Non
so se anche a qualcuno dei lettori abbiano fatto lo stesso effetto.
Stiano parlando delle “celebrazioni” (se è
il caso di chiamarle così) postume in ricordo di Marco
Pantani ad un anno dalla sua scomparsa. E il conseguente fastidio
che al sottoscritto ha suscitato il movimento mediatico che le
ha accompagnate. D’accordo; partiamo dal presupposto che
in assoluta buona fede si volesse ricordare un grandissimo atleta
che ha incontrato sulla propria strada un avversario subdolo.
Ma talmente perfido e tremendo da annullare sino alla morte un
fenomeno della bicicletta. Quello che però appare a mio
avviso stridente è l’eccessiva dose di servizi speciali,
di paginone-ricordo e di altri evitabilissimi “coccodrilli”
che cercassero in qualche modo di tener vivo il ricordo di un
campione alla fine vinto comunque dalla droga.
Non è facile cercare di esprimere tali ragionamenti su
Pantani senza rischiare l’accusa di moralismo eccessivo.
Ammetto. Non lo conoscevo di persona. E se devo essere sincero
fino in fondo le emozioni che ha regalato a milioni di italiani
non le ho vissute come avrei dovuto. Ovvero da appassionato dello
sport in generale affascinato da un fuoriclasse che scalava montagne
con facilità irrisoria e faceva gonfiare il petto (tra
Giro e Tour de France) ai nazionalisti nostrani.
Credo
sia una premessa doverosa per poi spiegare come ,nonostanze tali
distanze, il parlarne con tali toni enfatici e con una eccessiva
dose di rimpianti possa alla fine arrecarmi un certo fastidio.
Non tanto per l’atleta, straordinario e di certo dotato
da madre natura di incredibili mezzi. Quanto piuttosto per la
perdita di un uomo che in molti (forse troppi) ci raccontano tanto
incredibile umanamente quanto debole.
Volete sapere da dove arriva allora tale disagio nell’aver
visto trattata nel complesso la vicenda Pantani? Semplice. Dall’ipocrisia
che ne ha accompagnato vita, morte e purtroppo anche il ricordo
di questi giorni appena trascorsi.
È risaputo che quando si è un numero uno, tutti
sono pronti ad esserti amici. Marco, non lo metto in dubbio, di
amici ne avrà avuti parecchi. Così come persone
che provavano affetto sincero nei suoi confronti. Ma quello che
non convince è il lasso di tempo in cui la sua tragedia
si compie.
Il
fulmine a ciel sereno che ne minerà la credibilità
sportiva (lo stop al giro d’Italia con l’accusa di
doping) è datato 1999.
Un anno che comincia alla grande: Pantani sembra destinato a dominare
in Italia e all’estero. Al Giro si prende la maglia rosa
e vince quattro tappe. Proprio sulle rampe della strada che sale
da Pinzolo verso la località delle Dolomiti di Brenta se
ne va solo, alla sua maniera, con uno scatto secco, per tutti
irresistibile. Sarà l’ultimo toccante quanto romantico
gesto atletico del vero Marco Pantani. Il mattino successivo alla
trionfale vittoria di Madonna di Campiglio, viene fermato: un
controllo rivela che il suo ematocrito è troppo alto, fuori
norma.
Da qui inizia il dramma personale dell’uomo che da atleta
si proclamerà innocente ma interiormente dovra’ combattere
con un tarlo che alla fine lo annietterà totalmente . Perché
per dimostrare al suo popolo tale estraneità dai fatti,
si impegnerà spendendo energie e riserve interiori. Consumandosi
sino alla depressione e all’inevitabile pressione che troverà
una via di fuga nella droga.
Marco viene trovato morto il 14 febbraio 2004 in un residence
di Rimini, nel quale da alcuni giorni si era trasferito, vivendo
in quasi completa solitudine. Unica eccezione. Qualche conoscente
accorso al capezzale per dare all’ex campione l’overdose
letale di eroina.
Sono passate dunque sei stagioni dalla presunta “stoccata
letale” della giustizia sportiva. Un periodo non incredibilmente
lungo ma abbastanza congruo, soprattutto nel finale, per capire
e aiutare il dramma dell’uomo-agonista Pantani. Per costringerlo,
anche con la forza, a intraprendere una serie di contromisure.
Ecco perché fa rabbia che a distanza di un anno quei muri
che ne hanno ospitato le ultime ore siano ancora tali e quali
ad allora; intatti ,senza nessun segno di forzatura. Nessun tentativo
di buttare giù quella porta e strappare Marco al suo destino
atroce. Molti sapevano, altrettanti tacevano. Un po’ come
Maradona in quel di Napoli. Che ancora sta combattendo il “mostro
interiore”. Ma che se non altro ha avuto la forza, nonostante
altrettanti parassiti, di dichiararsi pubblicamente. E di scappare
in continuazione anche da se stesso.

Pantani questo non l’ha saputo fare. Ma chi tra quelli
dichiaratamente amici che ora addirittura dicono di sognarlo ha
saputo vincere l’omertà anche solamente quando lui
era a poche settimane dalla fine? Rispetto per lui?. Balle!
Vedere morire una persona a cui si tiene è una tragedia
che in ognuno di noi scatena l’estremo tentativo di ribellione.
Come mai allora in nessuna delle celebrazioni mediatiche a lui
dedicate non sia stato individuata una volontà così
forte, magari anche prepotente, che volesse realmente strappare
Marco all’evento finale?
Ipocrisia tanta dunque; sostanza, con gesti anche clamorosi dunque,
poca. Ecco perché stra-parlare di lui, un anno dopo la
sua fine, con tanto di pareri illustri e non, intervistando gente
che avrebbe potuto viverlo dentro questo dolore, senza esternarlo,
appare una sorta di fastidiossima beffa.
Una tragedia si è detto. Forse sarebbe stato meglio aggiungere
annunciata. La differenza è sostanziale. Perché
se è stato tale lo tsunami asiatico, o la morte di Coppi
(tanto per restare in tema) per una malattia allora incurabile,
non si capisce come la scomparsa di Pantani possa essere stata
solamente la “prematura quanto tragica fine di un mito dello
sport di soli 34 anni”.
Ha detto correttamente un collega nel suo editoriale; “persa
una grande occasione”. Perché ancora oggi, nonostante
la lezione negativa del silenzio su Marco, c’è più
di una classe dirigente sportiva che si affanna a nascondere,
ignorare o sottovalutare i pericoli che hanno poi scatenato tale
sciagura.
Paolo Ghisoni