Siamo innocenti?
Terry Schiavo, la nostra fatica di vivere

 Adriano Pessina

Il dramma di una ragazza ci inchioda alle nostre responsabilità e alle parole che ognuno di noi ha detto, o pensato, nei suoi confronti.

Terry Schiavo non è un caso clinico. Non è un caso giuridico. Non è un’occasione per approvare o biasimare l’eutanasia, o per tracciare i confini dell’accanimento terapeutico. Terry Schiavo è una ragazza che, mentre sto scrivendo, sta lentamente morendo di fame e di sete in un letto di ospedale, dove per anni è stata accudita, custodita, amata. Una ragazza sul cui destino tutti si sono sentiti in diritto di dire un parere, formulare una sentenza: magari seduti davanti al televisore, mangiando pattatine fritte e pollo. Il dramma di una ragazza ci inchioda alle nostre responsabilità e alle parole che ognuno di noi ha detto, o pensato, nei suoi confronti. Forse non ci rendiamo conto di quanto siamo esposti al rischio di diventare corresponsabili in una scelta che riguarda l’esistenza altrui. Giusto o sbagliato togliere il sostentamento vitale a questa ragazza? E in nome di quale potere e di quale dovere?. Se davvero Terry non è consapevole e non soffre, come sostiene il marito, non ha percezione del suo stato vitale: allora perché farla morire? E se Terry è invece consapevole e instaura flebili relazioni con i genitori, come si può farla morire? Chi, e in base a quale parametro può stabilire che è una vita è degna di essere vissuta? Chi ha il potere di condannare a morte una persona soltanto perché non è più in grado di relazionarsi con gli altri e deve dipendere dall’amore e dalla solidarietà altrui? Se la nozione di accanimento terapeutico si riferisce all’uso di mezzi sproporzionati e straordinari, che provocano più sofferenze che sollievo, come si può parlare in questo caso di accanimento terapeutico? Le ragioni per continuare a tutelare la fragile esistenza di Terry sono molto più stringenti dei sentimenti di quanto pensano di volerle bene facendola morire di fame e sete. Ma in questo dibattito globale non abbiamo fatto i conti con le paure e le sofferenze dei sani, di tutti noi che temiamo la morte tanto quanto la sofferenza e restiamo angosciati di fronte alla possibilità di diventare come Terry. Perché il vero problema, il nodo irrisolto, è la fatica di coloro che non sopportano la vista di Terry, che non sopportano di prendere sul serio la loro condizione di fragilità. La morte di Terry, infatti, sembra arrecare sollievo soprattutto a coloro che sono disturbati e turbati all’idea di convivere con serena coerenza anche con coloro che ci manifestano i segni della fragilità, della dipendenza, della muta e pur eloquente richiesta di totale dedizione. Ci sono voluti secoli per allargare i confini della nozione di dignità umana: schiavi, barbari, bambini, donne, “appestati” e immondi della terra, sono stati per secoli considerati residui della dignità umana, al più oggetto di considerazione utilitaristica o di generosità gratuita. Pensavamo di esserci liberati di quelle idee, pensavamo di esserci emancipati per sempre dallo sprezzante giudizio sugli altri che li escludeva facendoci dimenticare che erano e sono come noi. Non è così. Qualcuno ha parlato della vita di Terrry come della vita di un vegetale: arroganza della stupidità che non sa riconoscere nel volto di Terry, nel suo corpo silenzioso e muto, la silente dignità della persona umana nella sua originaria dimensione della dipendenza. Quella dipendenza che ognuno di noi ha sperimentato quando è stato accolto nel mondo, allevato nella società, istruito dalla cultura. Non siamo innocenti. La sentenza di oggi, ai miei occhi, è il segno visibile della paura e del fastidio dei sani, del loro più o meno inconscio risentimento nei confronti della condizione umana e della fatica del vivere nelle stagioni del tempo e della malattia. Per chi sa guardare con coraggio nel volto dell’esistenza, Terry non suscita né pietà né pena: suscita quella commossa tenerezza che ogni persona merita quando, suo malgrado, è affidata alle nostre maldestre mani, alle nostre fragile teste, ai nostri preoccupati giorni. Terry ci impone di ribaltare le nostre abitudini, ci impone di ripensare a quali valori sappiamo dare spazio nella nostra evoluta civiltà. Terry non è un caso, è una ragazza, una donna, una persona di cui avere cura. Penso, questa volta sì con tristezza, a tutti quei genitori, quei parenti, quegli amici che, in queste ore, sono accanto a persone in stato vegetativo persistente e si sentono abbandonati nella loro fatica e nel loro coraggio, subissati dalla palude di buoni sentimenti di quanti vorrebbero la morte altrui per nascondere la loro paura di vivere. La pena di morte ha molte facce, e i giudici e i boia si sfumano nelle pieghe dei discorsi che fanno di Terry un caso, un problema, un interrogativo. Terry, una come noi, una di noi. Siamo innocenti?

Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano