Il teatro di Heiner Müller

 Franco Manzoni

Insofferenza e rifiuto di una società contemporanea in crisi, non più sorretta da una ideologia in via di sgretolamento. Attraverso un’analisi lucidamente paradossale della Storia, che finisce per diventare un continuo calvario per l’essere umano, nelle sue opere il drammaturgo Heiner Müller criticava da un lato le degenerazioni totalitarie del comunismo, ma dall’altro attaccava le assurdità globali del capitalismo.

Considerato l’erede eretico e postmoderno di Bertolt Brecht, Müller vedeva nella rappresentazione scenica una inesauribile riserva di utopia e speranza di riscatto, per andare dentro e oltre le tragedie del quotidiano. Il suo teatro ebbe quali caratteristiche primarie la dialettica e la provocazione anticonvenzionale, grazie anche ad uno scambio e ad un confronto tra passato letterario e mondo attuale, tra mito e realtà. Müller fu un abile e cinico equilibrista dell’ideologia, capace di svolgere ruoli apparentemente in contrasto, come quelli di collaboratore della Stasi, la polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca, e di dissidente morale, attaccato dalla critica ufficiale, sempre pronto però anche a ricevere benemerenze dallo stato. Nato a Eppendorf in Sassonia nel 1929, nel dopoguerra si trasferì in Germania orientale, allora rigidamente chiusa nella cortina di ferro, nel grigiore postbellico di una nazione separata da un muro insormontabile. Müller pose al centro del suo lavoro la denuncia contro ogni forma di violenza e di sopraffazione della dignità umana. D’altronde l’autore provò sulla propria pelle la realtà della Repubblica Democratica Tedesca. Così il bersaglio grosso degli attacchi di Müller divenne il Potere con le limitazioni, gli imbrogli e le sue crudezze. Il drammaturgo faceva esplodere prepotente il proprio gusto provocatorio nei confronti del regime al solo scopo di migliorarne l’andamento direzionale. Partì dal suo punto di osservazione e, dopo aver considerato profondamente i motivi di certe situazioni, cercò di giungere a un dialogo diretto e aperto con il pubblico e con il governo della Germania Est. Tuttavia si alternarono momenti di censura rigorosa ad altri in cui ricevette plausi, come nel caso del Premio Nazionale della RDT nel 1986. Morì a Berlino nel 1995.
Considerando non solo la situazione sociopolitica a lui coeva, Müller spaziò nella ricerca di un’identità tedesca, nella storia e nella mitologia sassone ed anche classica, all’interno di un desiderio forte di espansione di conoscenza. Nel testo Lo Stakanovista (1957) il protagonista è l’eroe del lavoro, che ha messo al centro della propria esistenza il produrre indefessamente per lo stato socialista. Osannato ovviamente in pubblico perché esempio da seguire, in realtà costui non ha mutato il proprio carattere di delatore, così come lo era stato durante il periodo nazista.
Muller, senza dubbio il più noto drammaturgo dell’ ex Germania Est, evitò sempre lo spirito apologetico verso il regime comunista e con il testo La profuga, ovvero la vita in campagna (1961) conobbe la durezza della censura della RDT, che mise il veto alla rappresentazione -cosa che accadde anche per il testo successivo Il cantiere (1964)- , escludendo il drammaturgo dall’Unione degli scrittori. Abbandonata ogni idea di dialogo, Müller pensò di rivolgersi all’indagine a ritroso nel tempo della storia, allo scopo di scandagliare le motivazioni primarie di ogni forma di potere e delle utopie conseguenti. Si assistette pertanto ad un apparente distacco dell’autore dai temi della contemporaneità, mentre intendeva trasportare il dibattito sull’attualità, traponendolo temporalmente all’alba della civiltà per evidenti motivi costrittivi. Così egli riprese soggetti della classicità greca e latina, riportando sulla scena tematiche care alla tradizione letteraria, che erano state relegate o addirittura affossate come materiale aberrante e superato. Passando al mito, attribuì alle proprie riflessioni e pensieri un carattere di universalità, non limitati al provincialismo marginale della chiusa società tedesca dell’epoca. Nel 1965 riscrisse la tragedia sofoclea Filottete , poi Orazio (1968) e La liberazione di Prometeo (1972).
La tragedia si contrae, si fa frammento e dal dialogo si passa al monologo. Nell’opera Hamletmaschine ( La macchina di Amleto del 1977) Müller cercò di riacquistare una dimensione predrammatica, lasciando ampio spazio alla fantasia del pubblico e dell’attore di esprimersi: la trama come spunto, l’attualità d’espressione come parola, la citazione letteraria presente, anzi pressante. E’ probabilmente il testo più conosciuto di Muller. Si tratta quasi di un duello fra uno Shakespeare ossessionato dalle sue creature e il suo maggiordomo, telespettatore assiduo, ormai disabituato alla rappresentazione scenica. Tutto si svolge dopo l’epilogo ben noto: l’Interprete di Amleto, il protagonista del dramma, ha infatti appena terminato di recitare il dramma scespiriano e scopre di non riuscire più a liberarsi dal suo personaggio e dai pensieri angoscianti che lo attanagliano. In un soliloquio disperato rivela la fine delle utopie e l’impotenza dell’intellettuale contemporaneo nel riuscire a cambiare lo stato delle cose, chiuso nel proprio ruolo di macchina o servitore di chi amministra la società. Unico testimone un Orazio che traduce le proprie ossessioni in disegni, secondo un processo associativo che fa pensare al sogno, all’inconscio o alla memoria involontaria. Il movimento scenico serve a smontare la macchina e Hamletmaschine è un tramite per smontare e verificare il presente e le possibilità di speranze future. E’ un testo che ha alla base un altro testo, una riflessione fondata su miriadi di riflessioni precedenti: l’Amleto di Müller si appropinqua all’esistenza attraverso citazioni, ben sapendo di avere alle spalle Shakespeare e tutti gli innumerevoli scritti che da lui ne erano derivati. L’autore diviene una sorta di cannibale del passato letterario: Eliot, Ferdinand Freiligrath, Beckett, Genet, Turghenev vengo a mescolarsi, ma nel contempo è il passato stesso che giunge a conservarsi e ad accrescersi, alimentandosi proprio grazie alla pièce di Muller, zeppa di passi di citazioni. La predilezione per il frammento a livello della stesura drammaturgica rimase predominante in quest’autore, anche nelle opere che seguirono. Il crollo del muro di Berlino e la scomparsa della divisione tra le due Germanie, riportò l’anima provocatoria di Müller ad esprimersi energicamente nel dramma Televisione (1989), riproponendo la dialettica serrata e incessante quale elemento primario dello svolgimento testuale.

Franco Manzoni