Il teatro di Elias Canetti

 Franco Manzoni

Un teatro violentemente metaforico, grottesco, caricaturale, pronto a travolgere quei personaggi smodatamente ambiziosi, avidi di sesso, denaro, fama.
Un teatro etico, capace di fustigare i costumi di una società che vive di apparenza e vanità, vicino ormai all’autodistruzione dei sentimenti e della ragione. Con questa inconscia volontà di proporre al pubblico un giudizio universale su un’umanità decisamente corrotta, Elias Canetti si volse anche alla redazione di alcuni testi per il teatro. Nato a Ruscuk, in Bulgaria, nel 1905 in una famiglia ebraica sefardita, che parlava in casa lo spagnolo del XV secolo, Canetti ebbe un’infanzia movimentata e più lingue da imparare, visto che i suoi familiari si spostarono frequentemente, andando a vivere in diversi Paesi europei. Per la precisione ebbe a conoscere quattro idiomi , ossia l’antico spagnolo, il bulgaro, l’inglese - quando la famiglia si stabilì a Manchester nel 1911 - e infine il tedesco, che divenne la sua lingua definitiva. Infatti dopo la morte del padre nel 1912, la figura della madre e in parte dello zio furono dominanti per il giovane, che in quegli anni li seguì nei vari spostamenti a Vienna (1913), a Zurigo (1916) e a Francoforte (1921). Per loro desiderio Canetti si laureò in chimica, ma non esercitò mai la professione scientifica. Rimase sempre fedele alla lingua tedesca anche durante l’esilio londinese: nel 1938, dopo l’Anschluss e le persecuzioni razziali da parte dei nazisti, emigrò a Londra, rimanendovi fino al 1971, quando decise di tornare a vivere a Zurigo. Nel 1981 ottenne il Nobel per la letteratura. Ricevendo l’ambìto premio, durante il discorso di ringraziamento davanti ai giurati di Stoccolma, confessò la propria passione per le tragedie greche e l’influenza determinante subita da quattro autori di lingua tedesca vissuti in Austria: Karl Kraus, Franz Kafka, Robert Musil e Hermann Broch, oltre a tutta la grande tradizione letteraria viennese. Nel “paradiso perduto” della sua adolescenza - come amava definire questa città svizzera - a Zurigo lo scrittore morì nel 1994. Canetti è entrato nella storia della letteratura mondiale con il successo ottenuto dal romanzo “Auto da fè” (1931). Fu autore anche di saggi come “Potere e sopravvivenza” e “La coscienza delle parole”, di raccolte di aforismi quali “La provincia dell’uomo” e “Il cuore segreto dell’orologio”. Tratti dalla illuminante autobiografia, sono stati poi pubblicati i volumi “La lingua salvata”, “La fiaccola dell’orecchio” e “Il gioco degli occhi”. In ambito teatrale di lui ricordiamo la pièce “Nozze” del 1932, mentre risale agli anni Cinquanta la pubblicazione di altre due drammi: “La commedia della vanità” e “Vite a scadenza”. Nei testi drammaturgici di Canetti predominano elementi monocellulari, che vengono utilizzati al fine di costruire incastri o scontri e, rimescolando in modo sempre più rapido questi stessi elementi, viene a generarsi il testo, senza che vi sia necessariamente una tecnica di approfondimento o di svolgimento di una trama determinata. Come schegge impazzite così i personaggi vengono ad avere un’“esplosione” finale e totale, individuale o comune che sia.
L’atto unico “Nozze” comprende in sé un prologo che costituisce circa un terzo del dramma. Il nodo centrale sta nel desiderio di possesso, inteso sia da un punto di vista strettamente patrimoniale, sia da quello sessuale. Nel “Prologo” l’autore intende illustrare al pubblico cinque situazioni distinte, che stanno accadendo nello stabile dove si svolge l’azione, di cui è proprietaria la vedova Gilz, ormai moribonda. Un condominio che rappresenta uno spaccato reale della società borghese. Attraverso la presentazione dei personaggi, variamente interessati al possesso eventuale del palazzo dopo la scomparsa imminente della vedova, Canetti intende mostrarci maschere umane ossessivamente rigide, volutamente monocromatiche, che altro non sono che metafore di bramosia e immoralità. Segue l’inizio vero e proprio della rappresentazione, dove Christa, la sposa, ragazza scaltra e vissuta, si è presa per marito, ma solo per il proprio tornaconto, lo stupido Michel, persona decisamente poco furba e che lei non stima né ama. Lo spazio scenico è occupato dalle nozze: i personaggi si uniscono in trii e in quartetti, si moltiplicano le modalità di rapporto all’interno di un’ossessione comune, quella del possesso sessuale sfrenato. Il vuoto, in cui l’autore fa muovere i personaggi verso un auspicabile giudizio universale, fa percepire una tragedia imminente: il crollo dello stabile intero travolge tutti gli inquilini. Quasi in una gelida astrazione Canetti smaschera la miseria dell’uomo e contemporaneamente la descrive fissa e desolante. Per questo lavoro venne considerato dalla critica alla stregua di un provocatore e fu accusato di dare pubblico scandalo. Nel 1933, un anno dopo la composizione di Nozze, Canetti scrisse La commedia della vanità, dramma diviso in tre parti, pubblicato nel 1950 e rappresentato la prima volta allo Staatstheater di Braunschweig nel 1965. Nel primo atto il predicatore Brosam incita la gente a bruciare nella pubblica piazza gli oggetti che possono indurre a diventare vanitosi: fotografie, specchi, ritratti. Tutti accettano di farlo, perché così è stato deciso da chi governa questa città immaginaria, ove la vanità è stata messa al bando. Tutti partecipano all’eliminazione di tali oggetti tranne Emilie Fant, proprietaria di un istituto di cura, che si oppone alla distruzione degli specchi, necessari per il suo lavoro. Mentre il banditore Wenzel Wodrak sollecita la folla a compiere la distruzione delle immagini riflesse negli specchi, il direttore Josef Garaus osserva di nascosto la scena con malcelato compiacimento, anche se ha deciso di non distruggere le proprie foto e un suo specchietto, che gli dà sicurezza. Mentre nascostamente osserva gli oggetti amati, Garaus viene sorpreso da un tale di nome Bleiss, che lo invita perentoriamente a consegnarli. Allora il direttore lo accusa di aver svolto in passato la professione di fotografo e minaccia di farlo mettere in prigione. Nella seconda parte la vicenda ricomincia a distanza di dieci anni. Bleiss ora fa il venditore ambulante e riesce a vendere uno degli ultimi specchi rimasti alle tre amiche Luise, Mai e la vedova Weihrauch, diventata nel frattempo l’amante dell’imballatore Barloch. Proprio quest’ultimo le sorprende, mentre stanno a rimirare lo specchio, lo sequestra e se lo tiene. A sua volta Barloch viene denunciato al banditore Wodrak, che sollecitamente va da lui con l’intenzione di punirlo in modo esemplare per detenzione impropria di oggetto che induce a vanità. Intanto in città molti sentono una profonda nostalgia degli specchi e i bimbi sono curiosi di sapere a cosa corrisponda questa parola giudicata “immonda” dagli adulti. Wodrak consegna alla piccola Milli lo specchio sequestrato a Barloch, ordinandole di nasconderlo. Nel frattempo, dopo una lunga riunione, i membri del potere esecutivo sarebbero giunti addirittura alla conclusione che sia necessario quanto prima strappare fuori dalle orbite gli occhi a tutte le donne, colpevoli di essere vanitose per natura. Oramai l’idea di possedere uno specchio travolge i pensieri di tutti gli abitanti. Quello donato a Milli passa di mano in mano, ma anche altri sono in circolazione. Fino a quando uno degli specchi ancora in giro viene nascosto sotto terra. Proprio in quel punto a poco a poco va a formarsi una pozzanghera. Spinta dalla curiosità, mista a terrore e disprezzo, la gente accorre per vedere la propria immagine riflessa nell’acqua. Nell’ultimo atto tutti vanno nell’istituto di cura di Emilie Fant per vedersi negli specchi del salone. Il direttore Garaus sta male, ha un peso nell’anima, vuole lavarsi la coscienza e confida a Leda Frisch di essere stato lui a far bandire gli specchi, poiché è ancora convinto che sua moglie sia morta a causa della rottura di uno specchio. Leda decide allora di guarirlo e lo sottopone alla “specchio-terapia”, mentre la folla, incitata alla rivolta, si riprende gli specchi. Così ognuno è felice di aver riconquistato finalmente la propria individualità. Una trama condotta sempre sul filo della lama del grottesco, che fa intuire chiaramente la preoccupata denuncia dell’autore contro ogni forma di dittatura e di legge imposta con la forza.
Nel terzo dramma, intitolato Vite a scadenza, edito nel 1952, è invece l’ossessiva presenza della morte a contraddistinguere la pièce. Qui ogni uomo, fin dalla nascita, conosce l’istante esatto della propria morte. Ogni individuo viene battezzato non con un nome, bens con un numero, pari agli anni che è destinato a vivere. Quando verrà il suo momento Capsulano, il grande Inquisitore-Cerimoniere, aprirà la capsula per confermare la reale coincidenza fra numero-nome e data del decesso. Si ritrovano le tensioni irrisolte, l’atmosfera stridente e ossessiva già presenti in Nozze, che fanno dei drammi di Canetti testi destinati ad avere la loro completa efficacia anche attraverso la lettura, non solo quella personale, con gli occhi, fra le quattro mura di casa, ma soprattutto quella fatta a voce alta di fronte a un numero più o meno limitato di ascoltatori.

Franco Manzoni