Insofferenza
e rifiuto di una società contemporanea in crisi, non più
sorretta da una ideologia in via di sgretolamento. Attraverso
un’analisi lucidamente paradossale della Storia, che finisce
per diventare un continuo calvario per l’essere umano, nelle
sue opere il drammaturgo Heiner Müller criticava da un lato
le degenerazioni totalitarie del comunismo, ma dall’altro
attaccava le assurdità globali del capitalismo.
Considerato
l’erede eretico e postmoderno di Bertolt Brecht, Müller
vedeva nella rappresentazione scenica una inesauribile riserva
di utopia e speranza di riscatto, per andare dentro e oltre le
tragedie del quotidiano. Il suo teatro ebbe quali caratteristiche
primarie la dialettica e la provocazione anticonvenzionale, grazie
anche ad uno scambio e ad un confronto tra passato letterario
e mondo attuale, tra mito e realtà. Müller fu un abile
e cinico equilibrista dell’ideologia, capace di svolgere
ruoli apparentemente in contrasto, come quelli di collaboratore
della Stasi, la polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca,
e di dissidente morale, attaccato dalla critica ufficiale, sempre
pronto però anche a ricevere benemerenze dallo stato. Nato
a Eppendorf in Sassonia nel 1929, nel dopoguerra si trasferì
in Germania orientale, allora rigidamente chiusa nella cortina
di ferro, nel grigiore postbellico di una nazione separata da
un muro insormontabile. Müller pose al centro del suo lavoro
la denuncia contro ogni forma di violenza e di sopraffazione della
dignità umana. D’altronde l’autore provò
sulla propria pelle la realtà della Repubblica Democratica
Tedesca. Così il bersaglio grosso degli attacchi di Müller
divenne il Potere con le limitazioni, gli imbrogli e le sue crudezze.
Il drammaturgo faceva esplodere prepotente il proprio gusto provocatorio
nei confronti del regime al solo scopo di migliorarne l’andamento
direzionale. Partì dal suo punto di osservazione e, dopo
aver considerato profondamente i motivi di certe situazioni, cercò
di giungere a un dialogo diretto e aperto con il pubblico e con
il governo della Germania Est. Tuttavia si alternarono momenti
di censura rigorosa ad altri in cui ricevette plausi, come nel
caso del Premio Nazionale della RDT nel 1986. Morì a Berlino
nel 1995.
Considerando
non solo la situazione sociopolitica a lui coeva, Müller
spaziò nella ricerca di un’identità tedesca,
nella storia e nella mitologia sassone ed anche classica, all’interno
di un desiderio forte di espansione di conoscenza. Nel testo Lo
Stakanovista (1957) il protagonista è l’eroe del
lavoro, che ha messo al centro della propria esistenza il produrre
indefessamente per lo stato socialista. Osannato ovviamente in
pubblico perché esempio da seguire, in realtà costui
non ha mutato il proprio carattere di delatore, così come
lo era stato durante il periodo nazista.
Muller, senza dubbio il più noto drammaturgo dell’
ex Germania Est, evitò sempre lo spirito apologetico verso
il regime comunista e con il testo La profuga, ovvero la vita
in campagna (1961) conobbe la durezza della censura della RDT,
che mise il veto alla rappresentazione -cosa che accadde anche
per il testo successivo Il cantiere (1964)- , escludendo il drammaturgo
dall’Unione degli scrittori. Abbandonata ogni idea di dialogo,
Müller pensò di rivolgersi all’indagine a ritroso
nel tempo della storia, allo scopo di scandagliare le motivazioni
primarie di ogni forma di potere e delle utopie conseguenti. Si
assistette pertanto ad un apparente distacco dell’autore
dai temi della contemporaneità, mentre intendeva trasportare
il dibattito sull’attualità, traponendolo temporalmente
all’alba della civiltà per evidenti motivi costrittivi.
Così egli riprese soggetti della classicità greca
e latina, riportando sulla scena tematiche care alla tradizione
letteraria, che erano state relegate o addirittura affossate come
materiale aberrante e superato. Passando al mito, attribuì
alle proprie riflessioni e pensieri un carattere di universalità,
non limitati al provincialismo marginale della chiusa società
tedesca dell’epoca. Nel 1965 riscrisse la tragedia sofoclea
Filottete , poi Orazio (1968) e La liberazione di Prometeo (1972).
La tragedia si contrae, si fa frammento e dal dialogo si passa
al monologo. Nell’opera Hamletmaschine ( La macchina di
Amleto del 1977) Müller cercò di riacquistare una
dimensione predrammatica, lasciando ampio spazio alla fantasia
del pubblico e dell’attore di esprimersi: la trama come
spunto, l’attualità d’espressione come parola,
la citazione letteraria presente, anzi pressante. E’ probabilmente
il testo più conosciuto di Muller. Si tratta quasi di un
duello fra uno Shakespeare ossessionato dalle sue creature e il
suo maggiordomo, telespettatore assiduo, ormai disabituato alla
rappresentazione scenica. Tutto si svolge dopo l’epilogo
ben noto: l’Interprete di Amleto, il protagonista del dramma,
ha infatti appena terminato di recitare il dramma scespiriano
e scopre di non riuscire più a liberarsi dal suo personaggio
e dai pensieri angoscianti che lo attanagliano. In un soliloquio
disperato rivela la fine delle utopie e l’impotenza dell’intellettuale
contemporaneo nel riuscire a cambiare lo stato delle cose, chiuso
nel proprio ruolo di macchina o servitore di chi amministra la
società. Unico testimone un Orazio che traduce le proprie
ossessioni in disegni, secondo un processo associativo che fa
pensare al sogno, all’inconscio o alla memoria involontaria.
Il movimento scenico serve a smontare la macchina e Hamletmaschine
è un tramite per smontare e verificare il presente e le
possibilità di speranze future. E’ un testo che ha
alla base un altro testo, una riflessione fondata su miriadi di
riflessioni precedenti: l’Amleto di Müller si appropinqua
all’esistenza attraverso citazioni, ben sapendo di avere
alle spalle Shakespeare e tutti gli innumerevoli scritti che da
lui ne erano derivati. L’autore diviene una sorta di cannibale
del passato letterario: Eliot, Ferdinand Freiligrath, Beckett,
Genet, Turghenev vengo a mescolarsi, ma nel contempo è
il passato stesso che giunge a conservarsi e ad accrescersi, alimentandosi
proprio grazie alla pièce di Muller, zeppa di passi di
citazioni. La predilezione per il frammento a livello della stesura
drammaturgica rimase predominante in quest’autore, anche
nelle opere che seguirono. Il crollo del muro di Berlino e la
scomparsa della divisione tra le due Germanie, riportò
l’anima provocatoria di Müller ad esprimersi energicamente
nel dramma Televisione (1989), riproponendo la dialettica serrata
e incessante quale elemento primario dello svolgimento testuale.
Franco Manzoni