Artista
esuberante, entusiasta, pronto a recepire le innovazioni musicali
che si delineavano a cavallo tra ‘800 e ‘900, egli
tentò di imporre una propria idea di teatro, ma dovette
scontrarsi con una tradizione difficile da ridimensionare.
Franco Alfano nacque a Napoli l’8 Marzo 1875 e morì
a San Remo il 27 Ottobre 1954.
Allievo di De Nardis e Serrao al Conservatorio S.Pietro a Maiella,
in seguito a Lipsia si perfezionò nello studio del violino
e della composizione.
Per un periodo decise di trasferirsi a Berlino ( 1896) poichè
in Germania la vita musicale e culturale era molto attiva e ricca
di nuove scoperte stilistiche. Nel 1899 si trasferì a Parigi
dove fece rappresentare 2 balletti alle “ Folies Bergères”
iniziando contemporaneamente l’opera Resurrezione, che completò
poi a Mosca e a Napoli. Già si poteva intravedere il personaggio
esuberante, sanguigno che lo avrebbe aiutato nel difficile mondo
della musica. Egli si sentiva operista e in giovane età
era alla costante ricerca di un libretto con un argomento deciso,
affascinante. Cosa molto difficile in un momento storico nel quale
regnava la confusione. Dopo gli studi si dedicò all’insegnamento
diventando docente di composizione e direttore del Conservatorio
di Bologna dal 1916 al 1923 e successivamente del Liceo Musicale
di Torino fino al 1939.
Nel 1925 avvenne la svolta epocale che gli dette l’immortalità
artistica, ma non fu, ahimè, per una propria composizione
bensì per aver terminato la Turandot di G. Puccini, rimasta
incompiuta per la morte del grande compositore. Su proposta di
A. Toscanini ebbe l’incarico dalla famiglia Puccini e dall’editore
Ricordi di completare il capolavoro pucciniano con l’esito
che tutti noi conosciamo.
Fu
un lavoro difficile, periglioso ed estremamente delicato. Tutti
gli occhi dei musicologi e dei musicisti erano rivolti al suo
lavoro e quindi Alfano doveva dimostrare di avere un’ottima
preparazione evitando di scrivere con il proprio stile.
Dopo questa importante parentesi diventò Sovrintendente
al Teatro Massimo di Palermo dal 1940 al 1942 e titolare della
cattedra di studi per il teatro lirico al Conservatorio di Roma.
La sua carriera didattica terminò dirigendo il Liceo Musicale
di Pesaro dal 1947 fino al 1950.
Come già detto fu un artista esuberante, entusiasta e pronto
a recepire tutte le innovazioni musicali che proprio in quegli
anni a cavallo fra il ‘800 e il ‘900 si imponevano,
quali la Scuola di Vienna con Schonberg ( dodecafonia), Strawinsky.
Dopo la morte di R.Wagner tutto il mondo della musica ebbe un
profondo scossone stilistico ed Alfano fu testimone di questo
terremoto musicale. Suggestionato da R.Strauss e da C.Debussy,
due modi diametralmente opposti di interpretare la musica sentì
l’esigenza di scoprire un modo nuovo di far musica specialmente
nel settore del teatro lirico, che dimostrava da tempo di essersi
sclerotizzato.
Inoltre nei giovani musicisti era nato il desiderio di non coltivare
soltanto l’opera, come era successo nel passato, ma di compiere
importanti incursioni anche nel settore della musica sinfonico-strumentale
ed Alfano dimostrò con la sua produzione questa profonda
attenzione.
Il suo primo e convinto successo fu l’opera Risurrezione,
che ne rivelò la grande vena teatrale unita ad una naturale
focosità del linguaggio più che nell’uso di
melodie facilmente memorizzabili.
Alfano
amava costruire, in perfetta simbiosi, la parte operistica con
un denso sinfonismo, giungendo alla creazione di pagine complesse
che poteva creare delle difficoltà di comprensione da parte
del pubblico.
Egli continuò la sua esperienza teatrale con Il principe
Zilah , lavoro interessante dal lato musicale ma inesistente nel
libretto. Tutto ciò gli creò non pochi problemi
con la critica e con un pubblico che l’aveva conosciuto
ed apprezzato con la prima oper., Il compositore non si arrese
agli insuccessi e negli anni fra le due guerre la sua attività
anche nel campo cameristico fu quasi frenetica; scrisse le sonate
per violino e violoncello ed il Quartetto n°2, ricchi di contenuto
poetico e di sonorità dolci e contemporaneamente di gusto
mediterraneo.
Per ottenere un altro convinto successo dovette scrivere personalmente
il libretto seguendo, solo idealmente, le orme di Wagner. Nella
sua maggiore opera La leggenda di Sakuntala del 1921 troviamo
il genere sinfonico- vocale e l’azione non è presente
in modo massiccio lasciando ampi spazi alla parte lirica ed al
trattamento dell’orchestra che raggiunge un lussureggiante
sfarzo.
Dopo
Sakuntala la sua fama comincia a diminuire proprio per l’endemica
mancanza di efficaci libretti, ricchi di interesse scenico e di
importanti intrecci storici e d’amore.
La già citata occasione di completare il lavoro di Puccini
giunse in un tragico momento di crisi, dandogli, forse in modo
indiretto, una rinnovata fama.
L’ultimo lavoro che gli portò un buon successo fu
Cyrano di Bergerac scritta nel 1936 e che riuscì a convincere
la critica per l’estrema sobrietà dell’orchestra
e che riportò il compositore nelle grazie del pubblico
che ritrovava un perfetto equilibrio fra voce e orchestra.
Alfano ebbe forse la sfortuna di essere nato in un momento di
grande crisi del melodramma dove la gigantesca figura di Puccini
dominava tutta la scena melodrammatica. Egli tentò di imporre
una propria idea di teatro, ma dovette scontrarsi con una tradizione
difficile da ridimensionare. Inoltre non volle accodarsi alle
mode del tempo, poichè il suo carattere sanguigno ed il
suo spirito indipendente non gli concedeva di cedere solo alle
lusinghe dell’effimero successo. Morì quasi dimenticato
dalla critica e ricordato soltanto per il suo lavoro pucciniano,
operando con scrupolo e sensibilità sugli appunti pucciniani.
L’unico neo era che si trattava di musica di altri!
Povero Alfano!
Adriano Bassi