Il paese dei ritorni

Andrea Malnati

In Perù, la delusione suscitata dal governo del Presidente Toledo spinge molti a sperare in un improbabile ritorno: quello di Alberto Fujimori.

L’estate a Lima è ritornata, puntuale come ogni anno a Gennaio ma il caldo torrido ha un impatto differente sulle diverse zone della città, un enorme agglomerato urbano di quasi 10 milioni d’abitanti. Non è solo un’impressione, la differenza di temperatura tra i ricchi quartieri di Miraflores o San Isidro, rinfrescati dalla brezza del Pacifico, e i periferici barrios jovenes, le favelas locali cresciute al limitare del deserto, può anche essere di quattro o cinque gradi. Se per alcuni l’estate significa un Pisco Sour al bar più trendy, proprio a picco sul mare, per altri può letteralmente significare sudore e polvere, in luoghi dove anche l’acqua potabile è difficile da reperire.
Col ritorno dell’estate tornano a riempirsi le spiagge della città, generalmente di famiglie povere, di ragazzi che si destreggiano tra le onde con i loro surf e di altri che, se non stai attento, si destreggiano assai abilmente con il tuo portafoglio. Le spiagge più attraenti e non inquinate, poste a sud della capitale, farcite di ville e villette più o meno estese in base al censo dei proprietari, vengono naturalmente riempite da chi può permetterselo: giovani sorridenti e abbronzati (in maggioranza bianchi di discendenza europea), appena tornati dalle vacanze natalizie a Miami, al fianco dei loro genitori, affermati e sorridenti professionisti in carriera.
Insomma, tutto come sempre. E come in tutte le estati che si rispettino tornano anche le chiacchiere da spiaggia, indipendentemente dal livello sociale della spiaggia. Le chiacchiere di quest’anno sono le stesse che da qualche mese riempiono i giornali e le bocche dei limeños, gli argomenti di fondo sono due: la popolarità (scarsa) di Toledo e un possibile ritorno dell’ex presidente Fujimori.
La limitata popolarità di Toledo ha toccato i minimi storici proprio in quest’inizio d’estate: sconvolto da uno scandalo sulla raccolta di firme per presentare la sua lista alle elezioni (poi annullate) del 2000 che costringe sua sorella agli arresti domiciliari, Toledo avrebbe, secondo un’indagine pubblicata recentemente dal quotidiano Expreso, un indice di popolarità di poco superiore al 5%. Intorno al 20% quelli che vedrebbero di buon occhio un ritorno del Chino, come veniva chiamato Fujimori (nonostante sia d’origine giapponese) e prossimi al 40% quelli che rimpiangono le condizioni socio-economiche dei tempi del suo governo.
Il discorso di molti è lo stesso che mi fa Fernando, taxista free lance di sessant’anni, recentemente arrivato a Lima, dove abita un suo figlio, dalla campagna nei dintorni di Trujillo. Dopo aver perso il lavoro che lo manteneva da più di trent’anni, è costretto alle corse notturne per battere la concorrenza e tirar su qualche Sol in più, nella speranza di poter tornare a casa a godersi l’età della pensione e curarsi l’asma lontano dall’inquinamento della capitale. E il discorso di Fernando è molto semplice: Fujimori è stato costretto alla fuga perché accusato di corruzione, è ormai appurato che, con l’aiuto del losco Vladimiro Montesinos, basasse il proprio potere sul ricatto e la corruzione di una parte consistente della società peruviana; Toledo, che si era candidato con l’intenzione di combattere la corruzione, appare sempre più spesso coinvolto in scandali legati a fenomeni di corruzione. Insomma, in questo la differenza sembra essere poca ma, quantomeno, ai tempi del governo Fujimori l’economia sembrava andare meglio, sicuramente nel paese regnava più ordine e le infrastrutture (strade, ferrovie, ecc.) parevano progredire invece di peggiorare. “La strada che passa nei pressi della mia casa in campagna” dice Fernando “l’ha fatta costruire Fujimori e ora è inaccessibile da due anni, da quando Toledo ha promesso di farla riparare. Ecco la differenza tra i due: Fujimori rubava ma anche faceva funzionare il paese, Toledo ruba ed è pure incapace”. L’onestà o meno di Toledo verrà, se sarà il caso, decisa dai tribunali ma il fatto che in molti stiano cominciando a considerarlo poco capace è un dato politico innegabile. L’ha ben capito l’opposizione, capitanata da Alan García, che non perde occasione per attaccare Toledo e aumentarne le difficoltà. Ma il problema dell’opposizione, forse, è proprio Alan García, una figura assai ingombrante con un passato che sembra incastrarsi perfettamente in questa telenovela politica peruviana di partenze e ritorni. García fu presidente del paese alla fine degli anni ‘80; coinvolto in scandali di mazzette (tra cui famoso quello legato alla presunta metropolitana di Lima che coinvolgeva anche qualche ex politico nostrano del tempo di tangentopoli), fu costretto all’esilio (invero dorato) a Parigi. Politicamente sembrava bruciato ma, dopo la fuga di Fujimori, Alan García tornò in patria con intenti belligeranti. Al suo comizio d’arrivo, nel Gennaio del 2001, la folla riempiva l’enorme Plaza San Martín più per curiosità che per convinzione politica. Dopo tre mesi, alla guida di un rinato partito aprista (di sinistra) arrivava al ballottaggio presidenziale contro Toledo (espressione di un partito di centro-sinistra) eliminando, con gran sorpresa dei commentatori politici, tutti i candidati di centro-destra dalla competizione. Insomma un ritorno col botto per quello che adesso è ritenuto il più serio candidato alla successione di Toledo, viste le palesi difficoltà del centro-destra a trovare un candidato unitario.

Le elezioni sono ormai alle porte (si voterà il prossimo anno se Toledo non viene costretto alla resa prima) e l’attuale Presidente, candidatosi con la promessa más trabajo (più lavoro), si trova ora a gestire una disoccupazione galoppante e una situazione economica fortemente negativa, nonostante l’aiuto promesso e ricevuto dagli Stati Uniti. L’unico risultato che può vantare è una discreta tenuta della moneta, per il resto: il disastro.
Alan García, chiaramente, ci riprova, con l’Apra e con l’aiuto dei sindacati, molto forti nei barrios jovenes: promette di fare gli interessi delle classi più deboli ma si permette di prendere a calci in diretta TV, durante una manifestazione di piazza del luglio scorso, un operaio la cui unica colpa era quella di essere passato davanti alla telecamera che lo stava riprendendo. Insomma una figura controversa, che difficilmente potrà ottenere più del 30% dei votanti, percentuale che potrebbe essere sufficiente solo se il centro-destra non troverà un candidato in grado di riunire i voti di un elettorato disperso e deluso. Di nomi ne girano diversi ma dai sondaggi pochi sembrano poter anche solo avvicinare le percentuali di gradimento di Fujimori.
Che il Chino si stia preparando per permettere al Perù di rimettere in scena la parabola del figliol prodigo?
Il suo ritorno sulla scena politica del paese andino, magari non con una candidatura alla presidenza in prima persona, è una possibilità tutt’altro che remota; quale sarebbe la reazione dell’imprevedibile elettorato peruviano rimane una questione aperta. n

Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio di Pavia