In Perù, la delusione suscitata dal governo del
Presidente Toledo spinge molti a sperare in un improbabile ritorno:
quello di Alberto Fujimori.
L’estate a Lima è ritornata, puntuale come ogni
anno a Gennaio ma il caldo torrido ha un impatto differente sulle
diverse zone della città, un enorme agglomerato urbano
di quasi 10 milioni d’abitanti. Non è solo un’impressione,
la differenza di temperatura tra i ricchi quartieri di Miraflores
o San Isidro, rinfrescati dalla brezza del Pacifico, e i periferici
barrios jovenes, le favelas locali cresciute al limitare del deserto,
può anche essere di quattro o cinque gradi. Se per alcuni
l’estate significa un Pisco Sour al bar più trendy,
proprio a picco sul mare, per altri può letteralmente significare
sudore e polvere, in luoghi dove anche l’acqua potabile
è difficile da reperire.
Col
ritorno dell’estate tornano a riempirsi le spiagge della
città, generalmente di famiglie povere, di ragazzi che
si destreggiano tra le onde con i loro surf e di altri che, se
non stai attento, si destreggiano assai abilmente con il tuo portafoglio.
Le spiagge più attraenti e non inquinate, poste a sud della
capitale, farcite di ville e villette più o meno estese
in base al censo dei proprietari, vengono naturalmente riempite
da chi può permetterselo: giovani sorridenti e abbronzati
(in maggioranza bianchi di discendenza europea), appena tornati
dalle vacanze natalizie a Miami, al fianco dei loro genitori,
affermati e sorridenti professionisti in carriera.
Insomma, tutto come sempre. E come in tutte le estati che si rispettino
tornano anche le chiacchiere da spiaggia, indipendentemente dal
livello sociale della spiaggia. Le chiacchiere di quest’anno
sono le stesse che da qualche mese riempiono i giornali e le bocche
dei limeños, gli argomenti di fondo sono due: la popolarità
(scarsa) di Toledo e un possibile ritorno dell’ex presidente
Fujimori.
La
limitata popolarità di Toledo ha toccato i minimi storici
proprio in quest’inizio d’estate: sconvolto da uno
scandalo sulla raccolta di firme per presentare la sua lista alle
elezioni (poi annullate) del 2000 che costringe sua sorella agli
arresti domiciliari, Toledo avrebbe, secondo un’indagine
pubblicata recentemente dal quotidiano Expreso, un indice di popolarità
di poco superiore al 5%. Intorno al 20% quelli che vedrebbero
di buon occhio un ritorno del Chino, come veniva chiamato Fujimori
(nonostante sia d’origine giapponese) e prossimi al 40%
quelli che rimpiangono le condizioni socio-economiche dei tempi
del suo governo.
Il discorso di molti è lo stesso che mi fa Fernando, taxista
free lance di sessant’anni, recentemente arrivato a Lima,
dove abita un suo figlio, dalla campagna nei dintorni di Trujillo.
Dopo aver perso il lavoro che lo manteneva da più di trent’anni,
è costretto alle corse notturne per battere la concorrenza
e tirar su qualche Sol in più, nella speranza di poter
tornare a casa a godersi l’età della pensione e curarsi
l’asma lontano dall’inquinamento della capitale. E
il discorso di Fernando è molto semplice: Fujimori è
stato costretto alla fuga perché accusato di corruzione,
è ormai appurato che, con l’aiuto del losco
Vladimiro
Montesinos, basasse il proprio potere sul ricatto e la corruzione
di una parte consistente della società peruviana; Toledo,
che si era candidato con l’intenzione di combattere la corruzione,
appare sempre più spesso coinvolto in scandali legati a
fenomeni di corruzione. Insomma, in questo la differenza sembra
essere poca ma, quantomeno, ai tempi del governo Fujimori l’economia
sembrava andare meglio, sicuramente nel paese regnava più
ordine e le infrastrutture (strade, ferrovie, ecc.) parevano progredire
invece di peggiorare. “La strada che passa nei pressi della
mia casa in campagna” dice Fernando “l’ha fatta
costruire Fujimori e ora è inaccessibile da due anni, da
quando Toledo ha promesso di farla riparare. Ecco la differenza
tra i due: Fujimori rubava ma anche faceva funzionare il paese,
Toledo ruba ed è pure incapace”. L’onestà
o meno di Toledo verrà, se sarà il caso, decisa
dai tribunali ma il fatto che in molti stiano cominciando a considerarlo
poco capace è un dato politico innegabile. L’ha ben
capito l’opposizione, capitanata da Alan García,
che non perde occasione per attaccare Toledo e aumentarne le difficoltà.
Ma il problema dell’opposizione, forse, è proprio
Alan García, una figura assai ingombrante con un passato
che sembra incastrarsi perfettamente in questa telenovela politica
peruviana di partenze e ritorni. García fu presidente
del
paese alla fine degli anni ‘80; coinvolto in scandali di
mazzette (tra cui famoso quello legato alla presunta metropolitana
di Lima che coinvolgeva anche qualche ex politico nostrano del
tempo di tangentopoli), fu costretto all’esilio (invero
dorato) a Parigi. Politicamente sembrava bruciato ma, dopo la
fuga di Fujimori, Alan García tornò in patria con
intenti belligeranti. Al suo comizio d’arrivo, nel Gennaio
del 2001, la folla riempiva l’enorme Plaza San Martín
più per curiosità che per convinzione politica.
Dopo tre mesi, alla guida di un rinato partito aprista (di sinistra)
arrivava al ballottaggio presidenziale contro Toledo (espressione
di un partito di centro-sinistra) eliminando, con gran sorpresa
dei commentatori politici, tutti i candidati di centro-destra
dalla competizione. Insomma un ritorno col botto per quello che
adesso è ritenuto il più serio candidato alla successione
di Toledo, viste le palesi difficoltà del centro-destra
a trovare un candidato unitario.

Le elezioni sono ormai alle porte (si voterà il prossimo
anno se Toledo non viene costretto alla resa prima) e l’attuale
Presidente, candidatosi con la promessa más trabajo (più
lavoro), si trova ora a gestire una disoccupazione galoppante
e una situazione economica fortemente negativa, nonostante l’aiuto
promesso e ricevuto dagli Stati Uniti. L’unico risultato
che può vantare è una discreta tenuta della moneta,
per il resto: il disastro.
Alan
García, chiaramente, ci riprova, con l’Apra e con
l’aiuto dei sindacati, molto forti nei barrios jovenes:
promette di fare gli interessi delle classi più deboli
ma si permette di prendere a calci in diretta TV, durante una
manifestazione di piazza del luglio scorso, un operaio la cui
unica colpa era quella di essere passato davanti alla telecamera
che lo stava riprendendo. Insomma una figura controversa, che
difficilmente potrà ottenere più del 30% dei votanti,
percentuale che potrebbe essere sufficiente solo se il centro-destra
non troverà un candidato in grado di riunire i voti di
un elettorato disperso e deluso. Di nomi ne girano diversi ma
dai sondaggi pochi sembrano poter anche solo avvicinare le percentuali
di gradimento di Fujimori.
Che il Chino si stia preparando per permettere al Perù
di rimettere in scena la parabola del figliol prodigo?
Il suo ritorno sulla scena politica del paese andino, magari non
con una candidatura alla presidenza in prima persona, è
una possibilità tutt’altro che remota; quale sarebbe
la reazione dell’imprevedibile elettorato peruviano rimane
una questione aperta. n
Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio di Pavia