Riflessi e riflessioni cinematografiche, di cui
non parlo spesso su queste pagine. Non faccio il critico di professione,
non specificamente almeno, e adopero un film come qualsiasi altra
cosa, il calcio, un libro, un episodio di cronaca e/o di costume,
per provare ad andare oltre. Oltre che? Bah. Oltre il mio disagio,
oltre le contraddizioni della realtà, oltre una storia
e una cronaca che paiono irreversibili. E se non lo fossero (cfr.
”La resistibile ascesa di Arturo Ui”, che a teatro
non danno da un po’)?
Comunque sia. Quante sono le Muse classiche?Nove. Qual è
la decima Musa?Il cinema. Quale l’undicesima cui si riferisce
il titolo di questa nota? Lo vedremo cammin facendo. Ho visto
al cinema un capolavoro, pluridecorato dagli Oscar”, One
million dollar baby”, di e con Clint Eastwood. Strana vicenda,
quella del pistolero nei western all’italiana negli anni
’60 e poi dell’ispettore Callaghan, fino appunto alle
sue regie, a questo film, e subito prima a “Mystic river”,
altra pregevolissima pellicola a sua firma. Etichettato solo come
una bella faccia all’inizio, poi come un addetto ai lavori
competente, quindi come una star del cinema “ma” conservatore/reazionario,
scegliete voi, adesso sono costretti tutti, pubblico e critica,
colto e inclita, a riconoscere all’uomo una bravura crescente,
come attore, come regista, come figura di spicco nel settore sul
pianeta. Un classico contemporaneo, insomma, un classico “occidentale”,
così come è un classico mediterraneo, un greco moderno,
lo spagnolo Almodovar, di cui rintracci lo stile fondamentale,
da tragoedia antica travestita da commedia, anche in opere solo
parzialmente riuscite come l’ultimo “La mala educacion”.
Ma torniamo a Eastwood, e al suo film da Oscar di cui consiglio
caldamente la visione.
Intendiamoci, è un cazzotto, non solo metaforico giacché
parla di boxe, e di boxe al femminile. Ma è un capolavoro
costruito e pesato con una misura fenomenale, un’attenzione
all’etica e un occhio all’estetica (sequenze di ripresa
formidabili, quadri d’autore di volta in volta) rari sempre
e soprattutto di questi tempi. Già, di questi tempi: perché
non ho ancora detto che con una delicatezza inarrivabile il regista
tratta il tema cruciale, ben oltre la boxe, e cioè l’eutanasia.
Come, direte, la stessa eutanasia centrale nel dibattito americano
e mondiale contemporaneo legata al caso di Terri Schiavo? Quella.
Ebbene, vale di più il tratto profondamente leggero con
cui Eastwood “maneggia” una questione simile e ne
trae naturalmente molti più dubbi che non risposte, che
gli urli mediatici spesso scomposti e strumentali che sono stati
dedicati al caso di Terri Schiavo.
E tutto ciò sarebbe, a mio sommesso parere, un motivo sufficiente
per parlare di questo film. Già, ma che c’entra l’undicesima
Musa? Anzi, chi è, che cosa è questa undicesima
Musa?
Per sommi capi: si dice non senza ragione che tutto ormai è
ridotto a mercato, compresa la cultura e i cosiddetti beni immateriali.
Sono comprese le opere cinematografiche, e siamo pieni di lai
magari sacrosanti sul fatto che per esempio in Italia non si riesce
più a produrre e quasi soprattutto a distribuire pellicole
d’autore, film “veri”, che non siano solo un
prodotto da botteghino o da pubblicità. Si dice che i film
italiani faticano (eufemismo) nelle sale, scacciati dai film di
cassetta soprattutto americani. Tutto vero, e discorso da affrontare
con altri spazi e tempi. Ma questo “One million dollar baby”
è un film ricolmo di contenuti, che pure gira il mondo,
e non credo in perdita. Certo, è costato. Certo, bisogna
essere Eastwood, o qualcuno di un livello simile. Certo, sono
opere che possono fungere da “foglia di fico” prestigiosa
per un cinema commerciale che invece ha tutt’altro valore.
Eppure fortunatamente c’è, e c’è Almodovar,
e ci sono opere che fanno del cinema, o del teatro, o della letteratura,
ancora un’occasione per quell’undicesima Musa di cui
parlavo prima. Con la quale intendo un modo per guardarsi dentro
e rimettere al centro l’uomo e la quintessenza positiva
e negativa del suo essere uomo, un allarme, un segnale, un rimando,
una nostalgia, una profezia, un ricordo, un bisogno, uno stato
di natura acculturata o di cultura naturalizzata che è
la nostra matrice più profonda e più presentabile.
Eastwood, e i non tanti come lui nel cinema o altrove, ci stanno
dicendo che non farsi fagocitare è possibile, o addirittura
doveroso. Che il meglio va difeso, che non siamo solo bestie da
consumo. Che la poesia, il sentimento, l’immaterialità
di ognuno di noi preme, ai nostri occhi come al box-office, per
non venir delusa. Che a questo servono le Muse, le emozioni, la
ragione. Se penso a come veniva etichettato Clint da giovane,
e al percorso che ha fatto, beh, mi sento un po’ meglio.
Forse la partita(il match di boxe) si può ancora giocare...
Oliviero Beha