delle scienze sperimentali
o della teologia.
La formazione filosofica potrebbe
fornire un serio contributo all’arte medica, non soltanto
al livello della corretta valutazione etica della prassi medica,
ma anche nell’ambito della comunicazione personale tra medico
e paziente e tra i medici stessi.
Nella riflessione bioetica non sempre trovano un’ adeguata
collocazione quelle situazioni esistenziali che potremmo genericamente
definire attraverso la nozione di disagio.
Nell’esperienza della malattia, propria o altrui, nell’ambito
delle decisioni di confine che si situano tra la vita e la morte,
ma anche nella quotidiana serie delle relazioni interpersonali,
emergono situazioni nelle quali risulta difficile capire che cosa
si sta facendo, che cosa si vuole veramente, come agire e su quali
basi agire. La nostra cultura sembra attrezzata a trattare il
disagio soltanto classificandolo in qualche forma del patologico:
angoscia, disperazione, ansia, confusione, incertezza, vengono
prese in considerazione soltanto se si riesce a classificarle
all’interno di un disturbo riconosciuto del comportamento.
Ma molti di questi disagi, a ben vedere, sono assolutamente normali
perché, come ci insegna la riflessione filosofica, appartengono
alla condizione umana, che è la condizione di un essere
profondamente caratterizzato dalla libertà e dal suo potere
destabilizzante. Se fossimo automi coscienti non avremmo desideri
che contrastano con le possibilità reali, non faremmo l’esperienza
della promessa, del pentimento, della sofferenza, non coglieremmo
le difficoltà della scelta.
Alcuni medici sono soliti ricorrere allo psicologo (lo specialista
della psiche) o convocare lo psichiatra per affrontare disagi
esistenziali che vengono rapidamente catalogati in qualche caso
già noto. Altri si ispirano a ciò che amano definire
il “buon senso”, cioè, ricorrono, in modo più
o meno consapevole ed avvertito, allo sfondo di una loro personale
sapienza esistenziale che hanno appreso nella loro educazione
giovanile. Ma tutto ciò, ovviamente, non basta, perché
o è troppo o è troppo poco per fornire risposte
adeguate e pertinenti. I nostri disagi (e quelli altrui) richiedono
un’attenta e paziente chiarificazione esistenziale e, per
quanto analoghi tra loro, sono sempre individuali e rientrano
solo forzatamente nella casistica psicologica.
Molte questioni concrete (non dico tutte) potrebbero trovare una
maggior comprensione se soltanto venissero rilette all’interno
di una più adeguata ed articolata concezione dell’esistenza
umana, che soltanto una certa formazione filosofica può
dare.
Un’idea di come anche il medico potrebbe utilizzare nella
sua prassi clinica un approccio filosofico (e non ideologico)
nella relazione con i pazienti e i parenti ci è data dalla
recente esperienza della pratica filosofica, definita anche consulenza
filosofica.
Inventata dal filosofo G. B. Achenbach
negli anni ottanta, come riedizione della classica saggezza filosofica,
la consulenza filosofica si è lentamente trasformata anche
in una professione che si sta affacciando in Italia, dopo aver
conosciuto una certa diffusione in Europa e negli U.S.A..
Per
comprendere il significato della consulenza filosofica si può
leggere il testo che ne costituisce, per così dire, il
profilo teorico, e cioè il volume di G. B. Achenbach, Philosophische
Praxis, del 1987, ora tradotto in italiano con il titolo La consulenza
filosofica (Apogeo, Milano 2004).
Le riflessioni di Achenbach (autore che, confesso, ho scoperto
solo recentemente) collocano la consulenza filosofica in quella
che io definirei il prendersi cura dei disagi dell’esistenza
soggettiva. La proposta è, per certi versi, tanto disarmante
quanto, a mio avviso, pertinente. L’ospite (così
viene definito colui che si rivolge al filosofo) di questa consulenza
non è qualcuno che voglia avere nozioni di filosofia, né
intende essere informato su che cosa pensano i filosofi di qualche
determinato problema, ma è una persona che vuole essere
aiutato a chiarificare i problemi che sta vivendo: non vuole teorie
già pronte, né si aspetta di essere classificato
in un caso, ma chiede di essere compreso e di essere portato a
comprendere ciò che sta vivendo e facendo. Ciò che
colpisce nella proposta di Achenbach è la sfida intellettuale
alla filosofia e alla sua funzione sociale: o meglio, è
la sfida alla figura del filosofo e alla sua competenza. Se il
filosofo è colui che si occupa di questioni filosofiche
e se la sua competenza è quella di uno storico, allora
l’unica consulenza che ci si aspetta da lui è, al
massimo, una lezione di filosofia, una ripetizione privata. Ma
se la filosofia si occupa di cose reali, di persone, di relazioni
interpersonali e se il filosofo è qualcuno che, attraverso
lo studio dei contributi filosofici del passato ha affinato un
certo modo di pensare e di considerare la realtà, allora
può davvero fornire una consulenza.
La filosofia così come è presentata da Achenbach
può allora interessare davvero il medico: la sua attività
di consulenza clinica e terapeutica potrebbe essere arricchita
da un bagaglio di letture e da una formazione filosofica adeguata
e precisa. Non si tratta della riedizione di una impossibile,
nostalgica e, forse, persino ideologica figura del medico filosofico,
ma di una via percorribile per rendere operativa quell’esigenza
di uscire dal paternalismo medico senza per questo trasformare
la medicina in una pura prestazione d’opera tecnicamente
corretta. La prassi medica quotidiana potrebbe trovare giovamento
da un suo arricchimento filosofico e la psicologia e la psichiatria
potrebbero essere agevolate nel circoscrivere meglio il loro territorio.
Vale la pena di pensarci, seriamente.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano