Scelta difficile quella del medico oggi

 Amedeo Pavone

Scelta difficile quella del medico oggi
La pletora determinatasi negli anni ‘70 nelle Facoltà di Medicina fu determinata dal fatto che esercitare la professione medica in quegli anni era ritenuto facile e sopratutto remunerativo.
A quei tempi non erano previsti blocchi per l’accesso agli elenchi dei medici che volevano esercitare nell’ambito delle famose Casse Mutue sia nella medicina generale, sia negli ambulatori specialistici, sia come specialisti convenzionati nei propri ambulatori, senza alcun tipo di incompatibilità.
Un medico poteva essere dipendente ospedaliero o medico condotto e contemporaneamente accedere all’elenco dei medici convenzionati o prestare la propria opera in un ambulatorio polispecialistico ed essere anche convenzionato esterno come specialista, esercitando anche libera professione senza alcun limite se non quello fisico, non possedendo il bene della ubiquità.
Nel corso degli anni tutto questo è andato man mano esaurendosi: numero ottimale, massimali e incompatibilità hanno costituito una serie di saracinesche che di fatto hanno eliminato quel travaso di dinamismo legato ad una visione libero professionale dell’attività medica.
Oggi il medico neo laureato deve restare in parcheggio per un bel pò prima di accedere ad una qualsiasi attività in quanto scuole di specialità col numero bloccato, elenchi di medici di medicina generale con un rapporto ottimale che di fatto impedisce l’accesso per vari anni, ambulatori polispecialistici solo nelle strutture Ospedaliere e riservati ai medici già inseriti nelle cosiddette Unità Operative, impediscono di fatto ai giovani medici di imboccare un qualsiasi binario che lo porti poi a proseguire la sua corsa professionale. Insomma una corsa ad ostacoli per accedere; ma poi quando si è dentro, cosa succede? Entrare nell’agone professionale del medico oggi, per quanto attiene la dipendenza, vuol dire spesso rischiare e ciò sia per quanto attiene i vari aspetti della vita professionale del medico, sia per l’attività specifica, peraltro bloccata nelle possibilità di avanzamento di carriera, e sia inoltre per le aspettative previdenziali, così come infine per il rapporto coi vertici aziendali dello stesso Servizio.
Ma anche nelle Convenzioni dei medici di medicina generale l’attività sta subendo dei condizionamenti che di fatto non lasciano spazio all’enfasi con cui alcuni politici annunciano di privilegiare il rapporto dei medici di famiglia.
Si sta tentando infatti di rivoluzionare la medicina generale cercando di ridurre la figura del medico ad un terminale delle ASL trasformandolo in una succursale periferica dell’Azienda che impone al medico le sue strategie di bilancio ed in cui il medico diventerà un distributore di “salute” con il suo bravo registratore di cassa ed il paziente avrà l’obbligo di ritirare lo scontrino all’uscita.
Il futuro della professione del medico in un millennio che promette incredibili fughe in avanti della scienza e della ricerca e delle possibilità di cura - con tanto di nuovi e terribili interrogativi etici, il Servizio Sanitario Italiano pone un problema che sovrasta tutti gli altri: la compatibilità economica del loro operato. Il rispetto dei conti, che in maniera piuttosto pesante impone  - in qualsiasi specialità si cimenti - ponendo continuamente degli interrogativi e delle limitazioni sul suo modo di operare.
A livello personale, sul piano economico, l’applicazione rigida delle norme sulle incompatibilità e sull’esercizio della libera professione comporta già da se una notevole riduzione delle possibilità di reddito del medico inserito, ma chi è fuori ha anche una perdita secca legata all’enorme ritardo ad inserirsi nella professione, cosa che porta di conseguenza anche un grave danno sul piano previdenziale.
I limiti di età imposti per la cessazione dell’attività impediscono infatti di allungare i termini della contribuzione previdenziale per recuperare alla fine gli anni persi all’inizio e di conseguenza ci sarà anche una notevole diminuzione della pensione al termine del rapporto.
Oggi un medico di medicina generale, ad esempio, per i noti impedimenti inizia l’attività molto spesso intorno ai 35 anni; nei primi anni i contributi restano molto scarsi perchè deve crearsi la clientela, non può superare i massimali, sempre più bassi, e quindi tra la scarsa massa di contributi versati e il basso numero di anni di contribuzione alla fine, si troverà con una aliquota globale modesta (60 – 70 per cento) di una media contributiva piuttosto bassa su cui calcolare la propria pensione, che di conseguenza sarà molto più bassa degli emolumenti che percepisce al momento di andare in pensione,
Ma non è che gli ospedalieri stiano meglio: la precarietà dei giovani (si fa per dire, spesso trentenni se non di più) costretti nei gironi infernali degli specializzandi, sotto pagati ma iper-sfruttati, con destini il più delle volte improbabili, molto spesso borsisti senza una copertura previdenziale, in attesa di una carriera che deve essere programmata in una girandola di norme , creano di fatto anche per questi medici una situazione che impedisce la costruzione di un valido futuro previdenziale. A tutto questo si aggiunge il modo di operare in un Servizio aziendalizzato che ormai guarda solo i bilanci e pretende che il medico tenga conto nella sua professione più dei costi che della utilità delle cure.
Per far questo le studia tutte con una burocratizzazione folle che grava sulla testa del medico ospedaliero come su quella del medico di medicina generale, sullo specialista come su quella del medico della Casa di Cura privata, con la conseguenza di esercitare una professione piena di responsabilità personali sia sul piano professionale che su quello civile e penale.
Tutto ciò senza avere una adeguata copertura dalla ASL, ma anzi con lo stimolo a lesinare nelle cure, cosa che oltre a comportare gravi rischi professionali per il medico, porta anche assistenza a rischio per lo stesso paziente. È come se mandassimo un soldato a combattere una guerra, ben armato, ma con l’ordine perentorio di non sparare
Ma se la questione dei conti che non tornano per l’assistenza sanitaria pubblica pesa in modo spropositato su tutta la categoria medica, mettendo in grave crisi la stessa tenuta dell’ globalità dell’assistenza, è evidente che i problemi pressanti dei medici vanno risolti a monte, prima che tutto il castello dell’assistenza sanitaria crolli.Il medico è infatti l’unico e vero “attore” della Sanità, e senza il medico non c’è assistenza.

Amedeo Pavone