Ricordando Mascagni a sessant’anni dalla morte

Adriano Bassi

Ora a 60 anni dalla morte cerchiamo di recuperare il tempo perduto, rendendo omaggio ad un personaggio che ha saputo sintetizzare in modo elegante il mondo del popolare con la nobiltà della musica classica.

Dobbiamo ringraziare le commemorazioni, i centenari ed altro ancora perchè ci offrono l’opportunità di ricordare importanti personaggi della musica che altrimenti rimarrebbero chiusi nello scrigno del tempo.
E’ questo il caso di Pietro Mascagni nato a Livorno il 7 dicembre 1863 e morto a Roma il 2 agosto 1945.
Egli fu attento testimone e protagonista del melodramma ma anche del mondo del cinema, nonchè fautore della lirica da camera, aspetto poco conosciuto della sua vita d’artista; inserendosi in un contesto musicale di grande malessere, in quanto verso la fine dell’800 la ventata wagneriana aveva destabilizzato il mondo dell’opera che viveva sotto l’ingombrante ombra di Verdi. Contemporaneamente in Italia aveva preso forma il movimento della Scapigliatura che, oltre ad aver intaccato le certezze compositive di Verdi stesso con la sua proficua collaborazione con uno degli artefici della Scapigliatura e cioè Arrigo Boito, aveva scosso dalle fondamenta una tradizione musicale diventata obsoleta in una società che stava iniziando a cambiare sotto la ventata della rivoluzione industriale.
Piero Santi in un suo scritto apparso su “Civiltà Musicale”, trimestrale di Musicologia edito dal Rosetum di Milano, sottolinea che la produzione mascagnana la si può dividere in due parti:
”abbraccianti complessivamente l’insieme delle sue opere fino al Piccolo Marat, accantonando il Nerone che nasce, a quasi quindici anni dal Piccolo Marat, dopo un lungo periodo di silenzio. In codesto complesso è forse possibile identificare, con tutte le cautele del caso, una prima fase stilistica che giunge sino ad Amica, ed una seconda, alla maggior distanza di sei anni – è questo il maggiore intervallo di tempo ricorrente fra due opere successive, giusto fra Amica e Isabeau, che da quest’ultima giunge al Piccolo Marat”.
Si tratta di un primo passo per poter inquadrare uno stile mascagnano, anche se non credo in questa incasellatura nei confronti di un simile artista teso a realizzare i propri istinti andando al di là delle riflessioni troppo sofisticate che molta parte della musicologia tende a creare. Indubbiamente esiste un pensiero mascagnano, ma non dobbiamo riportare tutte le scelte del Maestro verso un freddo ragionamento. Non dimentichiamoci un elemento essenziale: la toscanicità e cioè essere istintivi e sanguigni! Il compositore fu sollecitato da più parti dai fermenti innovativi che da tutta Europa giungevano in Italia ed anche in casa sua non si stava molto tranquilli. Come già sottolineato Boito fu l’artefice di un profondo ricambio culturale con la Scapigliatura che andava verso l’analisi del quotidiano, scrollandosi di dosso le incrostazioni di un melodramma troppo lontano dalla realtà quotidiana. Egli tese ad esasperare gli elementi dell’ultimo romanticismo cogliendo anche elementi riguardanti la moda del momento come il grand-opéra e l’opéra lyrique francesi oppure la presenza ingombrante ma stimolante del wagnerismo. Tutti elementi di riflessione che davano la stura ad un melodramma basato su una espressione musicale violenta cercando, come per l’appunto in Mascagni, la sintesi italiana.
Non può mancare all’appello, nella nostra analisi, l’abbinamento con Giacomo Puccini, altro grande toscano e rappresentante indiscusso, insieme all’amico-rivale Mascagni, della Giovine Scuola Italiana.
Alberto Paloscia, in un suo intervento apparso nel Volume “Mascagni ritrovato” edito nel 1995 dalla Casa Musicale Sonzogno in occasione di una Mostra sul compositore scrive riguardo a Puccini e Mascagni:” ....il teatro di Puccini mira a una riduzione e a una scarnificazione dei mezzi espressivi ottenute, in piena sintonia con le istanze del Novecento europeo (Ravel, Stravinsky, Schonberg), tramite un sottile processo di osmosi dei vari elementi (vocalità, timbro orchestrale, armonia), Mascagni invece (porta) a un’esuberanza e a una ridondanza di invenzione che approdano egualmente a una dimensione “novecentista” grazie al forte contrappeso costituito da una scrittura armonica di singolare irrequietezza e ricca di sapidi modernismi e dalla ricerca perenne di un declamato.....”.
Nel compositore vi è una evidente ed imperiosa vena popolare che non viene mai abbandonata in tutta la sua esistenza di musicista anche se con la maturazione e con il confronto diretto con il mondo nobile della musica questo aspetto venne ammorbidito ma non sopito. Inoltre si può sintetizzare la differenza fra lo stile mascagnano con quello degli altri compositori coevi, con i luoghi scelti per le opere, che si presentano sempre aperti, solari.
L’opera “Cavalleria rusticana” scritta a Cerignola tra il gennaio e il maggio 1889, sul libretto che Targioni, Tozzetti e Guido Menasci avevano tratto dalle “scene popolari” omonime di Giovanni Verga, e proclamata vincitrice del concorso per un’opera in un atto bandito dall’editore Sonzogno, l’opera fu rappresentata al Teatro Costanzi di Roma (ora Teatro dell’Opera) il 17 maggio 1890.
L’esito fu trionfale e l’opera in poco tempo divenne famosa in tutto il mondo arrivando alla Scala il 3 gennaio 1891 sotto la direzione di Leopoldo Mugnone.
La partitura lasciò una traccia indelebile in compositori che apparentemente potevano sembrare lontani dallo stile del compositore italiano. Chaikowsky ne fu entusiasta raggiungendo addirittura un’intensa emozione, mentre Brahms fu incuriosito da alcuni passaggi orchestrale veramente nuovi ed intriganti. Il musicologo Hanslick scrisse: “una forte sensualità e un temperamento passionale arroventano l’opera, che dall’inizio alla fine avvince ed emoziona: Mascagni ha ereditato da Verdi il gusto della musica che scuote il sangue”. Parole altisonanti e presaghe di uno splendido futuro.
Non ultimo il compositore Alban Berg, ancora ragazzo, prese addirittura una cotta per l’opera e il musicologo Renè Leibowitz trovò dei collegamenti del verismo musicale italiano addirittura nel Wozzeck di Berg. Anche Alfredo Casella, l’araldo della nuova musica, riconobbe una luminosa “ reazione al wagnerismo, realizzando con la sua prepotente vitalità di popolo, un perfetto modello di quell’arte mediterranea invocata profeticamente da Nietzche”.
E’ ora la volta dell’opera “L’Amico Fritz” che andò in scena a Roma al Teatro Costanzi il 31 ottobre 1891, sotto la direzione di Rodolfo Ferrari e protagonisti Emma Calvè e Fernando De Lucia. Il lavoro nacque per scommessa, poichè il compositore accettò la proposta dell’editore Sonzogno di musicare “Fritz”, una commedia scritta da Emil Erckmann e Alexandre Chatrian, che avevano tratto da un loro romanzo pubblicato nel 1864. L’esito non fu favorevole, la critica accusò Mascagni di essersi servito di un libretto vuoto quasi operettistico e D’Annunzio, che avrebbe collaborato con il Maestro per “Parisina”, non fu tenero nei suoi confronti, tacciando il lavoro come “ un’opera grossolana”, criticando l’arte plebea di un musicista che lo stesso pubblico romano pochi mesi prima aveva innalzato alle stelle. Sicuramente un momento difficile per lui, anche se il temperamento sanguigno, toscano lo portava a superare le difficoltà.
Ora vorrei iniziare l’approccio all’opera “Iris” con una frase del musicista: ”Ma si conosce tutta l’opera mia? “Un interrogativo quasi drammatico, poichè lui si diceva “ inchiodato dai critici alle vendette di Alfio e Santuzza” respingendo il giudizio che egli si fosse esaurito con Cavalleria rusticana.
Cerchiamo di capire gli elementi che portarono il Maestro a scrivere la presente opera attraverso i taccuini di lavoro che, come i Quaderni di conversazione beethoveniani,
diventano un prezioso viatico alla conoscenza dell’opera stessa.
Esiste una nota programmatica evidenziata da Mario Morini che delinea lo scheletro del lavoro da parte del noto librettista Luigi Illica che poteva aiutare la grande volontà di rinnovamento del compositore: ”Idea di un nuovo melodramma: Forma nuova. Aprire come un nuovo orizzonte,una specie di espressione nuova. E’ difficile ora definire cosa possa essere e cosa debba attuare quest’idea non ancora ben precisata: costretto io pure a seguirne il baleno a tentoni. Idea nella quale non è più necessità del solito intreccio messo in volta in quella tal maniera, con quei tali e tanto figurini come pretesti di certa musica, intreccio di dramma preparato come il canovaccio per tenere insieme il solito ricamo e dove sotto traspare la premeditazione di quello che si è voluto fare, delle sensazioni che si son volute suscitare nel pubblico...”.
Tutto ciò dimostra l’inquietudine di Illica che vive in sintonia con le idee di Mascagni, poichè entrambi si trovano costretti a muoversi all’interno di schemi precostituiti ma che vanno stretti ai due personaggi.
Come mai l’idea di un soggetto giapponese? Solo per il fatto che Illica era stato il primo a pensare al Giappone e non per offrire l’idea al compositore toscano, bensì a Alberto Franchetti. Sempre Morini cita le parole di un contratto scoperto fra le carte del librettista dove è annotato in data 24 Luglio 1894: ”il mio libretto di soggetto giapponese tratto dalla leggenda “L’innamorata dei fiori”, per questa amichevole e privata scrittura dichiaro io sottoscritto che non potrà da parte mia a parità di condizioni venir ceduta ad altro musicista che al Maestro Alberto Franchetti. In fede di che, Luigi Illica”.
Però il destino volle diversamente e il Maestro riuscì ad avere il libretto da Giulio Ricordi. Egli si mise alacremente al lavoro scrivendo le sue sensazioni ad Illica. Era l’ottobre del 1896. Leggiamo: ”Per Iris ho molte idee, troppe. Ma le voglio render tutte...ho bisogno di lavorare con calma e con ponderatezza: Ora ho bisogno di concentrarmi: sono dietro a certi fili preziosi che non voglio perder d’occhio...se mi riesce esprimere colla mia musica le idee che ho per Iris, verrà fuori un lavoro unico per l’originalità e l’ardimento grandissimo; ma questo ardimento e questa originalità voglio unite a musica, a musica vera, non a spezzatini o a strampalerie buffonesche...La linea dell’opera deve riuscirmi come la sento: .... ampia, altissima,imponente...E se così non mi riesce, strappo l’Iris”
Nell’ottobre del 1916, nel suo villino di Ardenza a Livorno, egli inizia a comporre “Lodoletta” con il canovaccio di Giovacchino Forzano.
Il soggetto, desunto dal romanzo “l due zoccoletti” della Ouida, per molto tempo rimase conteso tra Puccini e Mascagni, che attraverso l’interessamento Casa Ricordi, aveva comprato in un’asta i diritti di esclusiva per usarlo come progetto futuro.
Il Maestro aveva contattato Forzano per quest’idea, vincendo sul compositore lucchese, il quale si arrabbiò tantissimo per l’affronto, dato che Puccini stesso aveva già iniziato a scrivere della musica che poi confluirà in “Suor Angelica”.( Trittico).
L’opera andò in scena a Roma presso il Teatro Costanzi il 30 Aprile 1917. Prima bisogna fare un pò di storia. Per le recite livornesi si crearono dei problemi abbastanza importanti.
Attraverso alcune lettere del musicista si possono ricostruire questi momenti di sofferenza. In uno scritto del 4 Luglio 1917 scrive: ”....io sono nauseato e dovrò astenermi dal partecipare a questo spettacolo, organizzato con criteri diametralmente opposti ai miei...” Già si ha un’idea delle tensioni che aleggiavano in quel periodo e in un’altra egli si lamenta sottolineando che l’organico del coro è esiguo, gli orchestrali, le scene, il sostituto.. .tutto va a rotoli. Il 9 Luglio la pazienza del Maestro si è esaurita e scrive: ”intanto io non approvo nulla, ed aspetto che si facciano le cose come intendo io, altrimenti da Roma non mi muovo...”.
Per dovere di cronaca tutto si appianerà e Mascagni potrà iniziare le prove al Teatro Politeama.
La prima rappresentazione fu un trionfo, data anche la presenza del grande Beniamino Gigli.
Per quanto riguarda l’opera “Il piccolo Marat” si può citare una frase di Mario Morini: ”Fu tra la primavera e l’estate del 1919 che, nel raccoglimento della sua villa di Antignano, Mascagni cominciò seriamente a pensare al Piccolo Marat, l’opera sul soggetto sceneggiato da Giovacchino Forzano”.
In questo modo si è potuto identificare il periodo nel quale il Maestro iniziò l’ennesima avventura operistica. Si trattava del difficile momento post-bellico e il soggetto del “Marat” sembrava l’identificazione esatta del contrasto delle opposte passioni che aveva caratterizzato lo scoppio della guerra. Il lavoro fu rappresentato al Teatro Costanzi il 2 Maggio 1921. La partitura si presta ad una duplice lettura. Da una parte si può riscontrare una simbologia verista e dall’altra troviamo un Mascagni attento alle rivoluzioni musicali che erano in atto. Tutto ciò creò dei problemi al Maestro, il quale venne attaccato dalla critica del tempo.
L’ultimo Mascagni sembra voler dare importanza al dramma collettivo, privando della giusta attenzione i personaggi principali. Esistono già “in fieri” gli elementi di un profondo rinnovamento stilistico e musicale.
Siamo nel 1921 e la Scuola di Vienna, come già detto nella prima puntata, aveva modificato la filosofia e la politica della musica. Di conseguenza uno spirito attento come Mascagni non poteva rimanere insensibile a tanto sconvolgimento. Proprio nella presente partitura si possono ascoltare questi cambi profondi nell’uso particolare dell’orchestra.
E’ piuttosto interessante conoscere gli avvenimenti di quei periodi, poichè l’opera “Marat” fu influenzata e non poco, nella sua stesura, anche dalla politica.
Mascagni è stato trattato piuttosto male dalla critica ufficiale che cinicamente lo tacciava di superficialità, pressapochismo avendo completamente torto. Il tempo ha dimostrato che il Maestro ha vissuto intensamente il suo ruolo di compositore dandoci in eredità capolavori indimenticabili.
Anche con l’ultima opera “Nerone”, andata in scena al Teatro La Scala il 16 Gennaio 1935, egli ha cercato di inserire lo stile degli anni precedenti, non tradendo il suo percorso di compositore.
Ora a 60 anni dalla morte cerchiamo di recuperare il tempo perduto, rendendo omaggio ad un personaggio che ha saputo sintetizzare in modo elegante il mondo del popolare con la nobiltà della musica classica. Vi sembra poco?!?

Adriano Bassi