Il
suo teatro è parola, musica, luci, è teatro di raffinati
dettagli, di spazi scenici intricati, di dialoghi arguti, così
come lo è la sua stesura per la prosa, che è permeata
da Bulgakov uomo di teatro.
In Russia la rivoluzione del 1917 ispirò i diversi artisti
a comprendere meglio le problematiche di una nuova esistenza,
mentre veniva demolita la tradizione drammaturgica e la redazione
di nuovi testi per il teatro non fu impresa facile.
Cosa che si protrasse anche dopo la morte di Lenin (1924) e l’avvento
di Stalin. Via via si andò verso l’annullamento di
ogni forma di tolleranza verso i dissidenti e contro alcuni aspetti
della vita che in qualche modo stonavano con i dettami dello stato
centrale. Scrittore anticonformista e per questo osteggiato dalla
critica ufficiale, Michail Afanas’evic Bulgakov fu un acuto
osservatore della vita quotidiana sovietica. Attraverso un’
ironia pungente, nonostante la costante angoscia di un futuro
incerto e privo di libertà, questo autore riuscì
a descrivere i problemi della società in cui si trovò
a vivere. Nelle sue opere teatrali fu in grado di mescolare linguaggi
diversi: satira, grottesco, sperimentazione giocosa, neologismi
fantasiosi. Egli fu prima di tutto un drammaturgo, perché
anche la sua prosa rimanda sempre alla scena. Il suo destino teatrale
fu tragico, perché delle dieci pièce scritte solamente
quattro videro le luci della ribalta durante la vita del loro
autore. Tutti i suoi drammi esprimono il tormento dell’animo
russo negli anni cupi dello stalinismo.
Nato a Kiev nel 1891 da una famiglia benestante – Afanasij,
il padre, era uomo di grande cultura e docente di storia e critica
delle religioni occidentali, mentre la madre Michajlovna aveva
uno spiccato talento per la musica -, Michail si laureò
in medicina nel 1916 e iniziò a svolgere l’attività
di chirurgo.
Come volontario lavorò in piena prima guerra mondiale negli
ospedali da campo sul fronte occidentale. Già in questo
periodo, accanto alla pratica medica, il giovane Bulgakov iniziò
a manifestare la propria predisposizione per la scrittura, componendo
una serie di racconti: Infermità, Appunti di un medico
condotto, Il veleno di fuoco, Primo fiore. Nel 1920 Bulgakov attuò
un radicale cambiamento nella propria esistenza: decise di abbandonare
la professione per dedicarsi completamente alla letteratura e
in special modo alla scrittura, con la speranza di poter usufruire
in campo artistico di maggior autonomia personale. Fu una decisione
sofferta, ma che gli permetteva di agire più liberamente,
non più vincolato da una carriera medica che lo aveva costretto
ad accettare di lavorare per uno o per l’altro schieramento
politico.
Romanziere
di indiscusso valore, compose i racconti “La corona rossa”,
“Appunti sui polsini”, “Rinascimento commerciale”,
“Memorie di un giovane medico”, “Diavoleide”
e i romanzi “La guardia bianca”, “Cuore di cane”,
“Le uova fatali”. La sua avviata carriera di scrittore,
che in cinque anni gli aveva già ottenuto un discreto successo,
improvvisamente venne osteggiata dal regime sovietico, che impedì
la pubblicazione delle sue opere. Questo atteggiamento di censura
spinse Bulgakov verso il teatro, nella speranza di ottenere una
maggiore libertà creativa. Scrisse dieci testi teatrali
di indubbio interesse, che nella ottusa struttura dittatoriale
della vita sovietica dell’epoca furono o censurati o raramente
allestiti, ma che comunque rappresentano un interessante bagaglio
dell’angoscia e della disperazione dell’anima russa
in quel periodo. Variamente accusato di tendenze controrivoluzionarie,
fu più volte preso di mira dalla critica contemporanea.
Dal romanzo “La guardia bianca” rielaborò la
riduzione teatrale sotto il titolo de “I giorni dei Turbin”
(1925): la trama vede le vicende di alcuni ufficiali bianchi e
il dissolversi dei rapporti familiari durante la guerra civile.
Rappresentato la prima volta nel 1926 al Teatro dell’Arte
di Mosca, sotto la direzione di Stanislavskij, riuscì a
essere sulle scene per ben mille volte, prima che la censura nel
1929 ne ordinasse la sospensione. Bulgakov riuscì a trasmetterci
i colori del nuovo tempo, le atmosfere di questo stravolgimento
epocale, accompagnata dalla fase del ricordo sensitivo.
Della giovinezza a Kiev gli erano rimaste passioni come l’opera
e la musica classica, che inevitabilmente ritroviamo nella levità
della sua tecnica compositiva. Immagini della vita cristiana si
intrecciano a momenti della vita quotidiana sovietica, così
come l’amore per la satira e per il cabaret. Il suo teatro
è parola, musica, luci, è teatro di raffinati dettagli,
di spazi scenici intricati, di dialoghi arguti, così come
lo è la sua stesura per la prosa, che è permeata
da Bulgakov uomo di teatro. La pièce “I giorni dei
Turbin” ebbe la possibilità di così numerose
rappresentazioni perché la trama venne reimpastata e rivista
dalla numerose censure, rimaneggiato più volte il finale,
soppressi i sogni dei personaggi principali, oltre all’
introduzione di monologhi propagandandistici a favore del regime
comunista.
Di seguito Bulgakov scrisse la commedia “L’appartamento
di Zoja”, che riscosse un notevole favore di pubblico, a
cui seguirono nel 1926 e 1927 le opere “La corsa”
e “L’isola purpurea”, le cui rappresentazioni
vennero però proibite. Per l’autore fu l’inizio
di un periodo difficile, venne colpito da un forte esaurimento
nervoso, giunse persino a scrivere una lettera direttamente a
Stalin, chiedendogli il permesso di espatriare ed evidenziando
il proprio rammarico per l’iniqua persecuzione di cui era
oggetto. Non ottenne mai una risposta.
Dopo il suicidio di Majakovskij nel 1930, anch’egli pressato
da un’ottusa censura, venne proposto a Bulgakov di rinunciare
all’idea dell’espatrio in cambio di un impiego come
regista al Teatro d’Arte di Mosca. Accettò e compose
così due nuove opere teatrali, una ispirata al Don Chisciotte,
l’altra intitolata “La Vita del signor de Molière”.
Scrisse anche la commedia “Adamo ed Eva” per il teatro
di Leningrado, ma ne fu impedita la messinscena. Di questi il
testo che maggiormente rispecchia la tensione tra arte e potere
è quello dedicato all’esistenza di Molière
( il titolo “La cabala dei bigotti” non era stato
accettato), opera in cui il protagonista è un commediante
che vive la propria idea di teatro in situazioni simili a quelle
subite da Bulgakov. In una alternanza di sette anni di divieti
e di permessi, di polemiche e di prove, di speranze e disillusioni,
fino alla prima dello spettacolo che nel febbraio del 1936 fu
un grande successo di pubblico: siamo nella Parigi del XVII secolo
e la pièce trae spunto dai tentativi di Molière
di compiacere l’assurda tirannia del censore, mentre l’unico
spazio vitale per il commediografo resta solo il teatro e l’espressione
artistica.
Quella di Michail Bulgakov fu una vita di un autore sempre proiettato
nella speranza di liberare se stesso e ciò che componeva
-ricordiamo infatti che fu anche librettista e consulente per
il Teatro Bolscioi dal 1936 - dal potere onnipresente e censore,
che limitava o addirittura annullava la spiritualità di
un’artista non certo benvoluto. I ripetuti attacchi della
critica non fermarono il drammaturgo, che iniziò l’opera
“Romanzo teatrale” e concluse nel 1938 la commedia
satirica “Batum”, attacco diretto al cuore del sistema,
visto che aveva per tema l’infanzia di Stalin.
Naturalmente la rappresentazione venne bloccata per intervento
dello stesso dittatore. Queste amarezze certamente aiutarono il
manifestarsi e l’aggravarsi di una terribile malattia, la
nefrosclerosi ipertonica, che in pochi mesi lo portò alla
morte nel marzo del 1940. Così Bulgakov lasciò in
parte incompiuto il suo romanzo capolavoro, più volte messo
in scena in tutto il mondo, “Il Maestro e Margherita”,
dove su un impianto di vasto respiro si staglia evidente la vis
satirica dell’autore. L’incarnazione di Satana, Woland,
si trova in una Mosca anni ‘20-’30 dai costumi corrotti,
assai burocratizzata e retta da maneggi ed intrighi. Con il suo
avvento e tramite magie, egli stravolge l’ambiente letterario-teatrale,
smascherando situazioni di autentico favoritismo e di ineguaglianza.
Woland aiuta soprattutto un povero scrittore perseguitato dalla
censura, il Maestro, che era stato internato in manicomio a causa
di un suo romanzo su Pilato. A liberarlo è Margherita,
la sua amata, che accetta di trasformarsi in strega e per una
notte di guidare il gran Sabba di Satana. Il problema della creazione
artistica repressa viene così analizzato assieme alla questione
del Bene e del Male, all’esistenza dell’anima e del
soprannaturale.
Franco Manzoni