Chi ha paura della cina cattiva?

 Livio Caputo

La crescita economica e politica della Repubblica popolare ha leso molti interessi e destato molte preoccupazioni: rimane tuttavia da vedere se questa ascesa sarà davvero irresistibile

Chi ha paura della Cina cattiva? La risposta, oggi come oggi è:“Un po’ tutti”. Hanno paura gli industriali europei ed americani, che vengono progressivamente messi fuori mercato da una concorrenza che paga la manodopera un ventesimo di quanto costa in Occidente, non ha problemi sindacali e ignora qualsiasi norma ambientale. Hanno paura gli Stati Uniti d’America, che guardano con preoccupazione al processo di ammodernamento delle forze armate cinesi e stanno esercitando fortissime pressioni sull’Europa affinché, nonostante i propositi abolizionisti del cancelliere Schroeder e del presidente Chirac, mantenga l’embargo sulla vendita di materiale bellico imposto dopo la strage di Tien Anmen. Ha paura il Giappone, che in aprile ha dovuto assistere impotente all’assalto alle sue rappresentanze diplomatiche a Pechino e a Canton di migliaia di studenti che protestavano contro il rifiuto nipponico di ammettere le atrocità commesse dall’Esercito Imperiale durante l’invasione della Cina negli anni Trenta. Hanno paura i Paesi del Golfo persico, che si domandano perché Pechino stia investendo miliardi di dollari nella costruzione di un grande porto a Gwadar, in Pakistan, proprio di fronte a quel braccio di mare da cui esce il 40 per cento del petrolio mondiale. Hanno paura un po’ tutti i vicini, che vedono emergere un’ondata di nazionalismo tollerata, se non incoraggiata, dalle autorità, e che potrebbe presto tradursi in un atteggiamento più aggressivo nei confronti delle dispute di frontiera. E più paura di tutti ha Taiwan, dopo che il Parlamento cinese ha approvato una legge che obbliga il governo a intervenire militarmente se l’isola secessionista proclamasse formalmente la propria indipendenza.
Quanto sono fondati questi timori? La Cina potrà sostenere ancora a lungo il ritmo di sviluppo del 9% annuo, che le ha permesso in pochi anni di diventare una grande protagonista del commercio mondiale? Ha, davvero, intenzioni aggressive nei confronti dei suoi vicini, anche se questo significherebbe compromettere il successo delle Olimpiadi del 2008 e rischiare un embargo che porterebbe al collasso della sua economia? Fin dove intende spingersi Pechino nella sua “sfida” a Tokio, che rimane pur sempre il suo maggiore partner commerciale e che considererebbe un veto cinese al suo ingresso come membro permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un affronto da far pagare caro? Riusciranno veramente i cinesi a mandare un uomo sulla luna nel 2010 e un uomo su Marte nel 2015, come prevede il loro programma spaziale?
Le risposte variano. Per una Brookings Institution che pronostica addirittura un sorpasso della Cina sugli Stati Uniti e l’Europa entro il 2030 (“Sarebbe solo un ritorno al passato: nel 1820, la Cina era responsabile per il 30% dell’economia mondiale”), c’è un esperto come Jonathan Power che ritiene buona parte di queste paure una forma di paranoia, perché dietro gli spettacolari progressi dei cinesi in molti campi c’è un Paese fragile, afflitto da innumerevoli contraddizioni e suscettibile di esplodere da un momento all’altro, che comunque non ha effettivamente raggiunto molti dei traguardi che gli vengono accreditati.
La verità, come sempre, sta nel mezzo, ma qualsiasi pronostico è soggetto a troppe variabili per avere un valore assoluto. Prendiamo il problema dei prodotti cinesi a buon mercato che stanno invadendo i mercati mondiali, e che molti vorrebbero bloccare con il ricorso a dazi, quote o misure antidumping. E’ un fatto che oggi la Cina riesce a produrre tessuti, abiti, televisori, giocattoli e molte cose ancora, di qualità non eccelsa, ma più che accettabile, a costi talmente inferiori ai nostri che non è neppure il caso di parlare di dumping: gli stessi prezzi, infatti, sono praticati nei mercati di Pechino e di Shanghai, dove nessuno avrebbe interesse a vendere sottocosto. Presto sarà in grado di sfornare in grandi quantità anche prodotti molto più sofisticati, come elettrodomestici, computer, macchine industriali (magari sfacciatamente copiate), automobili, navi. Gli aumenti delle esportazioni cinesi verso il cosiddetto “primo mondo” nel primo trimestre del 2005 parlano da soli: più 36,8% verso gli Stati Uniti, più 42% verso la Gran Bretagna, più 44% verso la Germania, più 59% verso Italia e Canada. Le importazioni invece sono aumentate molto più lentamente, perché l’industria nazionale è ormai in grado di fornire molti prodotti che prima dovevano essere acquistati all’estero. L’ancoraggio dello yuan a un dollaro che ha perso molto terreno nei confronti sia dell’euro sia dello yen giapponese esalta naturalmente questi flussi e i cinesi continuano a rifiutare una rivalutazione con il pretesto (peraltro non del tutto campato in aria) che metterebbe in gravissime difficoltà il loro sistema bancario.
La vertiginosa crescita degli ultimi anni sta tuttavia già creando una serie di problemi di non facile soluzione. Se la manodopera non qualificata continua ad essere abbondantissima, con un serbatoio di seicento milioni di contadini delle province interne ancora da sfruttare, cominciano a scarseggiare i quadri direttivi indispensabili in ogni industria moderna.
Si fa sentire qui la pesante eredità di quarant’anni di educazione comunista, che era all’antitesi di quanto si impara nelle business school occidentali: se, sul piano tecnico, i giovani cinesi sono in genere all’altezza dei loro coetanei occidentali, mancano di preparazione nel marketing, nella gestione delle risorse umane, nell’organizzazione della rete di vendita, nella capacità di prendere decisioni. Quelli che sono stati dotati da madre natura di queste capacità o tendono a mettersi in proprio, spesso accumulando colossali fortune in poco tempo, o sono contesi dalle multinazionali che hanno deciso di impiantarsi in Cina a colpi di biglietti verdi. Da un’inchiesta dell’Economist risulta che non solo i salari dei dirigenti cinesi sono in rapida ascesa, ma che per evitare che emigrino verso la concorrenza è necessario fare loro offerte sempre più alte, comprese auto aziendali, case, rimborsi spese a pié di lista. “Se credete che la Cina sia un posto dove i dipendenti sono a buon mercato, ripensateci” ha dichiarato al giornale Vincent Gautier, un “cacciatore di teste” della Hewitt Associates che opera per conto di molte società straniere.
Non si può, poi, prescindere, dagli errori di programmazione che sono stati (e ancora saranno) compiuti, e che portano a colossali sprechi di risorse. Basta oggi girare per Pechino, Shanghai o le altre dieci o dodici metropoli del boom per rendersi conto che molti dei grattacieli che segnano il paesaggio sono vuoti, perché la speculazione edilizia ha anticipato bisogni che forse si manifesteranno tra dieci anni; e anche se il settore non funziona proprio secondo i nostri canoni, dove l’immobilizzo di capitali porta spesso al fallimento delle imprese, un giorno o l’altro questa particolare “bolla” potrebbe scoppiare.
Un altro ostacolo sulla strada della competitività dell’industria cinese è la necessità, ormai diffusissima, di comprare all’estero molte materie prime, dal petrolio al minerale di ferro, dal cotone alla lana. Fino adesso Pechino non ha esitato a pagare prezzi anche superiori a quelli di mercato per approvvigionare la sua macchina produttiva, e in questo senso è responsabile dei rincari generalizzati che si sono verificati nell’ultimo triennio. Per garantirsi i rifornimenti a lungo termine, i cinesi hanno investito pesantemente nel petrolio sudanese, nelle miniere australiane, in aziende sudamericane. E’ ovvio, tuttavia, che questa politica finirà con il ripercuotersi negativamente sui loro costi di produzione. Perciò, sostengono gli ottimisti, l’industria occidentale deve solo organizzarsi per tenere duro qualche anno, fino a quando i prezzi dei prodotti cinesi non dovranno allinearsi, se non proprio a quelli europei, perlomeno a quelli coreani o taiwanesi. Gli stessi margini di crescita del mercato interno fanno ritenere che l’attuale spinta a esportare sempre di più finirà con l’attenuarsi: basti dire che oggi solo un cinese su 70 possiede un’automobile e che, se il Paese avvicinasse standard europei, ce ne vorrebbero altre 3-400 milioni per soddisfare la domanda (senza contare le strade su cui dovranno circolare). I cinesi, perciò, resteranno sempre concorrenti temibili in molti settori, ma non più invincibili come appaiono oggi.
Gli ottimisti abbondano anche sul fronte della politica estera cinese. Se Pechino, oggi, fa la voce grossa con Taiwan, scatena i suoi studenti contro obbiettivi giapponesi e rivendica con forza il possesso delle acque del Mar Cinese meridionale che celano importanti depositi di idrocarburi, è anche per ragioni di politica interna, cioè per trovare un “collante” che in qualche modo sostituisca l’ideologia comunista. Qualcuno sostiene perfino che i dirigenti cinesi abbiano sottovalutato l’impatto internazionale della legge che dà luce verde a una invasione di Taiwan, esattamente come non hanno ancora capito quanto nuocciano al loro prestigio e alla loro diplomazia le quattromila esecuzioni annue di condannati a morte, la sistematica violazione dei diritti umani, la repressione di qualsiasi conato religioso. Per altri versi, invece, non si può negare che la Cina si sia ammorbidita. Ha sistemato il suo contenzioso territoriale con la Russia, ha collaborato con gli Stati Uniti nel tentativo di indurre la Corea del Nord a rinunciare all’arma atomica e in aprile ha promosso uno storico riavvicinamento con il rivale di sempre, l’India, sia sul piano politico, sia su quello economico. Più si avvicinano le Olimpiadi di Pechino, in cui il governo ha investito enormi energie e risorse astronomiche per trasformarle in un evento sportivo e organizzativo da ricordare nei secoli, più la dirigenza cinese dovrà evitare di gettarsi in imprese avventate o anche solo di pestare troppi piedi.
In particolare sarebbe esiziale per Pechino un attacco a Taiwan, cui sia gli Stati Uniti, sia il Giappone sono pronti a reagire con la forza. Il Pentagono riconosce che, dopo gli ultimi potenziamenti delle sue Forze armate, e lo schieramento di fronte all’isola di 600 missili a medio raggio, la Repubblica popolare ha su Taiwan una certa superiorità militare e sarebbe probabilmente in grado di conquistarla, sia pure in tempi non brevissimi. Un intervento, anche limitato, della flotta americana nello stretto che separa l’isola dal continente sarebbe tuttavia sufficiente a modificare i rapporti di forza; e, comunque, Pechino finirebbe con il pagare un prezzo altissimo, nel senso che questa avventura le farebbe fare un passo indietro di dieci anni nel suo tentativo di integrarsi nel grande concerto delle potenze mondiali, che in questo momento sembra la stella polare della nuova dirigenza.
Altri analisti ritengono che la priorità di Pechino sarà nei prossimi anni la soluzione dei giganteschi problemi politici, economici e sociali che lo stesso successo della sua politica ha creato. Con tutte le riserve del caso, la Cina ha fatto sicuramente bene ad anteporre la liberalizzazione economica a quella politica, evitando gli errori di Gorbaciov che hanno portato alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Ma il mantenimento della dittatura del partito unico anche a fronte di sviluppi rivoluzionari nel tessuto sociale ha creato le premesse per un conflitto che potrebbe risultare devastante. La nomenklatura che controlla tuttora le stanze dei bottoni è spesso screditata e contestata, anche per la diffusa corruzione risultante dai suoi intrallazzi con il mondo degli affari. Una opposizione ancora informe, più simile alle antiche “jacqueries” europee che a un partito strutturato e dotato di un’ideologia, si va diffondendo nelle campagne delle province interne, dove la maggioranza della popolazione è ancora dedita all’agricoltura e spesso campa, come nel Terzo Mondo più povero, con meno di un dollaro al giorno. Di questi movimenti, che spesso danno luogo a manifestazioni antigovernative e talvolta perfino al linciaggio di funzionari corrotti, si hanno solo notizie di seconda mano, perché i corrispondenti stranieri non hanno ancora la possibilità di viaggiare liberamente. I numeri con cui il governo deve misurarsi sono impressionanti: si parla di cento milioni di disoccupati, di un piano per costruire 450 nuove città in cui delocalizzare le industrie mature per cui non c’è più posto nella fascia costiera, di 300 dei 700.000 villaggi in preda a faide tra clan rivali.
Un’altra preoccupazione viene dalla diffusione di Internet, che avrebbe ormai 90 milioni di utenti su un miliardo e trecento milioni di abitanti. Si tratta, sicuramente, di un grosso passo avanti verso la modernizzazione, del segno che il Paese dispone ormai di una avanguardia di giovani aperti al mondo su cui contare nella corsa al primato mondiale. Ma Internet rappresenta anche uno strumento di comunicazione di difficile controllo, attraverso cui possono circolare idee liberali e – dal punto di vista del regime – eversive. Se è vero, come è vero, che esso è servito a raccogliere in poche settimane 30 milioni (!) di firme contro l’ingresso del Giappone nel Consiglio di Sicurezza, può essere utilizzato anche per organizzare cose che a Pechino piacciono molto meno; e con il fiato della comunità internazionale sul collo per un maggiore rispetto dei diritti umani, alle autorità riuscirà sempre più difficile reprimere il dissenso con i metodi tradizionali. C’è, per esempio, chi è convinto che l’autorizzazione data alle recenti dimostrazioni nazionaliste antigiapponesi costituisca per il partito un pericoloso autogol, perché una volta rotto il tabù, la piazza potrebbe diventare uno strumento anche per gli eredi dei martiri di Tien Anmen. Come per le ciliegie, una dimostrazione tira l’altra, e quando si ha a che fare con masse imponenti come quella cinese tutto può succedere.
Uno degli argomenti di chi consiglia di non avere paura della Cina è il parallelo con gli altri Stati del Sud Est asiatico assurti, o in procinto di assurgere, al rango di potenze industriali: Corea del Sud, la stessa Taiwan, la Tailandia. Nella fase di crescita, anche loro hanno conosciuto regimi autoritari (sia pure di destra, alleati degli Stati Uniti), con le classi emergenti che non li contestavano perché troppo occupati a godersi il nuovo benessere e quelle più povere che non avevano ancora modo di esprimersi. Alla fine, tutte le cosiddette “piccole tigri” sono diventati democrazie. Lo stesso potrebbe accadere per la Cina.
Il pericolo giallo di cui parlava già Guglielmo II all’inizio del secolo scorso, dunque, esiste. Ma, prima di dire che si tratta di un pericolo mortale, aspettiamo come si svilupperanno gli eventi.

Livio Caputo