
Più che una incarnazione del Male, dice Hillman, la guerra
è una costante della dimensione umana. Essa appartiene
alla nostra anima come verità archetipa del cosmo. “E’
un’opera umana e un orrore inumano, e un amore che nessun
altro amore è riuscito a vincere...”.
E’ strano che l’ultimo saggio di James Hillman, “Un
terribile amore per la guerra” non faccia alcun cenno, nemmeno
nella imponente bibliografia che lo accompagna, a quel classico
che è “La guerre” di Gaston Bouthoul.
Fondatore della Polemologia, di cui creò nel 1945 il primo
Istituto in Francia,professore della Ecole des Hautes Etudes Sociales
e presidente dell’Istituto Internazionale di Sociologia,
Bouthoul fu nel dopoguerra colui che fece della guerra un fenomeno
sociale suscettibile di venire osservato come qualunque altro,
e ne mise in risalto gli elementi morfologici, tecnici, economici,
psicologici.
Da psicologo, appunto, Hillman preferisce risalire al carattere
mitologico e arcaico che accompagna il fenomeno, riassunto nell’ambivalente
rapporto fra Ares e Afrodite, ovvero Marte e Venere, e quindi
amore e guerra, fecondazione e morte.
Così facendo costruisce un saggio affascinante, ricco di
cultura ed eterodosso rispetto al multiforme pensiero pacifista,
ma anche nei confronti dei sostenitori della guerra cosiddetta
“giusta”, dove l’elemento morale giustifica
un agire altrimenti considerato di per sé immorale. E tuttavia
l’intero impianto dell’opera rimane in qualche modo
troppo innamorato di una tesi per potersene distaccare.
Più che una incarnazione del Male, dice Hillman, la guerra
è una costante della dimensione umana. Essa appartiene
alla nostra anima come verità archetipa del cosmo.
“E’ un’opera umana e un orrore inumano, e un
amore che nessun altro amore è riuscito a vincere. La guerra
in quanto tale rimarrà finché gli dei stessi non
se ne andranno”.
Il fatto che la guerra faccia parte della normalità delle
cose è per Hillman spiegato non solo dalla sua costanza
e dalla sua ubiquità, cioè la sua presenza in qualsiasi
angolo del pianeta, ma anche dalla sua accettabilità.
“Le guerre non si combatterebbero se non esistesse chi è
disposto a contribuire alla loro realizzazione. Reclute, schiavi,
militari di carriera: checché ne dicano i renitenti alla
leva, ci sono sempre masse pronte a rispondere alla chiamata alle
armi, ad arruolarsi, a combattere”.
Naturalmente la accettabilità ha una sua ritualizzazione,
cioè un percorso simbolico che incanala energie e pulsioni
aggressive in un qualcosa di socialmente comprensibile.
E’ quello che René Girard, lo studioso del Sacro,
ha definito “la umanità della violenza”, l’uccisione
collettiva di una vittima sacrificale, un nemico verso il quale
tutti, senza eccezione né dissenso, agiscono nel nome della
eliminazione. In tal modo, spiega Hillman, “gli interminabili
conflitti interni, che potrebbero portare alle violenze intestine,
sono esteriorizzati e ritualizzati e scaricati su un nemico. Una
volta trovato o inventato un nemico, ecco la “violenza unanime”,
senza dissenso-leggi: il patriottismo e gli attacchi preventivi
della guerra preventiva sono una conseguenza desiderabile”.
Americano, Hillman è affascinato dalla contraddizione insita
nella società statunitense, fautrice e contemporaneamente
negatrice della violenza, alfiere di ogni intervento moralmente
“sbagliato”.
”La violenza mondiale dipende in gran parte dalla nostra,
perché gli Stati Uniti sono gli armaioli del mondo.
Mentre nella maggior parte delle nazioni occidentalizzate esistono
leggi più o meno severe che regolamentano la produzione
e il commercio delle armi, negli Stati Uniti pistole e fucili
sono di così facile reperimento da essere parte integrante
del nostro commercio in nero. Le guerre che pretendiamo di fermare
offrendo i nostri “buoni uffici” agli altri Paesi
sono alimentate e spalleggiate dall’industria e dal commercio
delle armi nel nostro. Per i terroristi di tutto il mondo, gli
Stati Uniti sono il grande bazar delle armi”.
Alcune considerazioni di Hillman, per esempio quelle relative
alla vicinanza in combattimento della morte che finisce per trasformarsi
in una sorta di condizione di immortalità, oppure gli elementi
estetici che alla guerra fanno corona, dal punto di vista del
vestiario, delle marce, della pulizia, dell’ordine, delle
gerarchie, visti in qualche modo come una sorta di poetizzazione
e di freno all’impulso distruttivo, e ancora l’idea
del monoteismo religioso come ulteriore elemento distruttore rispetto
a un pantheon politeista che regolava meglio l’idea stessa
di conflittualità fra esseri umani e Stati, sono molto
suggestive e degne di riflessione. Nonostante ciò, si esce
dalla lettura del libro più insoddisfatti che convinti.
Dire infatti che la guerra è sempre esistita è una
cosa, dire che sia sempre stata la stessa, è un’altra.
Ritenere, come fa Hillman, che le descrizioni omeriche e i reportage
dal Vietnam non raccontino altro che una costante della dimensione
umana, è una mezza verità, perché confonde
i piani del discorso, ovvero il cambiamento di natura del fenomeno
guerra in quanto tale.
Schematizzando al massimo, per secoli la guerra è stata
un’arte: era appannaggio di guerrieri professionisti o di
militari di professione, era un gioco che obbediva a un rituale
simbolico ben preciso, era un fatto eminentemente militare.
Nel tempo si è trasformata in un’industria di massa,
è divenuta un destino comune a tutti e anche un gioco al
massacro che punisce indistintamente popolazioni intere, si è
trasformata in dato tecnico e in un affare di tecnici.
Il cambiamento di natura ha significato anche la fine delle distinzioni
fra civile e militare, l’ingresso del concetto di totalità
bellica, che prevede la nazione armata, la mobilitazione totale,
appunto, l’elevazione dell’avversario in nemico metafisico,
incarnazione del Male, e che quindi va da un lato estirpato, dall’altro
mantenuto in vita attraverso la memoria della sua malvagità,
per impedire cioè che si ripresenti. Tutto questo aiuta
anche a spiegare perché un fenomeno che Hillman ritiene
fisiologico venga da noi contemporanei sentito come patologico
rispetto alla normalità stessa, privo di senso, vuoto di
ogni elemento razionale nonché mitico. Nel momento in cui
la guerra, come fatto in sé, si riduce a una supremazia
tecnica, in cui gli strumenti di distruzione sono predominanti
e l’elemento umano è secondario, tutti gli archetipi
di cui Hillman parla scompaiono dall’orizzonte del conflitto.
Negli ultimi anni abbiamo addirittura assistito alla teorizzazione
di una guerra senza battaglie, ovvero a una distruzione preventiva
e dall’alto del nemico, che non comporta l’utilizzo
di truppe a terra ma si limita, appunto, a una sorta di piazza
pulita…
E’ proprio questo che rende oggi la guerra incomprensibile
e non è un caso che la mancanza di una ritualità
e di una estetica nel conflitto scateni, nel momento in cui quel
conflitto appare virtualmente finito con la resa dell’avversario,
una contro guerriglia terroristica civile in cui gli elementi
più ferini dell’essere umano viaggiano indisturbati
e per certi versi giustificati dall’assenza di uno scontro
classico quale la mente umana per secoli si era abituata a pensare
e ad accettare.
Questo spiega anche l’accenno che sempre di più la
modernità ha posto sugli elementi morali inerenti un conflitto,
la “guerra giusta”, la “guerra delle democrazie”,
l’esportazione armata della democrazia”, eccetera…
E’ il passaggio da un’idea comprensibile del conflitto
a un’idea che il conflitto giustifica per fini superiori,
pena altrimenti la sua incomprensibilità e la sua condanna.
Hillman ritiene che la concentrazione sul processo del fare artistico,
l’intensità estetica, sia una possibile via d’uscita,
l’attirare Marte su “un sentiero parallelo”,
il normalizzare la passione bellica e il dar vita a un suo equivalente
estetico che in qualche modo la surroghi.
Ma il problema è che la civiltà moderna appare incapace
di pensare in termini estetici, preferendogli quelli economici,
tecnici, basati sul rapporto costi-benefici. E ripensarsi in tal
senso appare, questo sì, allo stato delle cose un qualcosa
di inumano rispetto all’umano, troppo umano, fascino di
Marte…
Stenio Solinas