Gabriele Buratti

 Carlo Franza

È stato detto più volte che l’arte deve rappresentare il proprio tempo, sicché l’arte contemporanea e gli artisti di oggi, quelli beninteso che si descrivono come nuovi e sono tali indicati dalla critica tegata, non sfuggono a tale cronistoria, come d’altronde è già stato negli anni del secondo dopoguerra con il neorealismo, negli anni sessanta con la pop art e via via fino ai nostri giorni.
Gabriele Buratti è un giovane artista milanese, da noi notato in una piccola mostra sua ordinata a “La Copisteria” di via Campiglio 13 a Milano, certamente non confuso nella miriade di artisti che tra sabato e domenica sono davanti a tele e cavalletti, ma capace come pochi di vivere appieno il significato dell’arte, dell’estetica e della storia del proprio tempo. È così che il suo lavoro non è potuto sfuggire al nostro interesse che lo ha subito innervato in quel nucleo ristretto di giovani che sono nuovi sia rispetto al prodotto estetico sia rispetto alle scuole e ai gruppi. Tant’è che questa sua ripresa di moduli pop, ormai sintetizzati in un percorso che altri storici hanno già richiamato come neopop, localizzando stilemi classici del nostro tempo, avviano un radicamento con la storia sociale ed economica. Basti pensare all’uso replicativi di collage in cui ballerine e soubrette dell’oggi chiariscono la loro comparsa su fondali dipinti, catturando così l’occhio dello spettatore che vive il corpo, ogni corpo che gli gira attorno, anche per via dei media e della pubblicità che ogni giorno quasi ci soffoca, come oggetto da gioco e come oggetto unicamente da mostrare. Basti ricordare cosa fu del pop negli anni Sessanta del Novecento, quando per l’appunto una serie di artisti misero in cornice certe icone del loro tempo, attrici, oggetti, persino la nascente Coca Cola. Ancora oggi c’è chi come Gabriele Buratti vuol significare la sua storia artistica con le immagini delle città europee, Londra in primis, o la passerella di quella che vorrebbe essere una sorta di icona femminile, quasi presa a prestito da un settimanale. I suoi dipinti contengono anche un marchio, che marchio non è, perché è un vero e proprio codice a barre, lo stesso che troviamo sui prodotti, e che segnano la produzione del nostro tempo, caratterizzata da un forte consumismo. Ebbene, proprio questo marchio è diventato un’icona, un segno, un’immagine forte che ruota quasi sempre nei dipinti del nostro artista, dando di lui un’idea forte della sua arte che non è avulsa dalla storia degli ultimi anni, di quella storia economico-sociale che ha dato ai paesi occidentali e capitalismi processi accelerati. A questi segnali va aggiunto come il Buratti campioni le scenografie dei suoi dipinti con toni brunati, qualche volta nerastri, come fossero dipinti che hanno raccolto paesaggi persino sironiani. Questi toni, queste fumie, queste nebbie che svaporano bianchi cirri su fondali anneriti non tralasciano emozioni culturali forti, diventano le nuove magie del terzo millennio, e ci dicono come ancora oggi l’arte descriva il proprio tempo senza tralasciare il cuore della poesia.

Carlo Franza