Scelta difficile quella del medico oggi
La pletora determinatasi negli anni ‘70 nelle Facoltà
di Medicina fu determinata dal fatto che esercitare la professione
medica in quegli anni era ritenuto facile e sopratutto remunerativo.
A quei tempi non erano previsti blocchi per l’accesso agli
elenchi dei medici che volevano esercitare nell’ambito delle
famose Casse Mutue sia nella medicina generale, sia negli ambulatori
specialistici, sia come specialisti convenzionati nei propri ambulatori,
senza alcun tipo di incompatibilità.
Un medico poteva essere dipendente ospedaliero o medico condotto
e contemporaneamente accedere all’elenco dei medici convenzionati
o prestare la propria opera in un ambulatorio polispecialistico
ed essere anche convenzionato esterno come specialista, esercitando
anche libera professione senza alcun limite se non quello fisico,
non possedendo il bene della ubiquità.
Nel corso degli anni tutto questo è andato man mano esaurendosi:
numero ottimale, massimali e incompatibilità hanno costituito
una serie di saracinesche che di fatto hanno eliminato quel travaso
di dinamismo legato ad una visione libero professionale dell’attività
medica.
Oggi il medico neo laureato deve restare in parcheggio per un
bel pò prima di accedere ad una qualsiasi attività
in quanto scuole di specialità col numero bloccato, elenchi
di medici di medicina generale con un rapporto ottimale che di
fatto impedisce l’accesso per vari anni, ambulatori polispecialistici
solo nelle strutture Ospedaliere e riservati ai medici già
inseriti nelle
cosiddette Unità Operative, impediscono di fatto ai giovani
medici di imboccare un qualsiasi binario che lo porti poi a proseguire
la sua corsa professionale. Insomma una corsa ad ostacoli per
accedere; ma poi quando si è dentro, cosa succede? Entrare
nell’agone professionale del medico oggi, per quanto attiene
la dipendenza, vuol dire spesso rischiare e ciò sia per
quanto attiene i vari aspetti della vita professionale del medico,
sia per l’attività specifica, peraltro bloccata nelle
possibilità di avanzamento di carriera, e sia inoltre per
le aspettative previdenziali, così come infine per il rapporto
coi vertici aziendali dello stesso Servizio.
Ma anche nelle Convenzioni dei medici di medicina generale l’attività
sta subendo dei condizionamenti che di fatto non lasciano spazio
all’enfasi con cui alcuni politici annunciano di privilegiare
il rapporto dei medici di famiglia.
Si sta tentando infatti di rivoluzionare la medicina generale
cercando di ridurre la figura del medico ad un terminale delle
ASL trasformandolo in una succursale periferica dell’Azienda
che impone al medico le sue strategie di bilancio ed in cui il
medico diventerà un distributore di “salute”
con il suo bravo registratore di cassa ed il paziente avrà
l’obbligo di ritirare lo scontrino all’uscita.
Il futuro della professione del medico in un millennio che promette
incredibili fughe in avanti della scienza e della ricerca e delle
possibilità di cura - con tanto di nuovi e terribili
interrogativi etici, il Servizio Sanitario Italiano pone un problema
che sovrasta tutti gli altri: la compatibilità economica
del loro operato. Il rispetto dei conti, che in maniera piuttosto
pesante impone - in qualsiasi specialità si cimenti -
ponendo continuamente degli interrogativi e delle limitazioni
sul suo modo di operare.
A livello personale, sul piano economico, l’applicazione
rigida delle norme sulle incompatibilità e sull’esercizio
della libera professione comporta già da se una notevole
riduzione delle possibilità di reddito del medico inserito,
ma chi è fuori ha anche una perdita secca legata all’enorme
ritardo ad inserirsi nella professione, cosa che porta di conseguenza
anche un grave danno sul piano previdenziale.
I limiti di età imposti per la cessazione dell’attività
impediscono infatti di allungare i termini della contribuzione
previdenziale per recuperare alla fine gli anni persi all’inizio
e di conseguenza ci sarà anche una notevole diminuzione
della pensione al termine del rapporto.
Oggi un medico di medicina generale, ad esempio, per i noti impedimenti
inizia l’attività molto spesso intorno ai 35 anni;
nei primi anni i contributi restano molto scarsi perchè
deve crearsi la clientela, non può superare i massimali,
sempre più bassi, e quindi tra la scarsa massa di contributi
versati e il basso numero di anni di contribuzione alla fine,
si troverà con una aliquota globale modesta (60 –
70 per cento) di una media contributiva piuttosto bassa su cui
calcolare la propria pensione, che di conseguenza sarà
molto più bassa degli emolumenti che percepisce al momento
di andare in pensione,
Ma non è che gli ospedalieri stiano meglio: la precarietà
dei giovani (si fa per dire, spesso trentenni se non di più)
costretti nei gironi infernali degli specializzandi, sotto pagati
ma iper-sfruttati, con destini il più delle volte improbabili,
molto spesso borsisti senza una copertura previdenziale,
in attesa di una carriera che deve essere programmata in una girandola
di norme , creano di fatto anche per questi medici una situazione
che impedisce la costruzione di un valido futuro previdenziale.
A tutto questo si aggiunge il modo di operare in un Servizio aziendalizzato
che ormai guarda solo i bilanci e pretende che il medico tenga
conto nella sua professione più dei costi che della utilità
delle cure.
Per far questo le studia tutte con una burocratizzazione folle
che grava sulla testa del medico ospedaliero come su quella del
medico di medicina generale, sullo specialista come su quella
del medico della Casa di Cura privata, con la conseguenza di esercitare
una professione piena di responsabilità personali sia sul
piano professionale che su quello civile e penale.
Tutto ciò senza avere una adeguata copertura dalla ASL,
ma anzi con lo stimolo a lesinare nelle cure, cosa che oltre a
comportare gravi rischi professionali per il medico, porta anche
assistenza a rischio per lo stesso paziente. È come se
mandassimo un soldato a combattere una guerra, ben armato, ma
con l’ordine perentorio di non sparare
Ma se la questione dei conti che non tornano per l’assistenza
sanitaria pubblica pesa in modo spropositato su tutta la categoria
medica, mettendo in grave crisi la stessa tenuta dell’ globalità
dell’assistenza, è evidente che i problemi pressanti
dei medici vanno risolti a monte, prima che tutto il castello
dell’assistenza sanitaria crolli.Il medico è infatti
l’unico e vero “attore” della Sanità,
e senza il medico non c’è assistenza.