Cooperazione e corruzione:
le difese della Commissione Europea

Andrea Malnati

Prima parte

Cooperazione e corruzione sembrano essere stati per diversi anni un binomio inscindibile; ai grandi donors internazionali - le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Europea su tutti - è spesso stato rimproverato il fatto che i finanziamenti destinati a migliorare le condizioni di popolazioni, che sovente vivono in condizioni estreme, andassero in gran parte dispersi nei rivoli (quando non fiumi) della corruzione. C’è anche chi ritiene che siano gli stessi soldi della cooperazione a sostenere il sistema della corruzione, quando non a stimolarlo e ampliarlo, e che forse sarebbe più opportuno permettere ai paesi in via di sviluppo di superare le difficoltà basandosi soltanto sulle proprie forze.
Se andiamo a confrontare l’Indice di Percezione della Corruzione del 2004 (ICP) dell’organizzazione Transparency International11 Il CPI è un indice che si basa sull’incrocio dei risultati di diverse ricerche (fino a 18) e si riferisce al grado di corruzione percepito dalla comunità economica internazionale e dagli analisti nazionali dei paesi presi in considerazione. Per maggiori informazioni:
con la graduatoria degli stati maggiori destinatari di aiuti bilaterali e multilaterali22 The Economist - Pocket World in Figures, 2005 Edition.
, indubitabilmente colpisce il fatto che i paesi che risultano avere un grado di corruzione più elevato siano quelli che ricevono maggiori aiuti internazionali. Pakistan, Mozambico, Autorità Palestinese, Serbia e Montenegro, Bangladesh, solo per fare alcuni nomi.
Certo, le statistiche o le graduatorie vanno sempre lette con attenzione e vale la pena di ricordare che, purtroppo, la corruzione ha sempre trovato un terreno fertile nelle situazioni di povertà e miseria. Appare per˜ innegabile che ad un aumento delle donazioni non corrisponde un calo della corruzione, anzi.
Che questa sia una realtà e non il semplice frutto di elucubrazioni statistiche lo si evince anche dal fatto che tutti i grandi donatori stanno da tempo cercando di trovare dei sistemi di difesa contro la piaga della corruzione. Tra i primi, la Commissione Europea, che in questo momento e forse il maggior donatore di aiuti internazionali, ha da tempo elaborato contromisure che cercano di evitare, o quantomeno fortemente limitare, la possibile diffusione di fenomeni di corruzione o anche semplicemente di cattiva gestione dei fondi stanziati per il finanziamento di progetti di sviluppo.
Tanto per cominciare, le società che partecipano a gare d’appalto per progetti di aiuto allo sviluppo finanziati dalla Commissione devono, nella stragrande maggioranza dei casi, essere società senza scopo di lucro, non devono mai aver avuto procedimenti di bancarotta, nè condanne per condotta non professionale, devono essere in piena attività e in grado di produrre i bilanci degli ultimi anni. Insomma i soldi vengono dati solo a società in buona salute economica.
Il finanziamento erogato non copre mai il 100% delle spese previste ma da un minimo del 51% fino a un massimo del 95%, si cerca in questo modo di creare anche un interesse economico e un maggior impegno da parte delle società coinvolte. I contratti prevedono una forte limitazione nelle sottocontrattazioni e nell’eleggibilità dei costi: solo le spese e le attività realmente utili ai fini della realizzazione di un progetto possono essere finanziate.
La documentazione richiesta al contraente e agli eventuali partners è rigorosa e dettagliata, include statuti societari, bilanci, dettaglio dei beni e strumenti posseduti dalla società e deve essere prodotta e certificata anticipatamente all’assegnazione del contratto; inoltre, quando l’ammontare della cifra stanziata dalla Commissione Europea supera i 300.000 Euro, è richiesto un audit esterno effettuato da una compagnia di audit autorizzata, dove si certifichi il bilancio dell’ultimo anno di attività, che la società in questione sia capace di sostenersi economicamente per la durata del progetto e che la stessa sia in grado di contribuire alla parte di finanziamento che le spetta.
Un progetto, per ricevere il finanziamento della Commissione Europea, deve essere inquadrato secondo le regole del logical framework, ovvero il quadro logico, uno schema di riferimento standard che provvede a garantire la coerenza e l’utilità dei progetti, in definitiva ad aumentarne l’impatto. Ogni azione deve essere descritta chiaramente, deve avere un preciso obiettivo specifico e deve essere partecipe nella realizzazione di un disegno più complesso. Per ogni azione sono chiaramente previsti costi e tempi di realizzazione e personale destinato a compierla. Tutti i progetti finanziati, inoltre, devono andare nella direzione generale compresa dal piano di sviluppo deciso tra la Commissione e il paese beneficiario.
Una volta approvato un finanziamento, la Commissione, naturalmente, non si lava le mani del proprio progetto. La società che ha vinto l’appalto deve produrre dei rapporti periodici sull’andamento dei lavori, deve rispettare tutte le scadenze e le consegne previste nel quadro logico (pena la sospensione del finanziamento), deve tenere i conti accuratamente aggiornati e deve essere pronta in qualsiasi momento ad ogni tipo di controllo, sia dei conti, sia a un’ispezione dello sviluppo del progetto sul luogo. Controlli e ispezioni che puntualmente si verificano, in particolare nel caso dei progetti più costosi.
Insomma, quello che la Commissione Europea sembra voler dire col proprio atteggiamento, sia a paesi donatori, sia a paesi beneficiari, è che i mezzi per porre un forte freno alla corruzione che rischia di soffocare i benefici della cooperazione allo sviluppo esistono, sta a noi il volerli utilizzare. A noi Stati ma anche società e singoli individui. n
Fine 1° parte

Andrea Malnati
Ricercatore Osservatorio di Pavia