Le fonti storiche del Messia

 Aristide Malnati

È crescente tra gli studiosi ma in particolare tra la gente comune appassionata l’interesse per le radici del Cristianesimo e per la figura storica del Messia, da cui la religione più praticata al mondo trae origine. Ecco che allora sembra non inutile una disamina delle fonti storiche di Nostro Signore dei primi due secoli dell’era cristiana

Il fortunato, quanto impreciso e di scarsa attendibilità storica, “Codice da Vinci” di Dan Brown ha rilanciato su scala globale l’argomento; e prontamente, al fine di una rettificazione storica delle imprecisioni là contenute ma anche per agganciarsi a un dibattito economicamente fruttuoso, sono stati redatti saggi e romanzi intenzionati ad emendare e, per così dire, a smascherare l’opera di Dan Brown. Ecco che allora sembra non inutile una disamina delle fonti storiche di Nostro Signore dei primi due secoli dell’era cristiana; e non tanto delle innumerevoli fonti evangeliche (dai 4 canonici agli apocrifi, non meno importanti e non meno antichi; senza dimenticare gli atti degli apostoli, le epistole paoline e l’Apocalisse), quanto delle citazioni di altro àmbito (giudaico e pagano), per loro natura neutrali e dunque non passibili del sospetto di apologia e di proselitismo. Sono documenti in alcuni casi appena successivi alla predicazione di Gesù (la cui data di morte è posta dai filologi neotestamentari al 7 aprile dell’anno 30, per una serie di rimandi interni e di elementi storici e cronologici, su cui non intendiamo soffermarci); il loro numero e la loro autorevolezza ci permettono di non dubitare per nessuna ragione dell’esistenza storica di colui che per i cristiani è il Messia.
Già storici romani narrarono nelle loro opere monumentali di un tale “Christus” che alcuni tra i giudei veneravano in modo particolare e con un seguito sempre maggiore. Caio Svetonio Tranquillo (75-150 d. C.) scrisse nel 120 le “Vite dei 12 Cesari”, e nella “Vita di Claudio”, cap. 25 dice che “l’Imperatore espulse da Roma i giudei, i quali, istigati da un certo “Crestos”, provocavano spesso tumulti”. Publio Cornelio Tacito (55-120 d. C.), il più acuto storico latino del primo Impero, nei suoi “Annales” fa un’ampia descrizione dell’incendio di Roma (avvenuto sotto Nerone, nel 64 d. C.), affermando che la “vox populi” lo voleva provocato da Nerone stesso e che dunque per scagionarsi questo balzano “Princeps” fece ricadere il sospetto sui cristiani. Ecco le parole di Tacito (“Annales”, XV, 44): “Ma l’oltraggiosa convinzione che l’incendio fosse stato ordinato non cessava né con mezzi umani, né con le elargizioni sovrane, né con i sacrifici espiatori, per cui Nerone, volendo mettere a tacere questa diceria, diede la colpa ad altri e punì con raffinati supplizi coloro che la gente chiamava “crestiani” e che a causa delle loro scelleratezze erano odiati da tutti. Questo nome ha avuto origine da Cristo, che fu condannato a morte sotto il regno di Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato”.
Attento a citare i cristiani fu anche Plinio il Giovane (62-114 d. C.), quando era governatore della Bitinia sotto Traiano. In una lettera inviata proprio a questo Imperatore (siamo nel 112) Plinio chiese come dovesse comportarsi nei confronti dei cristiani. Brevemente riferì che alcune persone, dopo essere state cristiane e dopo essersi in un secondo momento allontanate dalla chiesa per rispetto alla proibizione da parte di Traiano delle associazioni segrete, avevano fatto rivelazioni sui loro servizi religiosi. Così scrisse: “Affermavano inoltre che tutto il loro crimine o errore sarebbe consistito nel fatto che solevano riunirsi in un giorno determinato della settimana, prima del sorgere del sole, e cantare un inno a Cristo, come a un Dio”. Traiano rispose in modo tollerante: non ricercare i cristiani, ma se denunciati non con lettera anonima, bisogna punirli se non accettano di sacrificare agli dei (Epistole X, 97).
Vi è poi - non meno importante - l’interessante manoscritto siriaco del VII secolo (Manoscritti siriaci del British Museum: Supplemento 14, 658), che riporta il testo di una lettera del siriano Mara Ben Serapion a suo fratello Serapione. La lettera sarebbe, in seguito a riferimenti al contesto storico, databile a un anno attorno al 73 d. C. Così recita lo scritto: “Che vantaggio trassero gli ateniesi dal condannare a morte Socrate? E gli uomini di Samo dal bruciare Pitagora? E i giudei dal giustiziare il loro sapiente Re? Fu proprio dopo tale delitto che il loro regno fu distrutto (evidentemente allude alla distruzione di Gerusalemme, nel 71 d. C.). Dio giustamente vendicò questi tre uomini saggi: gli ateniesi morirono di fame; i samii furono sopraffatti dal mare; i giudei, rovinati e cacciati dalla loro terra, vivono in completa diaspora. Ma Socrate non morì per i buoni; continuò a vivere nell’insegnamento di Platone. Pitagora non morì per i buoni; continuò a vivere nella statua di Hera. Né morì per il buoni il Re saggio: continuò a vivere nell’insegnamento che aveva impartito”. Concludiamo questa lunga rassegna spostandoci in ambito giudaico, milieu nella sua versione ortodossa mai troppo tenero con il Gesù simbolo di fede, anche se foriero di importanti e inoppugnabili testimonianze del personaggio terreno del Messia. E, oltre a rammentare la testimonianza di primario valore del Talmud babilonese, ci preme citare Giuseppe Flavio, che in due passi delle “Antichità Giudaiche” nomina Gesù di Nazareth. Flavio fu storico di rilievo del mondo ebraico, lui stesso ebreo di origine, essendo nato nel 37 d. C. a Gerusalemme da famiglia di stirpe sacerdotale. Abitò a lungo in questa città, dove conobbe la prima comunità cristiana, a cui si interessò con atteggiamento critico (ciò rende la sua testimonianza attendibile e fededegna). Passato al servizio della dinastia dei Flavi, affiancò i romani nella distruzione di Gerusalemme (70 d. C.). Nei due passi della sua opera fa un’affermazione importante che già rivela la considerazione divina della natura di Gesù da parte dei suoi primi seguaci: “A quell’epoca – scrive Flavio Giuseppe – visse Gesù, un uomo sapiente (se uomo lo si può chiamare). Egli operò i miracoli (ed era maestro di quegli uomini che accolgono con gioia la verità) . . .” (XVIII, 3, 3). In un altro passo lo storico ebreo parla del sommario processo e della condanna a morte di Giacomo, fratello di Gesù, aggiungendo particolari che non apprendiamo dai Vangeli: “Il Sommo Sacerdote Anna riunì il Sinedrio a giudizio e fece comparire davanti ad esso Giacomo, fratello di Gesù, e con lui alcuni altri, e li condannarono a morte mediante lapidazione” (XX, 9, 1).

Aristide Malnati