Pantani un anno dopo. Troppe parole nel nulla

Paolo Ghisoni

Non so se anche a qualcuno dei lettori abbiano fatto lo stesso effetto. Stiano parlando delle “celebrazioni” (se è il caso di chiamarle così) postume in ricordo di Marco Pantani ad un anno dalla sua scomparsa. E il conseguente fastidio che al sottoscritto ha suscitato il movimento mediatico che le ha accompagnate. D’accordo; partiamo dal presupposto che in assoluta buona fede si volesse ricordare un grandissimo atleta che ha incontrato sulla propria strada un avversario subdolo. Ma talmente perfido e tremendo da annullare sino alla morte un fenomeno della bicicletta. Quello che però appare a mio avviso stridente è l’eccessiva dose di servizi speciali, di paginone-ricordo e di altri evitabilissimi “coccodrilli” che cercassero in qualche modo di tener vivo il ricordo di un campione alla fine vinto comunque dalla droga.
Non è facile cercare di esprimere tali ragionamenti su Pantani senza rischiare l’accusa di moralismo eccessivo. Ammetto. Non lo conoscevo di persona. E se devo essere sincero fino in fondo le emozioni che ha regalato a milioni di italiani non le ho vissute come avrei dovuto. Ovvero da appassionato dello sport in generale affascinato da un fuoriclasse che scalava montagne con facilità irrisoria e faceva gonfiare il petto (tra Giro e Tour de France) ai nazionalisti nostrani.
Credo sia una premessa doverosa per poi spiegare come ,nonostanze tali distanze, il parlarne con tali toni enfatici e con una eccessiva dose di rimpianti possa alla fine arrecarmi un certo fastidio. Non tanto per l’atleta, straordinario e di certo dotato da madre natura di incredibili mezzi. Quanto piuttosto per la perdita di un uomo che in molti (forse troppi) ci raccontano tanto incredibile umanamente quanto debole.
Volete sapere da dove arriva allora tale disagio nell’aver visto trattata nel complesso la vicenda Pantani? Semplice. Dall’ipocrisia che ne ha accompagnato vita, morte e purtroppo anche il ricordo di questi giorni appena trascorsi.
È risaputo che quando si è un numero uno, tutti sono pronti ad esserti amici. Marco, non lo metto in dubbio, di amici ne avrà avuti parecchi. Così come persone che provavano affetto sincero nei suoi confronti. Ma quello che non convince è il lasso di tempo in cui la sua tragedia si compie. Il fulmine a ciel sereno che ne minerà la credibilità sportiva (lo stop al giro d’Italia con l’accusa di doping) è datato 1999.
Un anno che comincia alla grande: Pantani sembra destinato a dominare in Italia e all’estero. Al Giro si prende la maglia rosa e vince quattro tappe. Proprio sulle rampe della strada che sale da Pinzolo verso la località delle Dolomiti di Brenta se ne va solo, alla sua maniera, con uno scatto secco, per tutti irresistibile. Sarà l’ultimo toccante quanto romantico gesto atletico del vero Marco Pantani. Il mattino successivo alla trionfale vittoria di Madonna di Campiglio, viene fermato: un controllo rivela che il suo ematocrito è troppo alto, fuori norma.
Da qui inizia il dramma personale dell’uomo che da atleta si proclamerà innocente ma interiormente dovra’ combattere con un tarlo che alla fine lo annietterà totalmente . Perché per dimostrare al suo popolo tale estraneità dai fatti, si impegnerà spendendo energie e riserve interiori. Consumandosi sino alla depressione e all’inevitabile pressione che troverà una via di fuga nella droga.
Marco viene trovato morto il 14 febbraio 2004 in un residence di Rimini, nel quale da alcuni giorni si era trasferito, vivendo in quasi completa solitudine. Unica eccezione. Qualche conoscente accorso al capezzale per dare all’ex campione l’overdose letale di eroina.
Sono passate dunque sei stagioni dalla presunta “stoccata letale” della giustizia sportiva. Un periodo non incredibilmente lungo ma abbastanza congruo, soprattutto nel finale, per capire e aiutare il dramma dell’uomo-agonista Pantani. Per costringerlo, anche con la forza, a intraprendere una serie di contromisure. Ecco perché fa rabbia che a distanza di un anno quei muri che ne hanno ospitato le ultime ore siano ancora tali e quali ad allora; intatti ,senza nessun segno di forzatura. Nessun tentativo di buttare giù quella porta e strappare Marco al suo destino atroce. Molti sapevano, altrettanti tacevano. Un po’ come Maradona in quel di Napoli. Che ancora sta combattendo il “mostro interiore”. Ma che se non altro ha avuto la forza, nonostante altrettanti parassiti, di dichiararsi pubblicamente. E di scappare in continuazione anche da se stesso.

      

Pantani questo non l’ha saputo fare. Ma chi tra quelli dichiaratamente amici che ora addirittura dicono di sognarlo ha saputo vincere l’omertà anche solamente quando lui era a poche settimane dalla fine? Rispetto per lui?. Balle!
Vedere morire una persona a cui si tiene è una tragedia che in ognuno di noi scatena l’estremo tentativo di ribellione. Come mai allora in nessuna delle celebrazioni mediatiche a lui dedicate non sia stato individuata una volontà così forte, magari anche prepotente, che volesse realmente strappare Marco all’evento finale?
Ipocrisia tanta dunque; sostanza, con gesti anche clamorosi dunque, poca. Ecco perché stra-parlare di lui, un anno dopo la sua fine, con tanto di pareri illustri e non, intervistando gente che avrebbe potuto viverlo dentro questo dolore, senza esternarlo, appare una sorta di fastidiossima beffa.
Una tragedia si è detto. Forse sarebbe stato meglio aggiungere annunciata. La differenza è sostanziale. Perché se è stato tale lo tsunami asiatico, o la morte di Coppi (tanto per restare in tema) per una malattia allora incurabile, non si capisce come la scomparsa di Pantani possa essere stata solamente la “prematura quanto tragica fine di un mito dello sport di soli 34 anni”.
Ha detto correttamente un collega nel suo editoriale; “persa una grande occasione”. Perché ancora oggi, nonostante la lezione negativa del silenzio su Marco, c’è più di una classe dirigente sportiva che si affanna a nascondere, ignorare o sottovalutare i pericoli che hanno poi scatenato tale sciagura.

Paolo Ghisoni