Le buone ragioni della bioetica

 Adriano Pessina

La bioetica, come disciplina autonoma, ha delle buone ragioni da difendere quando sa usare la ragione senza pregiudizi e quando evita di confondere i piani delle argomentazioni.
Il dibattito culturale, innestato dalla promozione dei referendum contro la Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, fa emergere con chiarezza alcuni presupposti teorici che vale la pena di chiarire, perché sono sempre più ricorrenti.
Coloro che vogliono modificare l’impianto della legge si richiamano spesso a due tipi di ragionamento: allargare le libertà riproduttive dei genitori e dei ricercatori e opporsi ad una pretesa visione di fede (cattolica) che pretenderebbe di imporre una propria morale.
Il primo presupposto, tacito, è che la libertà sia sempre un bene e che, come tale, in una società liberale e democratica, vada sempre difesa. Espresso in questo modo, il principio invocato sembra evidente e ampiamente condivisibile.
Ma questo principio è formale, cioè non entra in merito al contenuto della libertà. La libertà, infatti, è sempre libertà di fare o di non fare qualcosa e il problema non sta nella difesa della libertà, ma nella valutazione della bontà o meno di ciò che si vuole. La libertà come valore (come ciò che va tutelato e difeso) dipende, infatti, dal valore di ciò che si vuole.
Ora, anche il ladro, se è in grado di intendere e volere, è libero, ma non è affatto evidente che si debba favorire la sua libertà di scelta. La nozione di giustizia, infatti, ci ricorda che ci sono atti liberi che vanno vietati e limitati perché si vengono a ledere dei diritti, o dei valori, che sono necessari al bene dell’uomo e della società stessa.
Il divieto è esso stesso frutto della libertà, di una libertà contenutistica che riconosce una gerarchia non arbitraria di valori.
Il divieto di fumare è una limitazione della libertà, eppure riteniamo che questo divieto sia legittimo perché tutela un bene rilevante, come la salute, propria e altrui.
Impostare la questione sul binomio libertà – limitazione della libertà è fuorviante, specie laddove la libertà di cui si sta parlando è una libertà che si esercita all’interno di relazioni interpersonali che mettono in gioco i presupposti stessi della libertà sociale e politica, e precisamente i valori dell’esistenza personale e dell’uguale dignità di ogni essere umano.
Questo discorso vale anche per la cosiddetta libertà di ricerca scientifica. In linea di principio, infatti, questa libertà è un valore, ma ciò che va discusso è il come si attua questa ricerca stessa. Il problema non è, infatti, il fine della ricerca, ma l’esistenza di una coerenza morale tra uno scopo buono e i mezzi atti ad ottenerlo. Un implicito utilitarismo delle conseguenze sembra, infatti, farci dimenticare che un esito buono può persino essere ottenuto con mezzi (che sono dei fini intermedi) cattivi.
Se l’unico modo per ottenere dei buoni risultati è compiere azioni ingiuste, possiamo o no difendere questa libertà?
Inoltre, siamo certi che tutti i fini della ricerca scientifica siano moralmente legittimi?
Per esempio, pensiamo davvero che sia bene che i ricercatori si impegnino a trovare nuove armi di distruzione mettendo a frutto conoscenze chimiche e batteriologiche?
In poche parole, le questioni bioetiche non possono essere affrontate in modo semplicistico
Un dibattito serio non può mai fermarsi a livello di principi puramente formali. Quando, però, si entra in merito ai contenuti, si è soliti ricordare che uno stato libero e non confessionale non può ispirare le proprie norme ad una visione di fede, fosse pure una fede largamente diffusa. Ma da che cosa si riconosce che una tesi è “religiosa”, che un determinato “valore” è cattolico?
Qual è il criterio di demarcazione tra una visione laica ed una visione confessionale? Da parte di alcuni autori, il definire “cattolica” la concezione della vita che non si condivide è diventato un mezzo per salvaguardare la propria tesi da ogni possibile obiezione.
Ma che cosa rende “cattolica” una certa tesi? Certo non può bastare che sia sostenuta da un cattolico. Una tesi, infatti, può essere definita cattolica a pieno titolo non soltanto quando sia giustificata a partire dalla Rivelazione cristiana, ma quando sia comprensibile soltanto all’interno dell’orizzonte delle fede cristiana. In bioetica è difficile trovare tesi che siano puramente cattoliche o religiose: la maggior parte delle tesi sostenute dai credenti, infatti, sono tesi che sono condivisibili anche soltanto sul piano della ragione umana, che resta l’orizzonte del confronto e della condivisione dei valori morali.
Liquidare una tesi come confessionale è, a volte, una scorciatoia per non prendere sul serio le ragioni di quella tesi stessa. La concezione cristiana della vita, infatti, nella storia dell’Occidente, è stato un veicolo culturale e morale per tesi che hanno una riconoscibilità intrinseca, indipendentemente dall’avallo dell’autorità religiosa.
L’uguaglianza tra gli uomini, per esempio, sostenuta con rigore da San Paolo, è un valore da salvaguardare e che può essere compreso e accettato anche da chi non crede nella Resurrezione di Cristo. Non bisogna, pertanto, confondere, l’origine di una tesi con il valore universale della tesi stessa.
La fede cristiana, infatti, non pretende di sostituirsi alla ragione umana, ma di qualificarla in una prospettiva che viene proposta a tutti, ma che non può essere imposta a nessuno.
La bioetica, come disciplina autonoma, ha delle buone ragioni da difendere quando sa usare la ragione senza pregiudizi e quando evita di confondere i piani delle argomentazioni.
Non si potranno affrontare con serietà le complesse problematiche della vita e della morte, della dignità e della solidarietà umane, se non si saprà, prima di tutto, usare con rigore la ragione umana. E la ragione umana sa sempre distinguere tra ciò che viene detto e chi sostiene una determinata tesi: non basta che una tesi sia sostenuta da un cattolico per essere una tesi cattolica, così come non basta che sia sostenuta da un “laico” per essere una tesi “laica”. La laicità è, infatti,
prima di tutto, un metodo: è la
capacità di distinguere i piani, di differenziare i problemi, di individuare le differenze disciplinari.
Non giova a nessuno, tantomeno giova alla credibilità della riflessione bioetica, costruire apparati persuasivi che stabiliscano a priori delle differenze di comodo.
Aver fiducia nella ragione per dirimere le questioni bioetiche non significa illudersi sulla possibilità di eliminare di colpo le differenze e, persino, i contrasti: perché questo avvenga, infatti, è necessario anche un altro passo, quello che ci porta ad allineare la nostra volontà alle buone ragioni che si sanno trovare, in uno sforzo comune che si fa carico della serietà della condizione umana.
Ogni scelta, però, non scordiamolo, comporta una rinuncia e noi ci illudiamo, troppo spesso, di poter scegliere senza rinunciare a nulla.

Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano