Ridefinire l’endometriosi nell’era moderna

 Dr. David B. Redwine

Abstract

L’endometriosi è un tessuto che assomiglia all’endometrio che riveste la parete interna dell’utero, ma che si trova al di fuori dell’utero stesso in sedi anomale. Il sintomo principale della malattia è il dolore. L’endometriosi sintomatica colpisce circa il 5-10% delle donne, anche se fino al 40% di donne asintomatiche potrebbero covare la malattia, a prescindere dal consiglio di ricorrere alla chirurgia.1
Questo rende l’endometriosi una delle patologie umane più diffuse sulla faccia della terra. Anche se l’endometriosi è stato un tema trattato dalla letteratura medica sin dal 19° secolo, la confusione ha dominato per decadi riguardo alla sua origine e alla terapia ade-guata. Infine, all’alba del 21° secolo, le opinioni sono state sostituite dai fatti che permettono una migliore diagnosi e una terapia più razionale della malattia.

Breve storia dello studio dell’endometriosi
Nell’evoluzione storica della conoscenza di qualsiasi malattia, la prima ad essere riconosciuta è la manifestazione più grave e quindi quella clinicamente più evidente. Questa manifestazione acuta potrebbe non essere una buona rappresentazione della vera natura della malattia. Una malattia la cui diagnosi richiede un intervento chirurgico e che viene spesso erroneamente diagnosticata durante l’intervento stesso subirà due livelli di pregiudizi nella scelta diagnostica, oscurando ulteriormente la vera natura della patologia.
Una malattia i cui sintomi possono essere imitati da altre malattie può essere giudicata in modo poco preciso per se stessa. Tutti questi fattori insieme porteranno ad un equivoco riguardo alla malattia stessa. Quindi, nascono miti per spiegare la confusione, sono inevitabili i tentativi terapeutici futili e i medici confusi seguiranno i falsi profeti nel deserto intellettuale. Questo è esattamente ciò che è accaduto all’endometriosi negli ultimi 85 anni.
Le prime manifestazioni dell’endometriosi descritte in cartelle cliniche e riportate nella letteratura comprendono una forma acuta di noduli retto vaginali2,4 e grandi cisti ovariche “cioccolata”.5
Si è osservato che i noduli dell’endometriosi che riguardano le strutture parenchimali, quali i legamenti uterosacrali o la parete intestinale, assomigliano istologicamente ad adenomiomi che influenzano il miometrio. Quindi, le manifestazioni precoci della malattia endometriosica acuta, chiamate “adenomiomi”, erano riconosciuti nella vagina, nel retto e nel legamento rotondo dell’utero quando attraversa il canale inguinale. Una delle prime relazioni autorevoli ha descritto le cisti ovariche “cioccolata” in 23 donne, dando quindi l’impressione che le ovaie erano il sito più comune del coinvolgimento pelvico dell’endometriosi, benché la maggior parte delle cisti cioccolata descritte in quella relazione fossero corpi lutei. Dal momento che nessun adolescente o donna in menopausa era fra quelle 23 donne che avevano cisti cioccolata nell’ovaio, nacque l’idea che l’endometriosi fosse una malattia dell’età riproduttiva e che la menopausa proteggeva da essa. In quell’epoca intellettualmente ingenua, si presumeva che la fertilità naturale raggiungesse il 100%. Dal momento che circa il 60% di donne sposate affette da endometriosi in quello studio erano rimaste incinte, si è presunto che la gravidanza proteggesse dalla malattia e che l’endometriosi riducesse drasticamente la fertilità.
Dal momento che alcune forme di endometriosi assomigliavano istologicamente all’endometrio, si è creata l’idea semplicistica di un reflusso mestruale come meccanismo originante la malattia, che divenne la teoria più seguita sull’origine della malattia fino a pochi anni fa. La teoria di Sampson sul reflusso mestruale6 asseriva che l’endometriosi nasce perché le particelle dell’endometrio che si sfaldano durante le mestruazioni viaggiano dalla cavità uterina in direzione retrograda dall’estremità fimbriata delle tube di Falloppio. Queste cellule poi aderiscono alle superfici peritoneali, vi proliferano e le invadono fino a divenire la malattia chiamata endometriosi. L’endometriosi è stata a lungo considerata una malattia incurabile dal momento che la pelvi viene riseminata di cellule endometriosiche ogni mese durante le mestruazioni. Dal momento che si asseriva che l’endometriosi era un autotrapianto identico all’endometrio, si pensava che pure sanguinasse ogni mese durante le mestruazioni, dando alle lesioni un aspetto soprattutto emorragico. Portò alla teoria che le lesioni nere, dette “ustioni superficiali”, fossero la manifestazione visiva più diffusa. Fu soltanto alla metà degli anni 80 che ricercatori clinici, assistiti in larga misura dal livello d’ingrandimento fornito dalla laparoscopia, documentarono la frequenza della malattia precoce, impercettibile e non emorragica, completando quindi lo spettro morfologico dell’endometriosi.7,8 Si scoprì che la manifestazione visibile dell’endometriosi, che era stata a lungo accettata come la più diffusa, era invece la più rara, mettendo subito in discussione tutto ciò che era stato pubblicato fino ad allora.
Era iniziato il crollo di un paradigma. La teoria di Sampson venne finalmente scartata da molti esperti quando ci si rese conto che i primi autori ginecologi non avevano idea dell’aspetto dell’endometriosi, che la malattia poteva essere curata mediante la chirurgia conservativa, che l’endometriosi è significativamente diversa per molti aspetti dall’endometrio e che la prova dell’adesione iniziale e dell’invasione secondaria era stata sì cercata ma mai trovata9; inoltre la teoria di Sampson venne scartata quando i sostenitori della teoria del reflusso mestruale si rifiutarono decisamente di fornire una documentazione a immagini, facile da ottenere, dell’adesione iniziale, della proliferazione secondaria e dell’invasione da parte di cellule endometriali che seguono un flusso retrogrado (è risaputo che sono miliardi). Il fatto che questa teoria sia sopravvissuta tanto a lungo con così tante contraddizioni fatali e senza alcuna prova a conferma è notevole, ma va a detrimento della classe dei ginecologi, che si sono basati su di essa per decenni come spiegazione comoda di tutti gli insuccessi terapeutici, invece di dare la colpa a terapie mediche e chirurgiche inefficaci di cui alcuni fanno uso persino oggi.

L’origine dell’endometriosi
Per essere ritenuta razionale, qualsiasi teoria sull’origine dell’endometriosi deve rispondere a ciò che è conosciuto della malattia, compresi i seguenti fatti.
Si può manifestare all’età precoce di 10 anni10 e persino a 78 anni11. Il segno di una possibile endometriosi si è trovato nel cul di sacco della neonata che muore di sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS).12
Le fasi precoci dell’endometriosi possono avere un aspetto impercettibile che sfugge facilmente, ma potrebbe diventare più evidente nel tempo dando quindi l’impressione errata della comparsa di una nuova malattia.13
Insorge in maschi anziani affetti da un cancro alla prostata in metastasi trattati con terapia estrogenica.14,16
L’endometriosi non è un autotrapianto dal momento che differisce in modo così basilare dall’endometrio eutopico. Queste differenze comprendono l’espressione morfologica, istologica, immunoistochimica, enzimatica e genica, oltre alla composizione cromosomica. Gli autotrapianti restano essenzialmente identici al tessuto di origine.17
L’endometriosi è associata ad un’aumentata incidenza delle anomalie associate, comprese differenze immunologiche18,19, differenze genetiche20,23 e differenze fondamentali dell’endometrio24,26.
L’endometriosi non si diffonde in tutta la pelvi con l’avanzare degli anni2729, benché possano insorgere un’invasione locale o una metaplasia fibromuscolare, dando l’impressione di una leggera diffusione locale.29
La maggior parte delle pazienti non trattate non presentano una progressione della malattia.30,33
L’endometriosi è curabile mediante l’escissione in più del 50% di pazienti con un unico intervento chirurgico,34,35 e negli altri casi mediante un secondo intervento chirurgico (dati inediti).
Sampson non aveva a disposizione tutti i dati che noi abbiamo oggi, quindi la sua teoria si basava in gran parte sulla speculazione. Considerando le circostanze tipiche dell’epoca, c’era poca probabilità che la sua teoria fosse corretta.
I dati di cui sopra inevitabilmente puntano verso un’origine embrionale della malattia. Al momento della concezione fattori genetici, ambientali e il caso stesso si uniscono per formare tratti di tessuto target che si dispongono nella regione posteriore della cavità celomatica durante l’organogenesi della pelvi. Considerate le piccole dimensioni, la plasticità dell’embrione e la variabilità, che è il marchio della biologia, questi tratti possono talvolta trovarsi fuori della pelvi (es. sul diaframma, nel cervello o nelle estremità inferiori). Tali tratti risultano da una differenziazione anomala e dalla migrazione dei precursori del dotto di Muller e possono contenere residui dell’endometriosi effettiva o possono semplicemente presentare il potenziale per andare incontro a un processo metaplastico stimolato dalla produzione di estrogeni nella pubertà. All’inizio i residui sono incolori e non evidenti, oppure tratti del substrato target mesenchimale potrebbero non essere differenziati e quindi non riconoscibili. Con l’aumentare dei livelli di estrogeni, gli elementi ghiandolari iniziano a secernere un prodotto paracrino non identificato che può irritare i tessuti provocando dolore. I capillari vicini si possono destabilizzare e sanguinare.
I fattori di crescita epiteliale, le chemochine e le citochine associate al processo di riparazione tissutale che si attiva in risposta ad una lesione cronica portano all’angiogenesi, alla neovascolarizzazione e alla fibrosi sovrastante. I tratti mesenchimali associati alle strutture parenchimali, quali i legamenti uterosacrali o musculari dell’intestino o della vescica, possono andare incontro ad una metaplasia fibromuscolare attorno a piccoli residui endometriosici. Quindi le lesioni. che una volta erano incolori o limpide, potrebbero diventare rossastre, poi gialle o biancastre a causa della fibrosi, e infine nerastre quando il sangue intrappolato degenera. Le strutture parenchimali potrebbero sviluppare una nodosità progressiva e la cronicità del processo irritante dà luogo alla formazione di aderenze. Non tutti questi tratti o residui delineati nella fase embrionale avranno lo stesso livello per quanto riguarda l’attività biologica potenziale, sia nella stessa pelvi sia da donna a donna. Èpossibile vedere un’endometriosi apparentemente innocua in parte della pelvi e una malattia acuta e aggressiva nell’altra parte. Inoltre non tutte le malattie cambieranno aspetto nel corso del tempo e alcune donne avranno sempre e solo una malattia superficiale incolore. Quando una donna raggiunge i venticinque anni, ha probabilmente già formato la maggior parte di endometriosi che formerà nella sua vita, dando quindi la possibilità di curarla mediante l’escissione totale.

I sintomi
L’endometriosi provoca dolori localizzati, ma può talvolta produrre un dolore più diffuso. Il cul di sacco è l’area pelvica più spesso coinvolta, per cui la malattia in quest’area è influenzata da rapporti sessuali, dalla peristalsi intestinale o dalla posizione seduta, provocando dolore quando si compiono queste azioni, soprattutto poco prima o durante le mestruazioni. Le cisti endometriosiche dell’ovaio possono provocare dolore ipsilaterale, soprattutto se le aderenze periovariche vengono stirate dalla crescita di cisti. Perdite del contenuto delle cisti può provocare un dolore intenso e acuto per varie ore, con dolorabilità pelvica e ipogastrica più diffusa per vari giorni finché il liquido irritante non viene riassorbito. L’endometriosi intestinale superficiale può essere asintomatica, mentre i noduli rettali e il cul di sacco completamente celato provocheranno una peristalsi intestinale dolorosa anche a distanza dalle mestruazioni. L’endometriosi invasiva del legamento uterosacrale può coinvolgere l’uretere adiacente con una fibrosi circostante o può raramente invadere l’uretere, dando sintomi di idrouretere e idronefrosi. Se lo strozzamento dell’uretere avviene in modo graduale, può dar luogo alla perdita permanente e asintomatica della funzionalità renale. Noduli grandi nell’ileo terminale possono provocare sintomi di ostruzione intestinale parziale. Dolori al lato destro del torace e alla spalla destra associati alle mestruazioni saranno dovuti a endometriosi diaframmatica.
figura 1

figura 1
L’endometriosi sintomatica del diaframma (frecce) si localizza in genere sulla parte posteriore dell’emidiaframma destro. Quest’area non è facilmente visibile con il laparoscopio inserito attraverso l’ombelico, ma risulta sempre visibile facendo avanzare un laparoscopio di 5 mm attraverso una guaina collocata sotto il margine costale destro, come si può notare dall’immagine.

È importante cercare di distinguere il dolore pelvico che potrebbe non essere dovuto all’endometriosi per non incorrere nella confusione diagnostica con successiva confusione terapeutica. Un esempio rilevante: i crampi uterini durante le mestruazioni rappresentano un sintomo che potrebbe non essere dovuto all’endometriosi ma all’adenomiosi, al leiomioma dell’utero o alla dismenorrea primaria.
L’esame obiettivo
Un cul di sacco e legamenti uterosacrali dolenti o nodosi alla palpazione delicata di queste aree sono patognomonici dell’endometriosi.
L’ingrossamento di un ovaio potrebbe essere dovuto o meno all’endometriosi.
Qualche volta l’endometriosi può colpire la parete posteriore del fornice vaginale figura 2 corrodendola attraverso un nodulo presente sul legamento uterosacrale o sul retto. Tale nodulo sarà visibile all’esame pelvico svolto nello studio ginecologico se lo speculum viene diretto posteriormente. L’endometriosi della cicatrice del taglio cesareo o del legamento rotondo all’uscita dal canale inguinale si manifesterà come una massa dolorosa che si potrebbe ingrossare durante le mestruazioni.

figura 2
La parete posteriore endometriosica del fornice vaginale ha portato ad un accumulo di cellule epiteliali (all’interno del cerchio). L’endometriosi vaginale con un cul di sacco del tutto celato risulta dalla diffusione della malattia invasiva dei legamenti uterosacrali o da un nodulo rettale.

Diagnosi
Dal momento che l’endometriosi è la causa principale del dolore pelvico nelle donne in età riproduttiva, deve sempre essere la prima nella lista delle diagnosi differenzia-li. Nella maggior parte dei pazienti, una diagnosi presuntiva di endometriosi può essere fatta sulla base dell’anamnesi tipica di dolore associato ai referti dell’esame pelvico. Gli esami di imaging risultano in genere negativi dal momento che la maggior parte dei pazienti non presenta cisti ovariche né un coinvolgimento intestinale acuto.
Di fronte a sintomi significativi gli esami di imaging negativi non toglieranno la necessità di effettuare una valutazione chirurgica. Quando gli esami di imaging risultano positivi, l’esame della pelvi coglie segni evidenti quali la dolorabilità e la nodosità della regione posteriore della pelvi o l’ingrossamento delle ovaie. Nei pazienti obesi o nei pazienti con crampi uterini, gli esami di imaging possono contribuire ad aumentare i referti dell’esame della pelvi o possono suggerire la presenza di una patologia uterina non endometriosica che non risponderebbe alla chirurgia specifica per l’endometriosi. Dato il possibile coinvolgimento del sistema multiorgano nell’endometriosi, la terapia chirurgica specializzata comprenderà sempre la capacità di trattare la malattia pelvica, intestinale, della vescica, diaframmatica o dell’uretere a prescindere dai risultati degli esami di imaging. Per questo motivo non tutti gli specialisti della terapia chirurgica richiedono esami di imaging in fase preoperativa.
La chirurgia è il mezzo diagnostico più efficace dell’endometriosi, ma il chirurgo deve conoscere tutti gli aspetti della malattia, che possono variare dalla forma impercettibile all’estremo opposto. figure 3-7

figura 3
L’endometriosi impercettibile nell’adolescente può essere pressoché incolore. Qui si vedono papule limpide a macule biancastre sul legamento largo sinistro dell’utero con una ghiandola endometriosica singola (freccia) visibile sotto la superficie peritoneale.

figura 4
Con il passare del tempo, le lesioni ghiandolari incolori (frecce) possono secernere una sostanza paracrina in grado di destabilizzare i capillari adiacenti, provocando quindi emorragie. Può anche risultare una leggera fibrosi del peritoneo, che in parte oscura i vasi che scorrono sotto il peritoneo stesso. In prossimità della zona centrale dell’emorragia è visibile un’angiogenesi precoce, che risulta dall’escrezione del fattore di crescita dell’endotelio vascolare.
figura 5
La fibrosi e l’angiogenesi possono aumentare con un’attività biologica adeguata e lo scorrere del tempo, oscurando le lesioni peritoneali endometriosiche. Si possono ancora vedere altre strutture ghiandolari biologicamente meno attive (frecce). Nel cul di sacco è visibile un piccolo punto applicato durante un intervento chirurgico precedente.
figura 6
Quest’immagine mostra la metà superiore della membrana peritoneale della vescica con sotto la parete anteriore del fondo uterino. Lesioni nere come queste, chiamate ³ustioni superficiali², sono più evidenti nei pazienti più anziani. Tali lesioni risultano dall’ulteriore cicatrizzazione e dall’intrappolamento del sangue sotto la superficie peritoneale.
figura 7
Le ovaie di questa paziente erano ingrossate e aderivano alla parete posteriore dell’utero. Il cul di sacco è completamente nascosto sotto. Molti chirurghi interpreterebbero questo quadro chirurgico solo come un’endometriosi ovarica associata ad aderenze, invece dell’interpretazione corretta di malattia invasiva del pavimento pelvico e del retto. Questi ulteriori referti diventano visibili solo in seguito ad una successiva dissezione.

Il trattamento medico dei sintomi
Le osservazioni storiche che la gravidanza poteva prevenire l’endometriosi e che la malattia era raramente sintomatica dopo la menopausa hanno portato allo sviluppo di farmaci che mimassero queste presunte condizioni ormonali benefiche. Quindi, il contraccettivo o la terapia progestinica mimavano la gravidanza, mentre il danazolo e gli agonisti del GnRH (gonadotropin-releasing hormone) mimavano la menopausa. Con la somministrazione di questi farmaci si riteneva decisamente che l’endometriosi poteva essere fisicamente estirpata e curata mimando le condizioni ormonali naturali che si supponeva curassero la malattia.
Dal momento che nessuno aveva compiuto i semplici studi necessari per dimostrare che la gravidanza o la menopausa curavano l’endometriosi, queste speranze erano infondate e si basavano sull’osservazione della risposta dei sintomi piuttosto che della risposta della malattia, un errore epidemiologico basilare. L’unica indicazione per la terapia medica dell’endometriosi è la diminuzione provvisoria dei sintomi. Dal momento che si è dimostrato che la terapia medica non migliora la fertilità, essa è controindicata nella terapia della sterilità associata all’endometriosi.
Il trattamento medico precoce dei sintomi comprende pillole antidolorifiche o contraccettive. Infine quando si sospetta la diagnosi d’endometriosi o quando tale diagnosi viene chirurgicamente confermata, si inizia la somministrazione di farmaci più specifici per la malattia. Questi comprendono agonisti del GnRH (gonadotropin-releasing hormone), quali danazolo e gestrinone. Molti pazienti che non rispondono ad una prima somministrazione di farmaci vengono sottoposti a ripetuti cicli terapeutici e questo è chiaramente privo di senso: se una terapia non dà risultati al primo o al secondo tentativo, perché dovrebbe funzionare al terzo o quarto?
Le case farmaceutiche hanno osservato che la maggior parte dei ginecologi, essendo inesperta nel trattamento chirurgico dell’endometriosi, ha promosso la terapia medica come cura preferenziale per quei medici che non sono specializzati nella terapia chirurgica.
Quindi, la terapia medica è la firma di quelli che non sono esperti nella cura dell’endometriosi.
Trattamento chirurgico dell’endometriosi
Dal momento che i farmaci trattano solo i sintomi, la chirurgia è l’unica cura per l’endometriosi. Allora la domanda che ci poniamo diventa: ‘quale forma di chirurgia estirperà nel modo più completo l’endometriosi dal corpo?’ Data la natura invasiva della malattia, gli esperti sono unanimemente d’accordo che l’escissione è la terapia preferenziale dell’endometriosi. È documentato che l’escissione è l’unica forma di terapia in grado di curare l’endometriosi trattando i referti di interventi chirurgici ripetuti. Benché l’ablazione termica mediante la vaporizzazione laser e l’elettrocoagulazione siano spesso usati per trattare l’endometriosi, si è riscontrato che spesso queste metodiche non cauterizzavano ad una profondità adeguata da estirpare la malattia figure 8,9, per cui è comprensibile che i chirurghi esitino a cauterizzare vicino alle strutture vitali invase dalla malattia o direttamente su di esse. Nessuna di queste terapie di ablazione termica ha un’efficacia documentata basata su interventi ripetuti e la letteratura medica non ha descritto l’elettrocoagulazione applicata all’endometriosi in modo abbastanza dettagliato da favorirne l’uso razionale nelle donne.
Le tecniche di escissione dell’endometriosi sono state sviluppate per trattare ogni forma della malattia in ogni parte del corpo, in genere mediante la laparoscopia figure 10,11.
I tumori ginecologici sono meno diffusi dell’endometriosi, e la chirurgia applicata nella cura dell’endometriosi allo stato avanzato è universalmente riconosciuta come la più difficile da eseguire del repertorio ginecologico.
Per questo motivo le cure per l’endometriosi si suddividono in tre categorie. Nella prima il medico curante o il ginecologo tratta i sintomi con farmaci. Nella seconda un ginecologo ‘egenerico’ diagnostica la malattia chirurgicamente e la cura mediante un unico tentativo di ablazione termica superficiale, che non va ripetuto se non ha successo. Nella terza categoria un esperto in endometriosi cura la malattia mediante l’escissione chirurgica aggressiva e totale, assistito da urologi o chirurghi generici, a seconda del caso figura 12.
Il sollievo dai sintomi dell’endometriosi è prevedibile e risulta efficace in seguito all’escissione aggressiva della malattia stessa. I sintomi causati da altre condizioni ginecologiche non saranno influenzati dall’escissione dell’endometriosi e l’isterectomia può essere indicata in alcuni pazienti come cura della loro patologia uterina figura 13.
Èdiffuso in certe zone il trattamento chirurgico dell’endometriosi mediante la rimozione di ‘qualcos’altro’ come ad esempio l’utero, le tube e le ovaie, nella speranza che l’endometriosi si atrofizzi in assenza di estrogeni. Dal momento che l’endometriosi insorge prevalentemente sulle superfici peritoneali lontano dagli organi pelvici femminili, questa strategia chirurgica lascerà residui della malattia nella maggior parte dei pazienti.
Circa il 10-20% di donne resterà sintomatica a causa della malattia residua. Ciò può essere in parte spiegato dal fatto che molte lesioni endometriosiche contengono l’enzima aromatasi, che è capace di convertire l’androstenedione presente in circolo in estrogeni. Quindi, anche in assenza di estrogeni endogeni o esogeni, l’endometriosi può continuare a produrre il proprio estrogeno, restando quindi sintomatica.

figura 8
Queste ghiandole endometriosiche superficiali singole del legamento largo sinistro non sono state distrutte dalla vaporizzazione laser, benché la terapia abbia lasciato le aderenze trasparenti. La figura 9 riporta il dettaglio al microscopio.

figura 9
Nella figura 8 una ghiandola endometriosica (asterisco) giace proprio sotto il peritoneo del paziente. Lesioni provocate dal laser possono indurre la formazione di aderenze trasparenti (freccia).
figura 10
L’endometriosi biologicamente attiva del legamento largo sinistro è associata a cicatrici spesse e gialle e a sangue retroperitoneale intrappolato. L’uretere scorre sotto la lesione.
figura 11
L’escissione laparoscopica aggressiva della lesione nella Figura 10 richiede l’ureterolisi. L’uretere sinistro (freccia) è coinvolto da una leggera fibrosi retroperitoneale che si estende dal nodulo fibrotico peritoneale all’interno del cerchio.
figura 12
Il retto è leggermente arrotondato (freccia) al punto d’aderenza al legamento uterosacrale destro. Tale forma arrotondata è indice del coinvolgimento endometriosico della parete rettale e sarà necessario ricorrere alla chirurgia rettale per la rimozione completa. Il cul di sacco a sinistra del retto presenta lesioni ghiandolari endometriosiche superficiali con cicatrici stellate circostanti.

 

figura 13
La parete posteriore del fondo uterino presenta vari punti emorragici scuri che possono essere adenomiosi o endometriosi con neovascolarizzazione adiacente. L’escissione dell’endometriosi non curerà i sintomi uterini provocati da tali referti. Il cul di sacco è del tutto celato, ma la parete rettale è piatta, segno che il coinvolgimento rettale da parte dell’endometriosi è poco o nullo. L’ovaio sinistro è cistico e nascosto sotto le pieghe peritoneali che aderiscono al legamento uterosacrale sinistro. Sul legamento largo sinistro sono visibili lesioni ghiandolari superficiali endometriosiche con una leggera fibrosi.

Prospettive future
Sono in corso studi su nuove terapie mediche contro l’enzima aromatasi o contro l’angiogenesi che accompagna lo sviluppo di alcune (ma non tutte) le lesioni endometriosiche. Dal momento che l’origine dell’endometriosi è strettamente associata a fattori embrionali e genetici, la vera prevenzione della malattia richiederà probabilmente una terapia genica.
Mentre c’è ancora molto da imparare sull’endometriosi, è chiaro che in tutto il mondo la maggior parte delle donne affette da questa malattia non riceve la terapia attualmente più efficace, cioè la totale escissione.
Si potrebbe assistere un maggior numero di donne in modo più rapido se un maggior numero di medici ricorressero all0escissione, inviando subito i casi più difficili ai plurispecialisti in chirurgia endometriosica che operano presso centri specializzati scelti in tutto il mondo.


Dr. David B. Redwine
Head of the Endometriosis Treatment
Program at St. Charles Medical Center
Bend, Oregon
USA