L'undicesima Musa

Oliviero Beha

Riflessi e riflessioni cinematografiche, di cui non parlo spesso su queste pagine. Non faccio il critico di professione, non specificamente almeno, e adopero un film come qualsiasi altra cosa, il calcio, un libro, un episodio di cronaca e/o di costume, per provare ad andare oltre. Oltre che? Bah. Oltre il mio disagio, oltre le contraddizioni della realtà, oltre una storia e una cronaca che paiono irreversibili. E se non lo fossero (cfr. ”La resistibile ascesa di Arturo Ui”, che a teatro non danno da un po’)?
Comunque sia. Quante sono le Muse classiche?Nove. Qual è la decima Musa?Il cinema. Quale l’undicesima cui si riferisce il titolo di questa nota? Lo vedremo cammin facendo. Ho visto al cinema un capolavoro, pluridecorato dagli Oscar”, One million dollar baby”, di e con Clint Eastwood. Strana vicenda, quella del pistolero nei western all’italiana negli anni ’60 e poi dell’ispettore Callaghan, fino appunto alle sue regie, a questo film, e subito prima a “Mystic river”, altra pregevolissima pellicola a sua firma. Etichettato solo come una bella faccia all’inizio, poi come un addetto ai lavori competente, quindi come una star del cinema “ma” conservatore/reazionario, scegliete voi, adesso sono costretti tutti, pubblico e critica, colto e inclita, a riconoscere all’uomo una bravura crescente, come attore, come regista, come figura di spicco nel settore sul pianeta. Un classico contemporaneo, insomma, un classico “occidentale”, così come è un classico mediterraneo, un greco moderno, lo spagnolo Almodovar, di cui rintracci lo stile fondamentale, da tragoedia antica travestita da commedia, anche in opere solo parzialmente riuscite come l’ultimo “La mala educacion”. Ma torniamo a Eastwood, e al suo film da Oscar di cui consiglio caldamente la visione.
Intendiamoci, è un cazzotto, non solo metaforico giacché parla di boxe, e di boxe al femminile. Ma è un capolavoro costruito e pesato con una misura fenomenale, un’attenzione all’etica e un occhio all’estetica (sequenze di ripresa formidabili, quadri d’autore di volta in volta) rari sempre e soprattutto di questi tempi. Già, di questi tempi: perché non ho ancora detto che con una delicatezza inarrivabile il regista tratta il tema cruciale, ben oltre la boxe, e cioè l’eutanasia. Come, direte, la stessa eutanasia centrale nel dibattito americano e mondiale contemporaneo legata al caso di Terri Schiavo? Quella. Ebbene, vale di più il tratto profondamente leggero con cui Eastwood “maneggia” una questione simile e ne trae naturalmente molti più dubbi che non risposte, che gli urli mediatici spesso scomposti e strumentali che sono stati dedicati al caso di Terri Schiavo.
E tutto ciò sarebbe, a mio sommesso parere, un motivo sufficiente per parlare di questo film. Già, ma che c’entra l’undicesima Musa? Anzi, chi è, che cosa è questa undicesima Musa?
Per sommi capi: si dice non senza ragione che tutto ormai è ridotto a mercato, compresa la cultura e i cosiddetti beni immateriali. Sono comprese le opere cinematografiche, e siamo pieni di lai magari sacrosanti sul fatto che per esempio in Italia non si riesce più a produrre e quasi soprattutto a distribuire pellicole d’autore, film “veri”, che non siano solo un prodotto da botteghino o da pubblicità. Si dice che i film italiani faticano (eufemismo) nelle sale, scacciati dai film di cassetta soprattutto americani. Tutto vero, e discorso da affrontare con altri spazi e tempi. Ma questo “One million dollar baby” è un film ricolmo di contenuti, che pure gira il mondo, e non credo in perdita. Certo, è costato. Certo, bisogna essere Eastwood, o qualcuno di un livello simile. Certo, sono opere che possono fungere da “foglia di fico” prestigiosa per un cinema commerciale che invece ha tutt’altro valore. Eppure fortunatamente c’è, e c’è Almodovar, e ci sono opere che fanno del cinema, o del teatro, o della letteratura, ancora un’occasione per quell’undicesima Musa di cui parlavo prima. Con la quale intendo un modo per guardarsi dentro e rimettere al centro l’uomo e la quintessenza positiva e negativa del suo essere uomo, un allarme, un segnale, un rimando, una nostalgia, una profezia, un ricordo, un bisogno, uno stato di natura acculturata o di cultura naturalizzata che è la nostra matrice più profonda e più presentabile.
Eastwood, e i non tanti come lui nel cinema o altrove, ci stanno dicendo che non farsi fagocitare è possibile, o addirittura doveroso. Che il meglio va difeso, che non siamo solo bestie da consumo. Che la poesia, il sentimento, l’immaterialità di ognuno di noi preme, ai nostri occhi come al box-office, per non venir delusa. Che a questo servono le Muse, le emozioni, la ragione. Se penso a come veniva etichettato Clint da giovane, e al percorso che ha fatto, beh, mi sento un po’ meglio. Forse la partita(il match di boxe) si può ancora giocare...

Oliviero Beha