“A
paragone degli egizi noi siamo veramente dei barbari; vivendo
come dei rozzi e dei bruti, abbiamo perso il senso delicato della
morte . ... Possediamo una sorta di vapore; ma il vapore è
meno forte del pensiero, che elevò le piramidi e che scavò
le tombe ipogee”.
Le pitture murali dei templi o delle tombe in riva al Nilo presentano,
a un primo approccio, un pantheon di divinità vasto e articolato,
comparabile al pantheon greco e a quello romano; e dunque si potrebbe
in prima analisi ipotizzare una forma di politeismo solida e radicata,
con una disparità di dèi, ognuno con una propria
specificità, ma sostanzialmente equipollenti.
Niente di più inesatto! La religione egizia era sì
ricca di specificità, ma di specificità disposte
in una sequenza piramidale e tutte strutturate e funzionali a
una spasmodica ricerca di armonia, da garantire agli uomini tanto
in vita quanto “post mortem”. Le caratteristiche geografiche
del Paese delle piramidi palesano una fragilità di base
di una regione, la cui sussistenza è legata ai “capricci”
del Nilo: un fiume, da cui già lo storico greco Erodoto
(V secolo a. C.) notò la dipendenza dell’intera regione.
Il ritmo naturale, la fertilità, la ricchezza e quindi
la stabilità politica dell’Egitto dipendeva dalle
piene del Nilo, che annualmente irrigava con le sue acque
traboccanti
di fertile limo l’angusta Valle (e di riflesso le oasi,
verso cui le acque erano canalizzate): tanto è vero che,
se il lavoro agricolo ferveva in estate (periodo delle piene),
in inverno latitava e veniva sostituito dalle grandi opere (costruzioni
di templi e piramidi, o di tombe ipogee) al fine di impegnare
la popolazione attiva.
Alla base della visione cosmogonica della religione egizia era
dunque il Nilo, dalle cui acque era emersa la Collina primordiale
e aveva avuto inizio la storia, la scaturigine del tempo e della
civiltà: prima c’era una sorta di vuoto, di “chaos”
esiodeo, di nulla; e il simbolo di questa piccola sommità
primigenia era propria la piramide, che ne ricorda la forma. Ecco
qui una specie di teogonia con diverse teofanie: divinità
principali, che generano divinità secondarie (molte delle
quali zoomorfe, a indicare timore e venerazione verso la natura,
che in un processo di rappresentazione teologica veniva esorcizzata).
A capo di tutto però una divinità principale, una
sorta di indistinto principio divino, come il “nous”
dei primi filosofi greci o come il “lògos”
degli stoici, che prendeva varie denominazioni, ma che svolgeva
la funzione arcana del motore generatore e regolatore, garante
di armonia eterna e di ordine diffuso in tutto il
cosmo.
E rappresentante di questo Divino in terra, che da Esso scaturiva
in linea diretta, era il Faraone, dio in terra, di nascita trascendente.
E di solito il dio-Sole Ra che, prendendo i tratti della futura
madre del sovrano, generava simbolicamente Faraone, che quindi
è figlio della Luce e Signore del mondo (l’Egitto
era considerato dai suoi abitanti coestensivo del mondo). Ed è
Faraone che sovrintende la creazione, ogni creazione apportando
la Luce generatrice del Divino, di cui è unico depositario,
e liberando le anime (anzi i principi divini racchiusi negli umani)
dalle tenebre, rimasugli del Vuoto e dell’Indifferenziato
primordiale. Ecco che allora Faraone organizzava e dirigeva ogni
aspetto, teorico e pratico, della vita degli uomini, ogni loro
elemento
sociale e individuale; ed ecco che i suoi sudditi, che da lui
promanavano, lo veneravano come rappresentanza unica e assoluta
del Divino dagli appellativi numerosi e multiformi. E i singoli
individui nutrivano a loro volta una sorta di sogno, di dover
essere da realizzare: soddisfare e in qualche modo uguagliare
con una vita irreprensibile Faraone, in modo da entrare puri nel
regno dei morti e da condurre là un’esistenza eterna
di completa realizzazione e perfezione.
Qui si capisce come in realtà la struttura trascendente
in riva al Nilo fosse piramidale e orientata a un unico Principio;
Principio che a sua volta legittimava una società piramidale
anche sulla terra e l’esistenza di un sovrano dal potere
assoluto, dal cui battito di ciglia tutto promanava (almeno in
teoria; in pratica intrighi e congiure di palazzo hanno dimostrato
l’influenza a turno di clero, di nobili e dei generali militari).
Ecco che allora, se greci e romani in misure diverse hanno regalato
alla civiltà occidentale doni di pregio inestimabile, quali
la filosofia, le istituzioni politiche o il progresso tecnologico,
l’Egitto antico ci ha fornito una sorta di inarrivabile
plusvalore spirituale; sia valida a suggello di quanto scritto
l’osservazione dello studioso e romanziere francese Théophile
Gautier nel suo “Le roman de la momie” (Livre de Poche,
Parigi, 1985): “A paragone degli egizi noi siamo veramente
dei barbari; vivendo come dei rozzi e dei bruti, abbiamo perso
il senso delicato della morte . . . Possediamo una sorta di vapore;
ma il vapore è meno forte del pensiero, che elevò
le piramidi e che scavò le tombe ipogee”.
Aristide Malnati