Da
una libreria antiquaria recupero una copia di “Il Volga
nasce in Europa”, il libro che raccoglie, ampliate, le corrispondenze
belliche di Curzio Malaparte dal fronte russo.
Pronta nel febbraio del 1943, la prima edizione, per i Tipi della
Bompiani, andò distrutta nel corso di un bombardamento
inglese. Nuovamente composto e stampato, il volume uscì
nell’agosto dello stesso anno ma, un mese dopo, venne sequestrato
dalle autorità tedesche e mandato al macero.
Nel 1951, per la casa editrice Aria d’Italia da lui stesso
fondata, Malaparte pubblicò la terza edizione (con quella
caratteristica copertina rosso sangue che riprendeva i colori
della sua casa caprese), ed è un esemplare di quest’ultima
quello che ho ora fra le mani.
Giuseppe Pardini, a cui si deve il più recente saggio su
Curzio Malaparte (Biografia politica, Luni editrice), da un esame
comparato fra gli articoli pubblicati sul Corriere della Sera
e le successive edizioni conservate nell’Archivio Malaparte,
giudica i cambiamenti apportati come “insignificanti”
e “non influenti sul giudizio, sul valore e sul contenuto
ideologico”. Nel 1951, insomma, lo scrittore ripubblicò
tale e quale il testo del ’43, a sua volta basato sugli
scritti giornalistici comparsi sul quotidiano milanese nell’arco
di tempo che va dal giugno 1941 alla primavera del 1943.

Dico questo perché la “leggenda nera” dell’opportunismo
malapartiano è tale che a lungo, e specie post mortem,
si è andati avanti costruendo ad arte una caricatura, oltre
che dell’uomo, dello scrittore, tesa a negargli qualsiasi
dimensione politico-ideologica che superasse l’ambito del
puro e semplice tornaconto individuale, e quindi un’immagine
epidermica di stilista, priva di contenuti, senza significati.
Va
detto che un aiuto in tal senso, ovvero la caricatura di se stesso,
lo diede, ahimé, lo stesso Malaparte, grazie a una vita
pubblica che fu fragorosa, sempre sopra le righe, istrionica.
A volte la bellezza e l’intelligenza sono una maledizione,
obbligano a portare in superficie quello che avresti preferito
restasse in profondità. A uno scrittore non si chiede la
prestanza fisica, un intellettuale non si misura in termini estetici.
Nell’Italia dei letterati da caffè e dei professori
a stipendio, dei romanzieri in camere d’affitto, quelli
come lui erano minoranza e, tolto d’Annunzio, la cui “vita
inimitabile” è però un ultimo fuoco dell’Ottocento,
li ritrovavi nella letteratura popolare, i Da Verona, i Pitigrilli,
dalla “classe dei colti” invidiati ma disprezzati,
non considerati. Il divismo malapartiano a cui lo condannava il
suo fisico e la sua baldanza aveva invece in sé l’elemento
forte di un pensiero, il nucleo di un’ideologia e risiedeva
lì la sua pericolosità. Non era uno scrittore per
sartine, una firma per romanzi d’appendice con la faccia
d’attore dei telefoni bianchi…
L’estraneità così risultava totale, e la differenza
e l’ostilità erano sempre lì, pronte a coglierne
il primo passo falso.
Esasperando un modo d’essere, Malaparte in fondo non faceva
che accentuare quella diversità, quasi a rivendicare un
proprio diritto naturale, non solo, era il messaggio: “vi
faccio concorrenza sul vostro campo, e siete costretti a occuparvi
di me, non potete liquidarmi come un fenomeno commerciale. Ma
in più sono inarrivabile nella vita vera, quella che a
voi sfugge, che potete avere solo di riflesso e a sprazzi: bello,
amato, corteggiato, ben introdotto…” Degli scrittori
suoi contemporanei, quello che più gli somiglia non è
un italiano, è un frances, Pierre Drieu la Rochelle. Il
tema della decadenza che ossessionerà Drieu per tutta la
sua opera è quello che il Malaparte bellico fa proprio:
il decomporsi di una civiltà e l’impossibilità
di porvi un freno, l’aver sognato un ritorno a valori antichi,
elementari, come antidoto, il doverne constatare il fallimento,
il prendere atto della fine di un mondo.
Anche il “fascismo” malapartiano viene da qui, il
frutto di vent’anni di impegno letterario, il richiamo a
valori forti e ancestrali, il rifiuto delle mode straniere, la
ricerca di una terza via fra liberalismo e marxismo, la rivoluzione
non come restaurazione o tabula rasa, ma recupero di una visione
del mondo e sua attualizzazione, il sogno di un fascismo immenso
e rosso che sarebbe potuto essere e non fu. “Il “mio”
fascismo me lo son creato io” scriverà a Piero Gobetti
ancora nel 1924, un po’ il successivo assunto del Longanesi
dell’Italiano: “Il fascismo non è bello per
quello che ha in sé, ma per quello che promette”.
Un giorno bisognerà scrivere una storia del rapporto fra
il fascismo e alcuni intellettuali, Malaparte stesso, Ansaldo,
Longanesi, alla luce dello sciupio delle intelligenze, più
che del loro utilizzo, il passaggio dell’adesione al frondismo,
e poi l’abbandono, non nell’ottica greve del tornaconto
o morale del tradimento, ma in quella di chi si vede ridurre gli
spazi d’azione e di intervento, di chi è più
avanti rispetto all’armatura ideologica e burocratica che
gli si para di fronte, di chi si accorge di sprecare il proprio
talento nella difesa di un sistema che non lo rappresenta e in
molti casi lo mortifica, di chi, alla fine, si rende conto che
il suo fascismo è più fecondo di quello che, istituzionalizzandosi,
si è inaridito.
In Il Volga nasce in Europa Malaparte dimostra di essere non soltanto
il miglior inviato della sua generazione, ma anche un italiano
più avvertito sugli elementi reali del conflitto di quanto
non lo fosse la nomenclatura fascista dell’epoca e la corte
intellettuale che le faceva corona.
Attraverso una serie di corrispondenze esemplari egli mette bene
in evidenza non solo l’esercito sovietico come “il
risultato di venticinque anni di organizzazione industriale e
di educazione tecnica stakanovista delle maestranze qualificate”,
ovvero “come la maggior realizzazione industriale del comunismo”,
ma porta in primo piano la “morale operaia”, cioè
la “macchina uomo” creata da circa vent’anni
di disciplina marxista, di “intransigenza leninista”,
opposta alla “morale borghese”. “Mi ha colpito
la violenza morale dei comunisti, la loro astrattezza, la loro
indifferenza al dolore e alla morte. È a Leningrado che
gli operai combattono e muoiono per la difesa della rivoluzione”.
E ancora: “Un giorno, quando il fragore delle armi si sarà
placato, e si potrà giudicare serenamente, si vedrà
che questa guerra contro la Russia sovietica non va considerata
come una lotta contro le orde mongoliche di un nuovo Gengis Kahn,
ma come una di quelle guerre sociali che sempre precedono, e preparano
un nuovo assetto politico e sociale dei popoli”.
Si capisce facilmente come concetti di questo tenore facessero
soffrire la censura e, al tempo stesso, colpissero il lettore.
Malaparte non raccontava né una passeggiata né una
crociata, dava al nemico la stessa dignità dell’alleato,
mostrava un’ammirazione verso il sacrificio, la resistenza,
l’intransigenza popolare russa che era contemporaneamente
la cartina di tornasole nei confronti dell’opinione pubblica
nazionale e delle Forze armate italiane, la prima entrata in guerra
con l’illusione cieca di una vittoria a spese altrui, le
seconde scaraventate in un conflitto a cui non erano state preparate,
di cui non si capivano le motivazioni, una posizione subordinata
che accentuava sudditanza e impotenza.
L’affresco
tracciato nel Volga nasce in Europa non ha nulla delle corrispondenze
militari classiche, la descrizione di una battaglia, la conquista
di una città, l’esaltazione dell’eroismo della
propria parte. Se così fosse saremmo nell’ottica
del giornalismo di propaganda, degli “embedded”, gli
inviati a fianco di un’armata che nulla vedono e vanno solo
dove i comandi militari decidono si debba andare. Utilizzando
le risorse della propria cultura, letture, viaggi, incontri, e
del proprio stile, capacità descrittiva, analisi psicologica,
impianto narrativo, Malaparte costruisce pagina dopo pagina un
affascinante percorso ideologico in cui la guerra dei materiali
torna a essere guerra di uomini ma, questa volta, di uomini d’acciaio,
uomini-macchina tenuti insieme da una disciplina sovrumana. E
c’è spazio anche per quei colpi ad effetto, magistrali,
che saranno poi la chiave di volta del successo di Kaputt e di
La pelle: “impressi nel ghiaccio, stampati nel trasparente
cristallo, appariva sotto la suola delle mie scarpe una fila di
volti umani, bellissimi. Una fila di maschere di vetro. (Come
un’icona bizantina). Che mi guardavano, mi fissavano. Le
labbra erano fini, consunte, i capelli lunghi, i nasi affilati,
gli occhi grandi, chiarissimi(…).
Erano quelle le immagini di soldati sovietici caduti nel tentativo
di varcare il fiume. I miseri corpi, rimasti tutto l’inverno
imprigionati nel ghiaccio, erano stati travolti dalle prime correnti
primaverili del fiume sciolto dai suoi lacci di gelo. Ma i loro
visi erano rimasti impressi nella lastra di ghiaccio, stampati
nel puro, gelido cristallo verdazzurro”.
Stenio Solinas