Volandri. Il “paziente inglese”

Paolo Ghisoni

D’accordo, non abbiamo la fortuna di avere un Nadal o un Coria. Certo se si parla di puro talento tennistico, nemmeno di un Gasquet. La dimostrazione che si può essere professionisti seri, e quindi un esempio trainante per i giovani, l’Italia del tennis sembra finalmente averla trovata in Filippo Volandri 24 anni il prossimo settembre, «Filo» ha recentemente messo in mostra una maturazione sportiva e caratteriale che lo stanno proiettando nei quartieri alti del circuito mondiale.
Ribadiamo: nulla di straordinario se si vuole accostare la nostra attuale miglior racchetta a battezzati da madre natura con mani vellutate e tocchi sopraffini. Le armi, però, che Volandri sta affinando sono altrettanto apprezzabili e forse maggiormente da ammirare.
Fisicamente i test cui il «nostro» si sottopone quasi mensilmente parlano di un atleta esemplare, completo, che potrebbe intraprendere a livelli agonistici qualsiasi disciplina.
Alimentazione, preparazione fuori dal rettangolo di gioco e trattamenti personalizzati per quanto riguarda il lavoro fisioterapico (seguito ad persona da Guglielmo Annibale) sono la base di una giornata all’insegna della metodicità.
Per quanto riguarda il lavoro sul campo, Filippo riesce attualmente a capitalizzare al massimo le accelerazioni da fondocampo di entrambi i colpi base, ovvero diritto e rovescio: discretamente in ascesa per quanto riguarda il gioco al volo, resta il servizio il punto del repertorio sul quale progredire sembra quasi un obbligo.
Senza però farlo diventare un’ossessione o un imperativo categorico che sconfini in complessi; come ultimamente fatto intendere dal presidente Binaghi in un’uscita pubblica.
Incredibile come un ex-tennista ora salito a ricoprire la massima carica dirigenziale riesca a peccare di sensibilità e talvolta di educazione.
Arrivare a proporre una consulenza estera di nome che possa finalmente risolvere o rieducare il colpo meno efficace di Volandri è, a mio avviso in primis, una dichiarata mancanza di fiducia in chi finora ha dato modo a Filippo di arrivare tra i primi trenta giocatori al mondo. Quello che è più grave, è un’autodichiarazione di incapacità nell’avere mezzi o persone in grado di far crescere o aiutare in tale processo la nostra punta di diamante. Brera la chiamava sindrome da «liberazione endemica»; ovvero quell’irresistibile richiamo/ricorso italiota all’esterofilia per risolvere i nostri guai interni.

              

Tanto per intenderci, richiedere l’intervento francese per liberarci dal giogo austriaco o l’aiuto americano per cacciare i tedeschi.
Applicarla ora anche alla possibile rivoluzione Volandriana del servizio pare eccessivo.
Tant’è, là paiono essersi spinti i nostri pensatori della racchetta.
Quello che, invece, è emerso da questa paradossale vicenda è l’estrema educazione nella risposta del clan Volandri. Che professionalmente si è detto disposto a valutare eventuali consigli, consultandosi e poi vagliando con il coach che lo segue da quasi una decina d’anni (Fabrizio Fanucci) i suggerimenti di questo ipotetico guru della cinetica.
Si vede un po’ ovunque che la mancanza di risultati nello sport produce spesso una schizofrenica ricerca di soluzioni istintive.
Spesso ad effetto e assolutamente improduttive. Ebbene, forse ora più che mai, proprio con Volandri,ma anche Starace e Seppi il movimento azzurro sembra aver trovato una base giovane e solida sulla quale poi innestare eventuali rincalzi.
Quello che pare invece mancare ancora, oltre alla cultura sportiva di chi prende alcune decisioni e le rende anche pubbliche con dichiarazioni infelici, è proprio la serenità e la tranquillità nel lasciar fare alle cose il loro corso.
L’attuale forza di «Filo» sta proprio in una sorta di corazza che lo rende refrattario ad ogni insinuazione o critica anche gratuita.
Dal suo entourage lavorativo questo filtra. Lavoro e professionalità bastano per chiudere la giornata con la coscienza a posto. Perchè il tennis è fatto soprattutto di fatica e rinunce,ma anche di affetti veri e stima verso chi ti aiuta quotidianamente con altrettanti sacrifici personali. Come cantava saggiamente qualcuno, tutto il resto a contorno (parole, gestione dell’immagine e altri equlibrismi manageriali) è veramente noia.

Paolo Ghisoni