Evasioni Culturali - PEDRO JUAN GUTIERREZ

 Stenio Solinas

Nel 1998 lo scrittore cubano Pedro Juan Gutierrez fece un viaggio in Europa per promuovere la sua Trilogia sucìa de la Habana (Trilogia sporca dell’Avana, Edizioni E/O 608 pagine), una raccolta di racconti che a cinque anni dalla sua uscita era stata tradotta in 14 Paesi, ma non era mai stata pubblicata in patria. Al suo rientro a Cuba si trovò senza lavoro: i giornali e la televisione nazionale, di cui per più di vent’anni era stato una firma e un volto noto, gli chiusero le porte in faccia, nessuna spiegazione ufficiale gli venne data, nessuna lettera di licenziamento gli venne recapitata. “È da allora - ha raccontato Gutierrez in più di un’intervista - che sono un fantasma dell’Avana. Ancora oggi c’è gente, soprattutto della televisione, che mi conosce benissimo e non mi saluta più. È gente che quando mi incontra, mi gira letteralmente le spalle”.
Ambientata negli anni Novanta, la Trilogia racconta un momento particolare della storia dell’isola, segnato da quella estate del 1994 quando Castro, per allentare la tensione sociale esplosa in una grande manifestazione di protesta, ordinò alla guardia costiera cubana di non osteggiare la fuga dall’isola. Ottantamila cubani si riversarono allora in Florida, affrontando il braccio di mare che separa Cuba dagli Stati Uniti su mezzi di fortuna, zattere improvvisate, canotti, barchini. Alcune migliaia morirono durante la traversata. Come scrive Gutierrez: “La miseria stava distruggendo tutto e tutti, dentro e fuori. Era la fase del si salvi chi può, dopo quella del socialismo e del non mordere la mano che ti dà la pappa. Così, fanculo la compassione e tutto il resto” .
Nato nel 1950, Gutierrez ha oggi superato i cinquant’anni e per quanto sia, per sua stessa ammissione, “un fantasma all’Avana” è uno di quei fantasmi ben presenti e vivi, che si aggirano per l’isola e che ci costringono a interrogarci sulle contraddizioni, i fallimenti e le lacerazioni che il castrismo si porta con sé. Si badi bene, l’autore della Trilogia non è uno scrittore politico, qualsiasi cosa voglia dire questa classificazione: non è un “gusano”, ovvero un controrivoluzionario, non è un teorico del liberalismo, non è un intellettuale schierato in difesa dei diritti civili…

   

Probabilmente non è tutto questo e altro ancora perché se lo fosse, in maniera aperta, in maniera totale, non scriverebbe più una riga e trascorrerebbe le sue giornate in qualche prigione, il tempo necessario per fargli perdere la passione letteraria che gli consente di scrivere e la salute psicofisica che gli permette di sopravvivere. E tuttavia il suo è un caso esemplare, quello cioè di uno scrittore che, tolto dal suo ambiente, dal suo mondo, sarebbe come una pianta cui fosse stata tolta la linfa che le permette di fiorire. Gutierrez non vuole espatriare, non vuole essere un esule, non vuole godere all’estero di quella popolarità e di quella sia pur minima tranquillità economica che un pubblico e una critica internazionale potrebbero dargli. Preferisce restare dov’è, pagare un prezzo, ma restare quello che è. Uno scrittore libero nonostante Castro. Uno scrittore cubano grazie a Cuba.
Fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Cuba esercitò tra gli intellettuali europei il massimo dell’attenzione, e il perché era facilmente comprensibile. Non era il consumismo grigio, noioso e fallimentare d’oltrecortina, né la burocratizzazione di una fede come in URSS, e neppure il terrificante egualitarismo maoista. Era il trionfo di un’avventura nazionalista al sole dei Tropici, di un Davide colorato, pieno di vita, sesso e fede contro il Golia delle multinazionali e dello sfruttamento. Era un’immagine con forti elementi di illusione, naturalmente, e Regis Debray, l’intellettuale francese che fu a fianco del Che in Bolivia, lo ha ben raccontato in un libro di memorie in cui fa lucidamente i conti con se stesso “Degli hidalgo travestiti da guerriglieri alla testa di un’armata di contadini scambiati per proletari: un caudillo all’antica trasformato in leader d’avanguardia; dei dirigenti anti imperialisti impastati di cultura imperiale, tutti presi dall’American way of life… baseball, ice-cream, strip… che ricambiavano con l’odio di un amore deluso (nessuno più americano maniaco e, nel profondo, americanofilo di Fidel Castro); senza Dio predicanti le crociate; puritani con disgusto d’ogni calcolo economico immersi nei manuali di economia politica; figli di Bolivar trascinatisi a giurare su Marx, il quale detestava Bolivar…”.

   

Oggi Castro è un personaggio grottesco, e il Che un’icona pop. Se si governa una nazione per mezzo secolo e non si è re per diritto divino, siamo alla satrapia. Quanto all’altro, finire nelle canzoni di Jovanotti con Madre Teresa e non so più chi, dà l’idea di come la ruota del tempo giri e trasformi la tragedia in farsa. Ciò non toglie nulla ai motivi e alle ragioni di una fascinazione antica non solo a sinistra, ma anche a destra, pur con tutte le cautele, i fraintendimenti e gli aggiustamenti del caso, ai tempi in cui destra e sinistra esistevano ancora. Perché, volenti o nolenti, Castro aveva dato a Cuba una dignità nazionale che prima le era ignota e le varie amministrazioni USA, a cominciare da Kennedy, si erano comportate in modo dissennato nei confronti dell’Avana. Sono cose che valgono tuttora e che nulla tolgono al regime poliziesco di Castro, anacronistico e fallimentare. Guillermo Cabrera Infante e Carlos Franqui, due fra gli oppositori storici del Lider maximo, furono al suo fianco nella cacciata di Battista. Una ragione ci sarà stata e la si può trovare in una sorta di riscossa patriottica, in un voler essere artefici della propria storia e non semplici comparse.
Un’eco di tutto ciò che è nei comportamenti e nelle scelte dell’autore della Trilogia sporca dell’Avana, non fosse altro che un’eco passiva, la consapevolezza di una specificità, il desiderio di non legare il proprio essere se stessi soltanto a una lingua, a una professione, al successo, alla memoria, ma a quello che si è, a quello che si ha intorno, nel bene come nel male. Dice Gutierrez che “con due milioni e mezzo di cubani emigrati, e fra questi scrittori, artisti, musicisti, cineasti, gente di gran valore, la vita culturale è abbastanza opaca, in confronto a quella che è sempre stata, dagli anni Cinquanta in poi. Il periodo speciale degli anni novanta non è stato solo segnato dalla fame più nera, ma è stato terribile in tutti i sensi, l’esodo è stato fulminante”. La sua Trilogia racconta proprio questo, la perdita delle illusioni, la scomparsa delle certezze, la lotta quotidiana per la sopravvivenza, l’arte di arrangiarsi, la volontà di non lasciarsi andare, la tentazione di farla finita. Gutierrez usa un linguaggio forte, descrive realtà e sentimenti primordiali, mischia musica, sesso, violenza e sporcizia come elementi portanti di una visione del mondo in cui gli aspetti misterici, i riti tradizionali, le superstizioni si uniscono alla realtà banalmente terribile della prostituzione, della corruzione, dello sfascio istituzionale.

 

I tre titoli che compongono la trilogia dicono come meglio non si potrebbe cosa essa racconta. “Ancorato alla terra di nessuno”, il primo, è la spiegazione del perché, comunque, da quella terra l’autore non se ne voglia andare. “Senza niente da fare”, il secondo, racconta la quotidianità di chi, giorno dopo giorno, deve inventarsi un’occupazione dal momento che quella ufficiale gli è stata puntualmente tolta. “Sapore di me”, l’ultimo, è la strenua difesa della propria condizione di individuo, la speranza in se stessi nonostante tutto e tutti.
Paragonato a Bukowski (paragone che Gutierrez non ama e respinge, probabilmente perché vero), Gutierrez è nella Trilogia più un reporter che un romanziere. Non costruisce una storia, non inserisce dei protagonisti con una biografia che vada al di là delle contingenze, del racconto. Fa scorrere davanti al lettore un impressionante susseguirsi di istantanee, di incontri, sbronze, atti sessuali, accoltellamenti, imbrogli, meschinità, violenza privata.
Una epopea spietata eppure umana. Una nazione corrotta eppure bella. Una città malata eppure vitale. Si capisce benissimo perché in patria sia un fantasma.

Stenio Solinas