Prima parte
Cooperazione e corruzione sembrano essere stati per diversi anni
un binomio inscindibile; ai grandi donors internazionali - le
Nazioni Unite, gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Europea
su tutti - è spesso stato rimproverato il fatto che i finanziamenti
destinati a migliorare le condizioni di popolazioni, che sovente
vivono in condizioni estreme, andassero in gran parte dispersi
nei rivoli (quando non fiumi) della corruzione. C’è
anche chi ritiene che siano gli stessi soldi della cooperazione
a sostenere il sistema della corruzione, quando non a stimolarlo
e ampliarlo, e che forse sarebbe più opportuno permettere
ai paesi in via di sviluppo di superare le difficoltà basandosi
soltanto sulle proprie forze.
Se andiamo a confrontare l’Indice di Percezione della Corruzione
del 2004 (ICP) dell’organizzazione Transparency International11
Il CPI è un indice che si basa sull’incrocio dei
risultati di diverse ricerche (fino a 18) e si riferisce al grado
di corruzione percepito dalla comunità economica internazionale
e dagli analisti nazionali dei paesi presi in considerazione.
Per maggiori informazioni:
con la graduatoria degli stati maggiori destinatari di aiuti bilaterali
e multilaterali22 The Economist - Pocket World in Figures, 2005
Edition.
, indubitabilmente colpisce il fatto che i paesi che risultano
avere un grado di corruzione più elevato siano quelli che
ricevono maggiori aiuti internazionali. Pakistan, Mozambico, Autorità
Palestinese, Serbia e Montenegro, Bangladesh, solo per fare alcuni
nomi.
Certo, le statistiche o le graduatorie vanno sempre lette con
attenzione e vale la pena di ricordare che, purtroppo, la corruzione
ha sempre trovato un terreno fertile nelle situazioni di povertà
e miseria. Appare per˜ innegabile che ad un aumento delle
donazioni non corrisponde un calo della corruzione, anzi.
Che questa sia una realtà e non il semplice frutto di elucubrazioni
statistiche lo si evince anche dal fatto che tutti i grandi donatori
stanno da tempo cercando di trovare dei sistemi di difesa contro
la piaga della corruzione. Tra i primi, la Commissione Europea,
che in questo momento e forse il maggior donatore di aiuti internazionali,
ha da tempo elaborato contromisure che cercano di evitare, o quantomeno
fortemente limitare, la possibile diffusione di fenomeni di corruzione
o anche semplicemente di cattiva gestione dei fondi stanziati
per il finanziamento di progetti di sviluppo.
Tanto per cominciare, le società che partecipano a gare
d’appalto per progetti di aiuto allo sviluppo finanziati
dalla Commissione devono, nella stragrande maggioranza dei casi,
essere società senza scopo di lucro, non devono mai aver
avuto procedimenti di bancarotta, nè condanne per condotta
non professionale, devono essere in piena attività e in
grado di produrre i bilanci degli ultimi anni. Insomma i soldi
vengono dati solo a società in buona salute economica.
Il finanziamento erogato non copre mai il 100% delle spese previste
ma da un minimo del 51% fino a un massimo del 95%, si cerca in
questo modo di creare anche un interesse economico e un maggior
impegno da parte delle società coinvolte. I contratti prevedono
una forte limitazione nelle sottocontrattazioni e nell’eleggibilità
dei costi: solo le spese e le attività realmente utili
ai fini della realizzazione di un progetto possono essere finanziate.
La documentazione richiesta al contraente e agli eventuali partners
è rigorosa e dettagliata, include statuti societari, bilanci,
dettaglio dei beni e strumenti posseduti dalla società
e deve essere prodotta e certificata anticipatamente all’assegnazione
del contratto; inoltre, quando l’ammontare della cifra stanziata
dalla Commissione Europea supera i 300.000 Euro, è richiesto
un audit esterno effettuato da una compagnia di audit autorizzata,
dove si certifichi il bilancio dell’ultimo anno di attività,
che la società in questione sia capace di sostenersi economicamente
per la durata del progetto e che la stessa sia in grado di contribuire
alla parte di finanziamento che le spetta.
Un progetto, per ricevere il finanziamento della Commissione Europea,
deve essere inquadrato secondo le regole del logical framework,
ovvero il quadro logico, uno schema di riferimento standard che
provvede a garantire la coerenza e l’utilità dei
progetti, in definitiva ad aumentarne l’impatto. Ogni azione
deve essere descritta chiaramente, deve avere un preciso obiettivo
specifico e deve essere partecipe nella realizzazione di un disegno
più complesso. Per ogni azione sono chiaramente previsti
costi e tempi di realizzazione e personale destinato a compierla.
Tutti i progetti finanziati, inoltre, devono andare nella direzione
generale compresa dal piano di sviluppo deciso tra la Commissione
e il paese beneficiario.
Una volta approvato un finanziamento, la Commissione, naturalmente,
non si lava le mani del proprio progetto. La società che
ha vinto l’appalto deve produrre dei rapporti periodici
sull’andamento dei lavori, deve rispettare tutte le scadenze
e le consegne previste nel quadro logico (pena la sospensione
del finanziamento), deve tenere i conti accuratamente aggiornati
e deve essere pronta in qualsiasi momento ad ogni tipo di controllo,
sia dei conti, sia a un’ispezione dello sviluppo del progetto
sul luogo. Controlli e ispezioni che puntualmente si verificano,
in particolare nel caso dei progetti più costosi.
Insomma, quello che la Commissione Europea sembra voler dire col
proprio atteggiamento, sia a paesi donatori, sia a paesi beneficiari,
è che i mezzi per porre un forte freno alla corruzione
che rischia di soffocare i benefici della cooperazione allo sviluppo
esistono, sta a noi il volerli utilizzare. A noi Stati ma anche
società e singoli individui. n
Fine 1° parte
Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio di Pavia