Deutschland non più uber alles

 Livio Caputo

La crisi del gigante tedesco e il suo rifiuto di adottare le necessarie riforme si ripercuote negativamente su tutta l’Unione Europea

Fino a non molto tempo fa, era diffuso il timore che la Germania riunificata, con i suoi 82 milioni di abitanti, la sua poderosa macchina produttiva e la sua prevedibile egemonia sui Paesi dell’Est, diventasse la potenza egemone dell’Unione: in altre parole, che il futuro ci riservasse un’Europa a predominio tedesco. Oggi si sta facendo strada la paura contraria: che la Repubblica federale, appesantita da sei Laender orientali che non riescono a mettersi al passo con l’Occidente, da uno stato sociale troppo oneroso e da un sindacato tanto potente quanto restio ad accettare le riforme, si trasformi da locomotiva in palla al piede della UE. Il timore è probabilmente esagerato, ma è un fatto incontrovertibile che il tasso di sviluppo del Paese è stato, nell’ultimo decennio, il più basso di tutti i Venticinque e che la disoccupazione, a quota 5,25 milioni, sia oggi la più alta dalla depressione degli Anni Trenta, quando favorì l’avvento al potere di Adolf Hitler. Il presidente della Repubblica Horst Koehler, già capo del Fondo Monetario Internazionale, non ha misurato le parole: “La Germania è in una fase di rapido declino”; e lo Handelsblatt, il Sole-24 Ore tedesco, ha chiosato: “Non solo è in declino, ma manca della volontà di cambiare le cose”.
Il male tedesco è cominciato con la riunificazione: l’enorme sforzo finanziario necessario per integrare la Germania comunista - fino adesso, milleduecento miliardi di Euro – ha imposto prima un rialzo dei tassi d’interesse e poi un aumento delle imposte che hanno frenato l’economia, nonostante qualche sussulto, in maniera quasi permanente. La gravità del problema è stata riconosciuta, recentemente, anche dall’Unione Europea, in sede di revisione del Patto di stabilità. Nessuno dei governi che si sono succeduti - la coalizione liberal-conservatrice di Kohl fino al 1998, quella rosso-verde di Schroeder negli ultimi sei anni e mezzo, ha tuttavia avuto la forza di riformare in modo veramente incisivo il cosiddetto “modello renano” che le nuove circostanze rendono difficilmente sostenibile.
Questo modello, a lungo invidiato nel resto del continente, si regge su cinque pilastri: la concertazione, che nel corso degli anni ha ridotto di molto la conflittualità rispetto ai Paesi concorrenti, ma che comporta una forte e non sempre costruttiva partecipazione dei sindacati alle decisioni delle imprese e un loro forte potere di interdizione sulle leggi che ritengono contrarie ai propri interessi; uno statuto dei lavoratori molto avanzato, con ferree garanzie per gli occupati e orari molto ridotti rispetto a Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone; un costo del lavoro troppo elevato per molti tipi di produzione e sussidi di disoccupazione che, almeno fino all’ultima riforma, erano così alti da togliere l’incentivo a trovarsi un nuovo posto; un apparato previdenziale tanto generoso quanto capillare, che ha portato ai cittadini tranquillità e benessere, ma che il rapido invecchiamento della popolazione sta rendendo insostenibile sul piano finanziario; uno stretto intreccio di interessi tra banche e industria, che ha come conseguenza negativa una certa ingessatura del sistema.
Negli ultimi tempi, in assenza di riforme davvero risolutive, la crisi ha subito un’accelerazione, investendo anche i conti pubblici. Da ormai tre anni Berlino viola il Patto di stabilità che essa stessa impose ai partner al momento della nascita dell’Euro per garantirsi contro la finanza allegra dei Paesi meridionali e che adesso considera una specie di camicia di forza: il suo deficit è costantemente superiore al 3% consentito, e ha resistito finora a tutti i tentativi di contenimento. Schroeder ha imposto al suo partito alcune riforme, tra cui una revisione dei sussidi di disoccupazione che dovrebbe indurre i senza-lavoro a cercarsi più attivamente una nuova occupazione invece di farsi mantenere dallo Stato, e nella sua Agenda 2010 ne ha proposte altre dirette a liberare le energie del Paese secondo la direttiva europea di Lisbona 2010. Prima di Pasqua ha addirittura compiuto il passo, per lui abbastanza umiliante, di cercare la collaborazione dell’opposizione cristiano-democratica per fare approvare più rapidamente una riduzione della imposta sulle società dal 25 al 19 per cento, in linea con quanto sta avvenendo nell’Europa dell’Est.Il suo compito è reso più difficile dall’ala sinistra del suo partito, che difende ostinatamente le conquiste degli anni delle vacche grasse e sostiene che non si deve fare pagare la crisi ai lavoratori, ma al capitale. Più o meno sulle stesse posizioni sono i suoi alleati Verdi che, proprio come è accaduto in Italia, hanno scavalcato su molti dossier i socialdemocratici a sinistra.
Ma, sempre come accade in Italia, l’ostacolo maggiore a una politica economica più aggressiva è la mancanza di risorse: per compensare le minori entrate previste in seguito all’attenuazione della pressione fiscale sulle società, il Cancelliere ha dovuto ricorrere a una serie di altre misure non proprio popolari, come lo stop a una serie di agevolazioni alle imprese, un aumento della tassa sui dividendi, una riduzione dei sussidi all’edilizia, che hanno indotto i suoi avversari ad accusarlo di togliere con la mano sinistra quel che si appresta a concedere con la destra. Comunque, il taglio della tassa sugli utili societari, ammesso che passi al vaglio del Bundestag, dove la coalizione di governo ha una maggioranza di pochi voti, e a quello del Bundesrat, dove è da tempo in netta minoranza, sembra insufficiente a stimolare investimenti tali da garantire una riduzione di una disoccupazione che tocca ormai il 12,5% della forza lavoro, con punte addirittura del 25% in alcune zone depresse dei Laender orientali.
Dove Schroeder incontra le maggiori difficoltà a intervenire, è nella liberalizzazione del mercato del lavoro. Qui la resistenza dei sindacati è implacabile. Appena due anni fa, quando il declino era già evidente, essi sono riusciti ad imporre l’abbassamento del numero di dipendenti che comporta la piena applicazione dello statuto dei lavoratori. Perfino l’introduzione del lavoro interinale, che in Italia è stato utilissimo nella lotta alla disoccupazione, ha molti oppositori in un establishment sindacale spaventato dalla costante erosione del numero degli iscritti. La combinazione tra restrizioni e alto costo della manodopera hanno indotto molte aziende a trasferire i loro impianti all’estero, o – come hanno fatto con successo Volkswagen, Siemens ed altri giganti – a porre alle proprie maestranze un perentorio aut-aut: o accettavano condizioni salariali e di lavoro meno vantaggiose di quelle strappate negli anni del miracolo, o alcuni stabilimenti sarebbero stati “delocalizzati”, in Polonia, in Slovacchia o in uno degli altri Paesi vicini dove manodopera specializzata è disponibile a costi molto, molto inferiori. Alcune di queste trattative sono state condotte in porto con successo, altre sono naufragate, ma un tabu è stato infranto, aprendo la porta ad altre rinegoziazioni che sarebbero state impensabili fino a qualche anno fa. Comunque, la rigidità dei sindacati in genere non ha pagato, perché le aziende coinvolte sono andate in malora, o come nel caso di un marchio storico come la Grundig, sono finite nella mani dei cinesi di Taiwan.
Un altro caposaldo del modello renano era la cogestione, con i rappresentanti del sindacato che sedevano nei consigli di amministrazione e spesso ne influenzavano gli indirizzi. Un sistema che andava bene nelle fasi di crescita, quando si trattava di gestire lo sviluppo e decidere sulla spartizione della torta, si è rivelato paralizzante nel momento in cui bisognava introdurre economie, razionalizzazioni del metodo produttivo e, sempre più spesso, anche riduzioni di personale.
Un’altra vicenda in cui le resistenze corporative hanno prevalso sulle esigenze dello sviluppo è quella della liberalizzazione dei servizi, che ormai producono il 70% del PIL dell’Unione. La Commissione aveva sottoposto al Consiglio una direttiva per estendere anche a questo settore i criteri del mercato unico che, secondo i calcoli dei burocrati di Bruxelles, avrebbe portato nuove opportunità e nuova occupazione. L’idea era di aprire i mercati nazionali a tutti, permettendo alle aziende e ai professionisti di operare liberamente nell’ambito dei Venticinque pur continuando ad applicare le norme (e le retribuzioni) del proprio Paese d’origine. Apriti cielo: Germania e Francia hanno messo il veto, non perché non vedessero nel provvedimento una logica conseguenza della creazione di un mercato unico per le merci, ma perché la concorrenza avrebbe portato, inevitabilmente, a una riduzione del tenore di vita dei rispettivi cittadini a vantaggio di quelli a minor reddito e a una “esportazione” di posti di lavoro.
Bisogna dire che, pur con tutti questi handicap, nel 2004 la Germania è stata ancora il Paese che ha esportato di più al mondo, più del Giappone, più degli Stati Uniti, più della Cina. Il vantaggio dell’industria tedesca rispetto alle sue concorrenti europee è che è in grado di offrire prodotti d’avanguardia, o di altissimo prestigio come le sue auto di lusso, o comunque considerati top nel loro settore, e che pertanto sono in condizione di resistere alla concorrenza asiatica meglio dei prodotti “maturi”, che costituiscono una parte notevole dell’offerta italiana. Per le sue caratteristiche, essa riesce anche a fronteggiare meglio le conseguenze della rivalutazione dell’Euro sul dollaro, che ha messo altri fuori mercato. A suo favore gioca infine il fatto che, crisi o no, continua a investire una parte notevole dei suoi utili nella ricerca, facendo sì che i suoi prodotti abbiano sempre un quid in più dei concorrenti.
Se la domanda estera continua ad essere alta, quella interna è invece da anni pericolosamente stagnante: un po’ per l’alto numero dei disoccupati, un po’ per la scarsa fiducia nel futuro, un po’ per l’invecchiamento della popolazione e un po’ anche per una certa saturazione del mercato, non c’è verso di farla decollare. Di qui, i tassi di sviluppo sotto l’1 per cento degli ultimi anni. Nonostante ciò, almeno fino a qualche tempo fa, i tedeschi non apparivano particolarmente angosciati dal declino del loro Paese, né pronti a sacrificare le conquiste degli anni d’oro a un superiore interesse nazionale. Nonostante tante nubi nere, la qualità della vita in Germania rimane molto alta e, anche dopo i recenti tagli, gli ammortizzatori sociali fanno sì che, almeno nell’Ovest, non molti finiscano sotto la soglia di povertà. Una filosofia molto diffusa, tipica di una società sazia che ha esaurito la sua spinta propulsiva, è quella riassunta nella frase di un cittadino di Hannover in una recente intervista: “Meglio sei settimane di vacanza dello status di superpotenza mondiale”.

Sul piano politico, molte cose sono cambiate durante i sette anni di centro-sinistra. Durante il lungo regno di Helmut Kohl, la Germania era stata, indipendentemente da chi fosse l’inquilino della Casa Bianca, il più fedele alleato degli Stati Uniti in Europa. Specie dopo la riunificazione (che Bush sr. aveva favorito in ogni modo mentre la Francia di Mitterrand era quantomeno perplessa), si parlava esplicitamente di un asse Washington-Berlino. L’armonia ha cominciato ad incrinarsi con la prima elezione di Bush jr., e si è trasformata in quasi rottura con la guerra all’Iraq. Schroeder, infatti, si è schierato al cento per cento – anche in sede di Consiglio di Sicurezza di cui la Germania in quel momento faceva parte – con la Francia, ed ha continuato il suo rifiuto a mandare un solo soldato a Baghdad anche sotto le insegne della NATO. Egli ha vinto le ultime elezioni politiche solo per un soffio, cavalcando senza pudore l’antiamericanismo e il rifiuto della guerra prevalenti nell’elettorato, e si è perciò trovato in notevoli difficoltà quando si è trattato di riavvicinarsi agli Stati Uniti. Il problema è che, stando ai sondaggi, il danno è irreversibile, perché ormai la maggioranza dei tedeschi ritiene che i rapporti con la Russia di Putin siano migliori di quelli con l’America di Bush.
Nonostante la freddezza con Washington, Berlino continua a perseguire con insistenza l’obbiettivo di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, a detrimento anche dell’Italia. Ma proprio in questa occasione Bush potrebbe renderle pan per focaccia: egli ha infatti assicurato Berlusconi che, al momento di votare, terrà conto dei nostri interessi e, mentre ha sostenuto apertamente le analoghe ambizioni del Giappone, ha mantenuto il silenzio su quelle tedesche. La debolezza di Schroeder è certificata dal fatto che, da quando ha riconquistato la Cancelleria, ha perduto tutte le elezioni regionali meno una, e a maggio rischia grosso anche in Renania Westfalia, l’ex cuore industriale della Repubblica federale che dal dopoguerra ha sempre avuto governi a guida socialista. A marzo, la perdita dello Schleswig-Holstein, altro Land rosso guidato per dieci anni dalla signora Heide Simonis, è stata presentata dalla stampa come l’inizio della fine per il Cancelliere. Ma se gli ultimi sondaggi, che danno la CDU/CSU al 44% contro il 31 dei socialdemocratici, sembrano lasciare poche speranze alla coalizione rosso-verde, la mancanza di un candidato dell’opposizione accettato da tutti le lascia ancora qualche speranza. Al momento attuale, si direbbe che il candidato del centro-destra alla Cancelleria sarà la signora Angela Merkel, una donna politica proveniente dalla Germania orientale che Kohl chiamava “la ragazza” e che si è ritrovata, un po’ inopinatamente, alla guida del partito quando sei anni fa questo fu investito da una serie di scandali. Ma una parte della base preferirebbe dare un’altra possibilità al governatore della Baviera Stoiber, sconfitto per pochissimo da Schroeder nel settembre 2002, o addirittura affidarsi al capofila della nuova generazione, il quarantacinquenne governatore della Bassa Sassonia Christian Wulff, appena incoronato “politico tedesco più popolare”.
Oggi come oggi, non si vede, né politicamente né economicamente, uno sbocco alla crisi del gigante tedesco. Gli aspiranti medici che si affollano al sua capezzale continuano a prescrivere medicine diverse, ma il problema è fargliele inghiottire. E nessuno dei politici oggi in pista sembra avere la statura del Grande Riformatore.

Livio Caputo