Il teatro di Bulgakov

 Franco Manzoni

Il suo teatro è parola, musica, luci, è teatro di raffinati dettagli, di spazi scenici intricati, di dialoghi arguti, così come lo è la sua stesura per la prosa, che è permeata da Bulgakov uomo di teatro.

In Russia la rivoluzione del 1917 ispirò i diversi artisti a comprendere meglio le problematiche di una nuova esistenza, mentre veniva demolita la tradizione drammaturgica e la redazione di nuovi testi per il teatro non fu impresa facile.
Cosa che si protrasse anche dopo la morte di Lenin (1924) e l’avvento di Stalin. Via via si andò verso l’annullamento di ogni forma di tolleranza verso i dissidenti e contro alcuni aspetti della vita che in qualche modo stonavano con i dettami dello stato centrale. Scrittore anticonformista e per questo osteggiato dalla critica ufficiale, Michail Afanas’evic Bulgakov fu un acuto osservatore della vita quotidiana sovietica. Attraverso un’ ironia pungente, nonostante la costante angoscia di un futuro incerto e privo di libertà, questo autore riuscì a descrivere i problemi della società in cui si trovò a vivere. Nelle sue opere teatrali fu in grado di mescolare linguaggi diversi: satira, grottesco, sperimentazione giocosa, neologismi fantasiosi. Egli fu prima di tutto un drammaturgo, perché anche la sua prosa rimanda sempre alla scena. Il suo destino teatrale fu tragico, perché delle dieci pièce scritte solamente quattro videro le luci della ribalta durante la vita del loro autore. Tutti i suoi drammi esprimono il tormento dell’animo russo negli anni cupi dello stalinismo.
Nato a Kiev nel 1891 da una famiglia benestante – Afanasij, il padre, era uomo di grande cultura e docente di storia e critica delle religioni occidentali, mentre la madre Michajlovna aveva uno spiccato talento per la musica -, Michail si laureò in medicina nel 1916 e iniziò a svolgere l’attività di chirurgo.
Come volontario lavorò in piena prima guerra mondiale negli ospedali da campo sul fronte occidentale. Già in questo periodo, accanto alla pratica medica, il giovane Bulgakov iniziò a manifestare la propria predisposizione per la scrittura, componendo una serie di racconti: Infermità, Appunti di un medico condotto, Il veleno di fuoco, Primo fiore. Nel 1920 Bulgakov attuò un radicale cambiamento nella propria esistenza: decise di abbandonare la professione per dedicarsi completamente alla letteratura e in special modo alla scrittura, con la speranza di poter usufruire in campo artistico di maggior autonomia personale. Fu una decisione sofferta, ma che gli permetteva di agire più liberamente, non più vincolato da una carriera medica che lo aveva costretto ad accettare di lavorare per uno o per l’altro schieramento politico. Romanziere di indiscusso valore, compose i racconti “La corona rossa”, “Appunti sui polsini”, “Rinascimento commerciale”, “Memorie di un giovane medico”, “Diavoleide” e i romanzi “La guardia bianca”, “Cuore di cane”, “Le uova fatali”. La sua avviata carriera di scrittore, che in cinque anni gli aveva già ottenuto un discreto successo, improvvisamente venne osteggiata dal regime sovietico, che impedì la pubblicazione delle sue opere. Questo atteggiamento di censura spinse Bulgakov verso il teatro, nella speranza di ottenere una maggiore libertà creativa. Scrisse dieci testi teatrali di indubbio interesse, che nella ottusa struttura dittatoriale della vita sovietica dell’epoca furono o censurati o raramente allestiti, ma che comunque rappresentano un interessante bagaglio dell’angoscia e della disperazione dell’anima russa in quel periodo. Variamente accusato di tendenze controrivoluzionarie, fu più volte preso di mira dalla critica contemporanea.
Dal romanzo “La guardia bianca” rielaborò la riduzione teatrale sotto il titolo de “I giorni dei Turbin” (1925): la trama vede le vicende di alcuni ufficiali bianchi e il dissolversi dei rapporti familiari durante la guerra civile. Rappresentato la prima volta nel 1926 al Teatro dell’Arte di Mosca, sotto la direzione di Stanislavskij, riuscì a essere sulle scene per ben mille volte, prima che la censura nel 1929 ne ordinasse la sospensione. Bulgakov riuscì a trasmetterci i colori del nuovo tempo, le atmosfere di questo stravolgimento epocale, accompagnata dalla fase del ricordo sensitivo.
Della giovinezza a Kiev gli erano rimaste passioni come l’opera e la musica classica, che inevitabilmente ritroviamo nella levità della sua tecnica compositiva. Immagini della vita cristiana si intrecciano a momenti della vita quotidiana sovietica, così come l’amore per la satira e per il cabaret. Il suo teatro è parola, musica, luci, è teatro di raffinati dettagli, di spazi scenici intricati, di dialoghi arguti, così come lo è la sua stesura per la prosa, che è permeata da Bulgakov uomo di teatro. La pièce “I giorni dei Turbin” ebbe la possibilità di così numerose rappresentazioni perché la trama venne reimpastata e rivista dalla numerose censure, rimaneggiato più volte il finale, soppressi i sogni dei personaggi principali, oltre all’ introduzione di monologhi propagandandistici a favore del regime comunista.
Di seguito Bulgakov scrisse la commedia “L’appartamento di Zoja”, che riscosse un notevole favore di pubblico, a cui seguirono nel 1926 e 1927 le opere “La corsa” e “L’isola purpurea”, le cui rappresentazioni vennero però proibite. Per l’autore fu l’inizio di un periodo difficile, venne colpito da un forte esaurimento nervoso, giunse persino a scrivere una lettera direttamente a Stalin, chiedendogli il permesso di espatriare ed evidenziando il proprio rammarico per l’iniqua persecuzione di cui era oggetto. Non ottenne mai una risposta.
Dopo il suicidio di Majakovskij nel 1930, anch’egli pressato da un’ottusa censura, venne proposto a Bulgakov di rinunciare all’idea dell’espatrio in cambio di un impiego come regista al Teatro d’Arte di Mosca. Accettò e compose così due nuove opere teatrali, una ispirata al Don Chisciotte, l’altra intitolata “La Vita del signor de Molière”. Scrisse anche la commedia “Adamo ed Eva” per il teatro di Leningrado, ma ne fu impedita la messinscena. Di questi il testo che maggiormente rispecchia la tensione tra arte e potere è quello dedicato all’esistenza di Molière ( il titolo “La cabala dei bigotti” non era stato accettato), opera in cui il protagonista è un commediante che vive la propria idea di teatro in situazioni simili a quelle subite da Bulgakov. In una alternanza di sette anni di divieti e di permessi, di polemiche e di prove, di speranze e disillusioni, fino alla prima dello spettacolo che nel febbraio del 1936 fu un grande successo di pubblico: siamo nella Parigi del XVII secolo e la pièce trae spunto dai tentativi di Molière di compiacere l’assurda tirannia del censore, mentre l’unico spazio vitale per il commediografo resta solo il teatro e l’espressione artistica.
Quella di Michail Bulgakov fu una vita di un autore sempre proiettato nella speranza di liberare se stesso e ciò che componeva -ricordiamo infatti che fu anche librettista e consulente per il Teatro Bolscioi dal 1936 - dal potere onnipresente e censore, che limitava o addirittura annullava la spiritualità di un’artista non certo benvoluto. I ripetuti attacchi della critica non fermarono il drammaturgo, che iniziò l’opera “Romanzo teatrale” e concluse nel 1938 la commedia satirica “Batum”, attacco diretto al cuore del sistema, visto che aveva per tema l’infanzia di Stalin.
Naturalmente la rappresentazione venne bloccata per intervento dello stesso dittatore. Queste amarezze certamente aiutarono il manifestarsi e l’aggravarsi di una terribile malattia, la nefrosclerosi ipertonica, che in pochi mesi lo portò alla morte nel marzo del 1940. Così Bulgakov lasciò in parte incompiuto il suo romanzo capolavoro, più volte messo in scena in tutto il mondo, “Il Maestro e Margherita”, dove su un impianto di vasto respiro si staglia evidente la vis satirica dell’autore. L’incarnazione di Satana, Woland, si trova in una Mosca anni ‘20-’30 dai costumi corrotti, assai burocratizzata e retta da maneggi ed intrighi. Con il suo avvento e tramite magie, egli stravolge l’ambiente letterario-teatrale, smascherando situazioni di autentico favoritismo e di ineguaglianza.
Woland aiuta soprattutto un povero scrittore perseguitato dalla censura, il Maestro, che era stato internato in manicomio a causa di un suo romanzo su Pilato. A liberarlo è Margherita, la sua amata, che accetta di trasformarsi in strega e per una notte di guidare il gran Sabba di Satana. Il problema della creazione artistica repressa viene così analizzato assieme alla questione del Bene e del Male, all’esistenza dell’anima e del soprannaturale.

Franco Manzoni