La società del "pressapoco"

Oliviero Beha

Una delle questioni più urgenti e problematiche che abbiamo di fronte è quella del “pressappoco”, e del rapporto tra la società e la politica che la rappresenta, al Governo, in Parlamento, come maggioranza, come opposizione.

Partiamo dalla strada, letterale e figurata.
Giorni fa mi lambiccavo il cervello per ricordarmi il nome di certi fiori rossi, molto diffusi a Roma, nei viali, nei giardini pubblici e privati. Ero a piedi quando, verso il tramonto, con un rosso ancora più fotogenico del solito, questi fiori mi sono venuti incontro dall’angolo di un parco. E sulla strada, all’altezza di questo angolo, faceva bella mostra di sé un chiosco di fioraio tutt’altro che dimesso, su cui campeggiava la scritta “Carmela”.
Ah, ci siamo, mi son detto, quasi avessi avuto un colpo di fortuna: i fiori, il chiosco, ”Carmela” cioè una compatriota in un momento in cui il business dei fiori è passato nelle grandi città per lo più dagli indiani agli egiziani, che per essi hanno lasciato in forze le pizzerie e le trattorie (lo sapevate?) dove figuravano da cuochi (“troppo lavoro, dottore, e troppo caldo con i forni”, mi ha detto qualcuno), beh, forse ero vicino a risolvere il mio enigma, il nome di quella pianta dai fiori rossoviola.
Lei è Carmela, vero?, ho domandato insinuante a una signora piccola che stava sistemando dei tulipani. Sì, ha risposto Lei con affabilità e comunicativa anziana e meridionale. Così le ho chiesto il nome di quei fiori che si affacciavano dall’angolo del parco, a pochi metri da lei. E qui è venuto giù il teatro, come si dice.
“Noi li chiamiamo glicini, ma non so’ glicini, lo sappiamo. Però li chiamiamo così”. Una lezione di comunicazione, semantica, giornalismo in due battute. Carmela forse aveva letto Achille Campanile…
Veniamo al virtuale. Mi chiama al telefono, all’indomani del tentativo riuscito, in marzo, di mettere mano alla Costituzione da parte della maggioranza, una collega di un’agenzia di stampa. Al telefono mobile, stavo guidando (ma con l’auricolare…).
“Professore”, mi interpella - ed io insegno a Valle Giulia, Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza”-“ci terremmo molto a sapere come la pensa su questa riforma della Costituzione appena approvata. Può dirci qualcosa in merito?”. Perché no, faccio io, e stringatamente rispondo a delle domande con affermazioni che suscitano adesioni entusiastiche e leggermente garrule nella mia intervistatrice. Senza farla troppo lunga, teorizzo che con questo clima politico nel paese è difficile entrare nel merito, perché probabilmente la maggioranza periclitante in questione forse sarebbe sospetta o controbattuta anche solo se legiferasse sulla temperatura dell’acqua, calda, tiepida o fredda.
“È chiarissimo, professore, Lei certo non le manda a dire”, insisteva la voce femminile, esortandomi a proseguire. Fino a che non sono arrivato a concludere che forse almeno in quel momento (come siano andate politicamente le cose alle elezioni regionali, lo sapete…) il politologo più incisivo era un certo Gino Bartali, quello del “tutto sbagliato, tutto da rifare”, a dire la verità, precisai con un po’ di vezzo, “semplicemente un ciclista, sia pure un campione”.
Di nuovo grandi complimenti per la chiarezza da parte dell’intervistatrice, al punto che ricordo di aver pensato “forse mi sta canzonando, ma perché poi, mi ha chiamato lei…”. Si è congedata dicendomi qualcosa come “è raro che un luminare della materia si faccia capire da chiunque come fa Lei, davvero, complimenti vivissimi”, lasciandomi ancora più perplesso.
Per scrupolo, sono andato a vedere qualche ora più tardi se su Internet questa agenzia di stampa avesse diffuso lanci sulla mia intervista. Effettivamente ce ne erano ben tre, vigorose diffusioni delle mie parole assolutamente chiare e riportate correttamente con gran smalto. La collega entusiasta aveva riversato sulla carta (virtuale) della Rete tutta la patina di consenso che mi aveva manifestato per telefono. C’era di che essere soddisfatti, soprattutto per uno come me noto per le critiche mosse negli anni alla stampa, di cui faccio parte, senza troppe distinzioni tra le appartenenze politiche. Una smaccata tendenza al servilismo, al camerierato professionale della mia categoria, per un giorno sembrava essere evaporata a favore di una intervista trascritta in modo esemplare. Solo che risultava fatta ad Augusto Barbera, il costituzionalista dei Ds nel ‘93 ministro per poche ore nel governo Amato. Come era potuto accadere? Non lo so, presumo che Beha fosse nella rubrica telefonica sotto Barbera, ma neppure lo voglio sapere. Certo è che Carmela la fioraia e la collega dell’agenzia perfezionano un quadro contemporaneo.
Conclusioni: c’è un pressappochismo in giro che mette paura, una mancanza di rispetto per sé e per gli altri, per il proprio lavoro, per le proprie parole, per la fatica e l’impegno di fare bene tutto quello che si riesce a fare bene, imperando invece una totalizzante superficialità. Ma che c’entra questo con il rapporto tra la società e la politica, che significa se passiamo a parlare di Berlusconi e dei suoi nemici (pare sempre più numerosi)?
E il “berlusconismo” di cui erano pieni i giornali in questa primavera critica, ma solo per sostenere da più parti che “è finito”, almeno come standard politico dell’uomo solo al comando, del carisma del tribuno/imprenditore/operaio, è davvero solo quello, o non piuttosto un modo di intendere la vita e la società che ha portato a questa società del “pressappoco”, ben oltre le colpe o le responsabilità dell’uomo più ricco d’Italia?
Insomma, Carmela e company non li ha plasmati Berlusconi e non cambieranno faccia-temo-solo perché lui sarà stato sconfitto nelle urne.

Oliviero Beha