Il premier britannico Blair è uno dei pochi veri statisti della nostra epoca: ora si è messo in testa di fare ripartire l’Unione Europea da nuove basi e in occasione dell’attentato di Londra del 7 luglio ha mostrato a tutti come bisogna reagire al terrorismo.
Durante il secondo semestre 2005, il primo ministro britannico Tony Blair è – almeno sulla carta – l’uomo più potente del mondo: il caso ha infatti voluto che la Gran Bretagna detenga in questo periodo sia la presidenza del G-8, il club che riunisce gli otto Paesi più ricchi ed influenti e prende decisioni cruciali per tutti, sia quella a rotazione dell’Unione Europea, che sta attraversando uno dei momenti più delicati della sua storia e ha estremo bisogno di una forte leadership. Per giunta, egli è arrivato a queste posizioni di potere in un momento per lui particolarmente favorevole: ha appena conquistato la terza vittoria elettorale consecutiva e, con la bocciatura della Costituzione europea da parte di Francia e Olanda, ha conseguito quello che l’Economist ha battezzato un po’ malignamente “Il trionfo della perfida Albione”, cioè un rallentamento del processo di integrazione politica a favore di una concezione più liberista dell’Unione.
Infatti, al termine dell’ultimo Consiglio Europeo di Bruxelles, molti hanno accusato Blair di sabotaggio, perché si è rifiutato di rinunciare al cosiddetto “sconto britannico” sui contributi, ottenuto dalla Thatcher 21 anni fa quando il suo Paese era in una profonda crisi, e ha così bloccato l’approvazione del bilancio comunitario per il periodo 2007-2013. Nel suo rifiuto, il proverbiale egoismo di Londra ha senz’altro avuto la sua parte, ma quando ha condizionato qualsiasi concessione a una riforma generale dei conti dell’Unione, con relativa drastica riduzione dei fondi destinati all’agricoltura a favore di ricerca, istruzione e sviluppo, Blair ha in realtà posto un problema cruciale e reso un servigio a tutti gli europei.
Proprio quando stava festeggiando l’assegnazione dell’Olimpiade 2012 a Londra, dopo un testa a testa proprio con la “nemica” Parigi, e si apprestava a lasciare la sua impronta sul G8, grazie ai suoi ambiziosi programmi di aiuto all’Africa e di controllo dei gas serra, il “guerriero Tony” ha subito un colpo durissimo: il secondo grande attentato di Al Qaeda in Europa, che ha fatto una cinquantina di morti e centinaia di feriti a Londra e ha paralizzato per un giorno la capitale. Ma anche in questo caso, il premier si è mostrato all’altezza del suo compito, facendo sì che i terroristi conseguissero solo in minima parte gli obiettivi che si prefiggevano.
Non c’è perciò alcun dubbio che il cinquantaduenne premier, arrivato al culmine della carriera quando molti altri politici sono ancora a metà del cammino, possa ambire a passare alla storia come uno dei più capaci e carismatici statisti della nostra epoca. L’aspetto forse più straordinario della sua fulminante carriera è che per lungo tempo ha rappresentato contemporaneamente un modello per la sinistra riformista europea e un sicuro punto di riferimento per leader liberali e conservatori come George W. Bush, Aznar e Berlusconi. Attaccato, di conseguenza, su due fronti, è riuscito sempre a superare anche le situazioni più difficili, come quando una parte del suo partito lo ha accusato di avere mentito al Paese sulla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa di Saddam (“Un missile iracheno potrebbe colpire la Gran Breatgna nel giro di 45 minuti”) per giustificare la guerra contro l’Iraq.
Figlio di un avvocato conservatore, educato a Fettes, il più esclusivo collegio scozzese, Tony ebbe un’adolescenza insieme spensierata e scapestrata, che non faceva certo presagire per lui un avvenire così luminoso. Sembra che quando ha finito le medie superiori per iscriversi a Oxford, i suoi professori abbiano tirato addirittura un sospiro di sollievo. Anche all’Università, è stato uno studente mediocre, abile parlatore ma di modesto spessore culturale, che pareva destinato a un ruolo di comprimario in un qualsiasi studio legale. Ma proprio durante il tradizionale periodo di praticantato, ha avuto la ventura di conoscere Cherie Booth, figlia di un principe del foro molto bene introdotto nel partito laburista. E’ stato, sembra, amore a prima vista, ma anche il gradino iniziale per la carriera politica del giovanotto. Dopo una onorevole sconfitta in un sicuro collegio conservatore nel 1979, già nel 1983, a soli trent’anni, Tony fu eletto deputato per Sedgefield, una città nell’estremo nord dell’Inghilterra vicina al paese d’origine della famiglia.
Proprio quelle elezioni segnarono il secondo trionfo elettorale di Margaret Thatcher, la signora di ferro reduce dalla vittoria sull’Argentina nella guerra delle Falkland, che in quegli anni stava rivoltando la Gran Bretagna come un calzino. Per quanto sempre più impegnato nel governo ombra, il giovane Blair non fu insensibile al suo fascino e, anche se alla Camera dei Comuni si oppose diligentemente all’operato del governo quando stroncò lo sciopero dei minatori, razionalizzò lo stato sociale o avviò la prima grande campagna di privatizzazioni dell’Occidente, prese anche atto che le riforme thatcheriane stavano facendo uscire il Paese da una crisi decennale che gli era valso l’appellativo di “grande malato dell’Europa”. In tre legislature, l’operato della signora di ferro sancì la vittoria del pubblico sul privato, dell’individualismo sul pansindacalismo, della meritocrazia sull’egualitarismo. E, al contrario della maggioranza del suo partito, ancora legato ai vecchi schemi del socialismo fabiano e dello Stato che si prendeva cura dei cittadini “dalla culla alla tomba”, Tony in cuor suo approvò.
Gli eventi precipitarono dopo che, nel 1990, il Partito conservatore decise di sostituire Margaret Thatcher alla testa del governo con l’incolore John Major. Questi riuscì ancora a vincere le elezioni del ’92, ma era chiaro che, nelle condizioni giuste, il Paese era pronto per un ribaltone. Blair, ormai capo della fazione moderata del Partito laburista, decisa a cancellare dallo Statuto il famigerato articolo IV che prescriveva la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, ebbe la sua grande occasione nel ’94, quando un infarto stroncò inopinatamente il leader John Smith. Dopo avere concluso un patto segreto con l’altro aspirante alla segreteria, Gordon Brown, che prevedeva un’alternanza tra i due al termine della seconda legislatura, Tony riuscì a farsi eleggere con una maggioranza sufficiente a permettergli di avviare la riforma del partito.
Per il vecchio Labour, subito ribattezzato “New Labour” per marcare meglio l’abbandono delle vecchie dottrine socialiste, fu un autentico ciclone. Nel giro di un paio d’anni, Blair ne cambiò l’immagine, gli uomini e il programma, compiendo una svolta a destra ancora più drastica di quella dei socialdemocratici tedeschi nel mitico congresso di Bad Godesberg. Grazie alle sue eccezionali doti di comunicatore, e al ricorso ad alcuni professionisti dell’informazione come l’attuale Commissario europeo Peter Mandelson, Tony riuscì a presentare con tanta efficacia queste novità all’elettorato, che nelle elezioni del 1997 il suo partito tornò al potere – dopo ben 18 anni trascorsi all’opposizione - con una schiacciante maggioranza parlamentare ed egli stesso divenne il più giovane premier dal 1810.
Il grande merito di Blair fu di non rinnegare una sola delle riforme della Thatcher, ma se mai di cercare di migliorarle e perfezionarle. Qualsiasi ritorno al passato fu subito escluso, anche se sarebbe tornato a vantaggio dei tradizionali elettori laburisti. La sinistra del partito cercò di resistere e i sindacati manifestarono il loro dissenso, ma a causa dell’ampiezza del suo successo Tony era in grado di mettere tutti a tacere. Ormai, più che su una classe operaia in costante diminuzione, il New Labour puntava sulla nuova classe media impegnata nei servizi, tipica di un Paese ormai postindustriale. I primi quattro anni di Blair da primo ministro furono contrassegnati da una serie di successi: la concessione dell’autonomia a Scozia e Galles (la famosa devolution che tanto piace a Umberto Bossi), la conclusione di un accordo che ha messo fine alla guerra del terrore in Irlanda del Nord, la ristrutturazione della Camera dei Lord con esclusione di buona parte dei Pari ereditari, un notevole potenziamento dei servizi pubblici. Per un momento, egli parve anche avvicinarsi all’Unione economica e monetaria, cui Londra non aveva aderito al momento della firma del trattato di Maastricht, ma poi l’opposizione dell’opinione pubblica, l’attaccamento alla sterlina e il buon andamento dell’economia lo persuasero ad assumere invece posizioni attendiste.
Grazie al boom ereditato dalla Thatcher, Blair riuscì a proseguire la sua opera riformatrice senza aumentare la pressione fiscale. La risposta del Paese fu entusiasta, tanto che, alle elezioni del 2001, la maggioranza laburista aumentò ancora: ormai, il partito aveva occupato saldamente il centro dello schieramento politico, relegando i conservatori, portabandiera dell’euroscetticismo, a destra e (con uno sberleffo alla storia) i liberaldemocratici a sinistra. Visto il grande successo della sua politica economica, il New Labour divenne una specie di faro per gli altri partiti socialisti d’Europa, compreso l’allora PDS, anche se di socialista aveva ormai ben poco.
Poi anche per Blair arrivò l’11 settembre. Al contrario di altri leader europei, egli non ha mai avuto esitazioni. Sebbene alla Casa Bianca non ci fosse più il suo caro amico Clinton ma un conservatore come Bush, egli si schierò al centouno per cento con gli Stati Uniti, partecipando attivamente alla guerra contro l’Afghanistan, varando misure draconiane (secondo alcuni addirittura liberticide) contro il terrorismo islamico e diventando poi uno dei grandi fautori della guerra contro Saddam Hussein, cui la Gran Bretagna partecipò fin dall’inizio con un corpo di spedizione di 46.000 uomini. I suoi interventi a favore dell’attacco a Baghdad, alla Camera dei Comuni, alla TV, a congressi e convegni, furono ancora più decisi di quelli del presidente americano. Ma, a differenza di Bush, che almeno all’inizio ebbe la pubblica opinione dalla sua anche su questo tema, il bellicismo di Blair incontrò fin dall’inizio una forte resistenza, nel partito, nel governo, in molti giornali e soprattutto nella gente. Ci furono dimissioni di ministri, accuse di manipolazione dei rapporti dei servizi, perfino un tentativo di impeachment. I sarcasmi si sprecarono: per la sinistra laburista, Blair diventò il “cagnolino di Bush” o “il governatore del 51° Stato dell’Unione”. Ma, nonostante le proteste, l’evidente perdita di popolarità e il dissenso degli altri membri dell’Internazionale socialista, il premier non ha deviato di un centimetro dalla sua linea. Anzi, a livello europeo, si è messo alla testa degli Stati che hanno appoggiato l’America ed è entrato in rotta di collisione con Francia e Germania che si erano opposte alla guerra e si astengono tuttora dal partecipare attivamente alla ricostruzione dell’Iraq.
La vicenda irachena ha senza dubbio influito anche sull’esito delle ultime elezioni, in cui la maggioranza laburista si è ridotta da oltre 200 a soli 67 seggi. All’indomani, molti hanno addirittura parlato di “sconfitta”, o almeno di pesante ridimensionamento di Blair, e hanno ipotizzato che egli sarà presto costretto a passare lo scettro a Gordon Brown, anche in omaggio al già ricordato “patto della Granita” di 11 anni fa. Tony ha lasciato dire, ha fatto intendere che non chiederà un quarto mandato, ma ha continuato a governare come se nulla fosse, lanciando nuovi importanti progetti internazionali. Sul piano interno, vuole tornare a investire nei servizi sociali e procedere a una grande riforma delle Università, un po’ scadute di recente rispetto alle loro gloriose tradizioni.
In mezzo a questo turbine di eventi e di iniziative, Blair è riuscito a mantenere una vita privata e familiare intensa e coesa. Anglicano di tendenza anglo-cattolica, ha sposato una cattolica, sta allevando i quattro figli come cattolici e spesso frequenta funzioni cattoliche: una situazione non facilmente sostenibile per un premier in Gran Bretagna, dove il ricordo delle guerre di religione è ancora vivo, la regina è il capo della Chiesa anglicana e i cattolici sono spesso chiamati ancora papisti. Ma anche i comportamenti personali di Blair fanno a pugni con la tradizione: per esempio, passa le vacanze all’estero (spesso e volentieri in Toscana) ospite di nobili o di magnati dell’industria, ignorando bellamente le proteste dei soliti moralisti come solo Winston Churchill aveva il coraggio di fare.
La verità è che Tony è un guerriero: un uomo fedele ai suoi principi, che non si piega facilmente ai venti della protesta. Ora, quasi solo contro tutti, si è messo in testa di fare ripartire l’Europa su nuove basi: se ci riuscirà, sarà davvero un’impresa storica.
Livio Caputo