Il dramma di una ragazza ci inchioda alle nostre responsabilità
e alle parole che ognuno di noi ha detto, o pensato, nei suoi
confronti.
Terry
Schiavo non è un caso clinico. Non è un caso giuridico.
Non è un’occasione per approvare o biasimare l’eutanasia,
o per tracciare i confini dell’accanimento terapeutico.
Terry Schiavo è una ragazza che, mentre sto scrivendo,
sta lentamente morendo di fame e di sete in un letto di ospedale,
dove per anni è stata accudita, custodita, amata. Una ragazza
sul cui destino tutti si sono sentiti in diritto di dire un parere,
formulare una sentenza: magari seduti davanti al televisore, mangiando
pattatine fritte e pollo. Il dramma di una ragazza ci inchioda
alle nostre responsabilità e alle parole che ognuno di
noi ha detto, o pensato, nei suoi confronti. Forse non ci rendiamo
conto di quanto siamo esposti al rischio di diventare corresponsabili
in una scelta che riguarda l’esistenza altrui. Giusto o
sbagliato togliere il sostentamento vitale a questa ragazza? E
in nome di quale potere e di quale dovere?. Se davvero Terry non
è consapevole e non soffre, come sostiene il marito, non
ha percezione del suo stato vitale: allora perché farla
morire? E se Terry è invece consapevole e instaura flebili
relazioni con i genitori, come si può farla morire? Chi,
e in base a quale parametro può stabilire che è
una vita è degna di essere vissuta? Chi ha il potere di
condannare a morte una persona soltanto perché non è
più in grado di relazionarsi con gli altri e deve dipendere
dall’amore e dalla solidarietà altrui? Se la nozione
di accanimento terapeutico si riferisce all’uso di mezzi
sproporzionati e straordinari, che provocano più sofferenze
che sollievo, come si può parlare in questo caso di accanimento
terapeutico? Le ragioni per continuare a tutelare la fragile esistenza
di Terry sono molto più stringenti dei sentimenti di quanto
pensano di volerle bene facendola morire di fame e sete. Ma in
questo dibattito globale non abbiamo fatto i conti con le paure
e le sofferenze dei sani, di tutti noi che temiamo la morte tanto
quanto la sofferenza e restiamo angosciati di fronte alla possibilità
di diventare come Terry. Perché il vero problema, il nodo
irrisolto, è la fatica di coloro che non sopportano la
vista di
Terry,
che non sopportano di prendere sul serio la loro condizione di
fragilità. La morte di Terry, infatti, sembra arrecare
sollievo soprattutto a coloro che sono disturbati e turbati all’idea
di convivere con serena coerenza anche con coloro che ci manifestano
i segni della fragilità, della dipendenza, della muta e
pur eloquente richiesta di totale dedizione. Ci sono voluti secoli
per allargare i confini della nozione di dignità umana:
schiavi, barbari, bambini, donne, “appestati” e immondi
della terra, sono stati per secoli considerati residui della dignità
umana, al più oggetto di considerazione utilitaristica
o di generosità gratuita. Pensavamo di esserci liberati
di quelle idee, pensavamo di esserci emancipati per sempre dallo
sprezzante giudizio sugli altri che li escludeva facendoci dimenticare
che erano e sono come noi. Non è così. Qualcuno
ha parlato della vita di Terrry come della vita di un vegetale:
arroganza della stupidità che non sa riconoscere nel volto
di Terry, nel suo corpo silenzioso e muto, la silente dignità
della persona umana nella sua originaria dimensione della dipendenza.
Quella dipendenza che ognuno di noi ha sperimentato quando è
stato accolto nel mondo, allevato nella società, istruito
dalla cultura.
Non
siamo innocenti. La sentenza di oggi, ai miei occhi, è
il segno visibile della paura e del fastidio dei sani, del loro
più o meno inconscio risentimento nei confronti della condizione
umana e della fatica del vivere nelle stagioni del tempo e della
malattia. Per chi sa guardare con coraggio nel volto dell’esistenza,
Terry non suscita né pietà né pena: suscita
quella commossa tenerezza che ogni persona merita quando, suo
malgrado, è affidata alle nostre maldestre mani, alle nostre
fragile teste, ai nostri preoccupati giorni. Terry ci impone di
ribaltare le nostre abitudini, ci impone di ripensare a quali
valori sappiamo dare spazio nella nostra evoluta civiltà.
Terry non è un caso, è una ragazza, una donna, una
persona di cui avere cura. Penso, questa volta sì con tristezza,
a tutti quei genitori, quei parenti, quegli amici che, in queste
ore, sono accanto a persone in stato vegetativo persistente e
si sentono abbandonati nella loro fatica e nel loro coraggio,
subissati dalla palude di buoni sentimenti di quanti vorrebbero
la morte altrui per nascondere la loro paura di vivere. La pena
di morte ha molte facce, e i giudici e i boia si sfumano nelle
pieghe dei discorsi che fanno di Terry un caso, un problema, un
interrogativo. Terry, una come noi, una di noi. Siamo innocenti?
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano