Una
delle questioni più urgenti e problematiche che abbiamo
di fronte è quella del “pressappoco”, e del
rapporto tra la società e la politica che la rappresenta,
al Governo, in Parlamento, come maggioranza, come opposizione.
Partiamo dalla strada, letterale e figurata.
Giorni fa mi lambiccavo il cervello per ricordarmi il nome di
certi fiori rossi, molto diffusi a Roma, nei viali, nei giardini
pubblici e privati. Ero a piedi quando, verso il tramonto, con
un rosso ancora più fotogenico del solito, questi fiori
mi sono venuti incontro dall’angolo di un parco. E sulla
strada, all’altezza di questo angolo, faceva bella mostra
di sé un chiosco di fioraio tutt’altro che dimesso,
su cui campeggiava la scritta “Carmela”.
Ah, ci siamo, mi son detto, quasi avessi avuto un colpo di fortuna:
i fiori, il chiosco, ”Carmela” cioè una compatriota
in un momento in cui il business dei fiori è passato nelle
grandi città per lo più dagli indiani agli egiziani,
che per essi hanno lasciato in forze le pizzerie e le trattorie
(lo sapevate?) dove figuravano da cuochi (“troppo lavoro,
dottore, e troppo caldo con i forni”, mi ha detto qualcuno),
beh, forse ero vicino a risolvere il mio enigma, il nome di quella
pianta dai fiori rossoviola.
Lei è Carmela, vero?, ho domandato insinuante a una signora
piccola che stava sistemando dei tulipani. Sì, ha risposto
Lei con affabilità e comunicativa anziana e meridionale.
Così le ho chiesto il nome di quei fiori che si affacciavano
dall’angolo del parco, a pochi metri da lei. E qui è
venuto giù il teatro, come si dice.
“Noi li chiamiamo glicini, ma non so’ glicini, lo
sappiamo. Però li chiamiamo così”. Una lezione
di comunicazione, semantica, giornalismo in due battute. Carmela
forse aveva letto Achille Campanile…
Veniamo al virtuale. Mi chiama al telefono, all’indomani
del tentativo riuscito, in marzo, di mettere mano alla Costituzione
da parte della maggioranza, una collega di un’agenzia di
stampa. Al telefono mobile, stavo guidando (ma con l’auricolare…).
“Professore”, mi interpella - ed io insegno a Valle
Giulia, Facoltà di Architettura dell’Università
“La Sapienza”-“ci terremmo molto a sapere come
la pensa su questa riforma della Costituzione appena approvata.
Può dirci qualcosa in merito?”.
Perché
no, faccio io, e stringatamente rispondo a delle domande con affermazioni
che suscitano adesioni entusiastiche e leggermente garrule nella
mia intervistatrice. Senza farla troppo lunga, teorizzo che con
questo clima politico nel paese è difficile entrare nel
merito, perché probabilmente la maggioranza periclitante
in questione forse sarebbe sospetta o controbattuta anche solo
se legiferasse sulla temperatura dell’acqua, calda, tiepida
o fredda.
“È chiarissimo, professore, Lei certo non le manda
a dire”, insisteva la voce femminile, esortandomi a proseguire.
Fino a che non sono arrivato a concludere che forse almeno in
quel momento (come siano andate politicamente le cose alle elezioni
regionali, lo sapete…) il politologo più incisivo
era un certo Gino Bartali, quello del “tutto sbagliato,
tutto da rifare”, a dire la verità, precisai con
un po’ di vezzo, “semplicemente un ciclista, sia pure
un campione”.
Di nuovo grandi complimenti per la chiarezza da parte dell’intervistatrice,
al punto che ricordo di aver pensato “forse mi sta canzonando,
ma perché poi, mi ha chiamato lei…”. Si è
congedata dicendomi qualcosa come “è raro che un
luminare della materia si faccia capire da chiunque come fa Lei,
davvero, complimenti vivissimi”, lasciandomi ancora più
perplesso.
Per scrupolo, sono andato a vedere qualche ora più tardi
se su Internet questa agenzia di stampa avesse diffuso lanci sulla
mia intervista. Effettivamente ce ne erano ben tre, vigorose diffusioni
delle mie parole assolutamente chiare e riportate correttamente
con gran smalto. La collega entusiasta aveva riversato sulla carta
(virtuale) della Rete tutta la patina di consenso che mi aveva
manifestato per telefono. C’era di che essere soddisfatti,
soprattutto per uno come me noto per le critiche mosse negli anni
alla stampa, di cui faccio parte, senza troppe distinzioni tra
le appartenenze politiche. Una smaccata tendenza al servilismo,
al camerierato professionale della mia categoria, per un giorno
sembrava essere evaporata a favore di una intervista trascritta
in modo esemplare.
Solo
che risultava fatta ad Augusto Barbera, il costituzionalista dei
Ds nel ‘93 ministro per poche ore nel governo Amato. Come
era potuto accadere? Non lo so, presumo che Beha fosse nella rubrica
telefonica sotto Barbera, ma neppure lo voglio sapere. Certo è
che Carmela la fioraia e la collega dell’agenzia perfezionano
un quadro contemporaneo.
Conclusioni: c’è un pressappochismo in giro che mette
paura, una mancanza di rispetto per sé e per gli altri,
per il proprio lavoro, per le proprie parole, per la fatica e
l’impegno di fare bene tutto quello che si riesce a fare
bene, imperando invece una totalizzante superficialità.
Ma che c’entra questo con il rapporto tra la società
e la politica, che significa se passiamo a parlare di Berlusconi
e dei suoi nemici (pare sempre più numerosi)?
E il “berlusconismo” di cui erano pieni i giornali
in questa primavera critica, ma solo per sostenere da più
parti che “è finito”, almeno come standard
politico dell’uomo solo al comando, del carisma del tribuno/imprenditore/operaio,
è davvero solo quello, o non piuttosto un modo di intendere
la vita e la società che ha portato a questa società
del “pressappoco”, ben oltre le colpe o le responsabilità
dell’uomo più ricco d’Italia?
Insomma, Carmela e company non li ha plasmati Berlusconi e non
cambieranno faccia-temo-solo perché lui sarà stato
sconfitto nelle urne.
Oliviero Beha