La bioetica, come disciplina autonoma, ha delle buone
ragioni da difendere quando sa usare la ragione senza pregiudizi
e quando evita di confondere i piani delle argomentazioni.
Il dibattito culturale, innestato dalla promozione dei referendum
contro la Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita,
fa emergere con chiarezza alcuni presupposti teorici che vale
la pena di chiarire, perché sono sempre più ricorrenti.
Coloro che vogliono modificare l’impianto della legge si
richiamano spesso a due tipi di ragionamento: allargare le libertà
riproduttive dei genitori e dei ricercatori e opporsi ad una pretesa
visione di fede (cattolica) che pretenderebbe di imporre una propria
morale.
Il primo presupposto, tacito, è che la libertà sia
sempre un bene e che, come tale, in una società liberale
e democratica, vada sempre difesa. Espresso in questo modo, il
principio invocato sembra evidente e ampiamente condivisibile.
Ma questo principio è formale, cioè non entra in
merito al contenuto della libertà. La libertà, infatti,
è sempre libertà di fare o di non fare qualcosa
e il problema non sta nella difesa della libertà, ma nella
valutazione della bontà o meno di ciò che si vuole.
La libertà come valore (come ciò che va tutelato
e difeso) dipende, infatti, dal valore di ciò che si vuole.
Ora, anche il ladro, se è in grado di intendere e volere,
è libero, ma non è affatto evidente che si debba
favorire la sua libertà di scelta. La nozione di giustizia,
infatti, ci ricorda che ci sono atti liberi che vanno vietati
e limitati perché si vengono a ledere dei diritti, o dei
valori, che sono necessari al bene dell’uomo e della società
stessa.
Il divieto è esso stesso frutto della libertà, di
una libertà contenutistica che riconosce una gerarchia
non arbitraria di valori.
Il divieto di fumare è una limitazione della libertà,
eppure riteniamo che questo divieto sia legittimo perché
tutela un bene rilevante, come la salute, propria e altrui.
Impostare la questione sul binomio libertà – limitazione
della libertà è fuorviante, specie laddove la libertà
di cui si sta parlando è una libertà che si esercita
all’interno di relazioni interpersonali che mettono in gioco
i presupposti stessi della libertà sociale e politica,
e precisamente i valori dell’esistenza personale e dell’uguale
dignità di ogni essere umano.
Questo discorso vale anche per la cosiddetta libertà di
ricerca scientifica. In linea di principio, infatti, questa libertà
è un valore, ma ciò che va discusso è il
come si attua questa ricerca stessa. Il problema non è,
infatti, il fine della ricerca, ma l’esistenza di una coerenza
morale tra uno scopo buono e i mezzi atti ad ottenerlo. Un implicito
utilitarismo delle conseguenze sembra, infatti, farci dimenticare
che un esito buono può persino essere ottenuto con mezzi
(che sono dei fini intermedi) cattivi.
Se l’unico modo per ottenere dei buoni risultati è
compiere azioni ingiuste, possiamo o no difendere questa libertà?
Inoltre, siamo certi che tutti i fini della ricerca scientifica
siano moralmente legittimi?
Per esempio, pensiamo davvero che sia bene che i ricercatori si
impegnino a trovare nuove armi di distruzione mettendo a frutto
conoscenze chimiche e batteriologiche?
In poche parole, le questioni bioetiche non possono essere affrontate
in modo semplicistico
Un dibattito serio non può mai fermarsi a livello di principi
puramente formali. Quando, però, si entra in merito ai
contenuti, si è soliti ricordare che uno stato libero e
non confessionale non può ispirare le proprie norme ad
una visione di fede, fosse pure una fede largamente diffusa. Ma
da che cosa si riconosce che una tesi è “religiosa”,
che un determinato “valore” è cattolico?
Qual è il criterio di demarcazione tra una visione laica
ed una visione confessionale? Da parte di alcuni autori, il definire
“cattolica” la concezione della vita che non si condivide
è diventato un mezzo per salvaguardare la propria tesi
da ogni possibile obiezione.
Ma che cosa rende “cattolica” una certa tesi? Certo
non può bastare che sia sostenuta da un cattolico. Una
tesi, infatti, può essere definita cattolica a pieno titolo
non soltanto quando sia giustificata a partire dalla Rivelazione
cristiana, ma quando sia comprensibile soltanto all’interno
dell’orizzonte delle fede cristiana. In bioetica è
difficile trovare tesi che siano puramente cattoliche o religiose:
la maggior parte delle tesi sostenute dai credenti, infatti, sono
tesi che sono condivisibili anche soltanto sul piano della ragione
umana, che resta l’orizzonte del confronto e della condivisione
dei valori morali.
Liquidare una tesi come confessionale è, a volte, una scorciatoia
per non prendere sul serio le ragioni di quella tesi stessa. La
concezione cristiana della vita, infatti, nella storia dell’Occidente,
è stato un veicolo culturale e morale per tesi che hanno
una riconoscibilità intrinseca, indipendentemente dall’avallo
dell’autorità religiosa.
L’uguaglianza tra gli uomini, per esempio, sostenuta con
rigore da San Paolo, è un valore da salvaguardare e che
può essere compreso e accettato anche da chi non crede
nella Resurrezione di Cristo. Non bisogna, pertanto, confondere,
l’origine di una tesi con il valore universale della tesi
stessa.
La fede cristiana, infatti, non pretende di sostituirsi alla ragione
umana, ma di qualificarla in una prospettiva che viene proposta
a tutti, ma che non può essere imposta a nessuno.
La bioetica, come disciplina autonoma, ha delle buone ragioni
da difendere quando sa usare la ragione senza pregiudizi e quando
evita di confondere i piani delle argomentazioni.
Non si potranno affrontare con serietà le complesse problematiche
della vita e della morte, della dignità e della solidarietà
umane, se non si saprà, prima di tutto, usare con rigore
la ragione umana. E la ragione umana sa sempre distinguere tra
ciò che viene detto e chi sostiene una determinata tesi:
non basta che una tesi sia sostenuta da un cattolico per essere
una tesi cattolica, così come non basta che sia sostenuta
da un “laico” per essere una tesi “laica”.
La laicità è, infatti,
prima di tutto, un metodo: è la
capacità di distinguere i piani, di differenziare i problemi,
di individuare le differenze disciplinari.
Non giova a nessuno, tantomeno giova alla credibilità della
riflessione bioetica, costruire apparati persuasivi che stabiliscano
a priori delle differenze di comodo.
Aver fiducia nella ragione per dirimere le questioni bioetiche
non significa illudersi sulla possibilità di eliminare
di colpo le differenze e, persino, i contrasti: perché
questo avvenga, infatti, è necessario anche un altro passo,
quello che ci porta ad allineare la nostra volontà alle
buone ragioni che si sanno trovare, in uno sforzo comune che si
fa carico della serietà della condizione umana.
Ogni scelta, però, non scordiamolo, comporta una rinuncia
e noi ci illudiamo, troppo spesso, di poter scegliere senza rinunciare
a nulla.
Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano