Le tessere del mosaico, la prigione della parola

Oliviero Beha

La parola, la memoria, l’attualità, il “sensazionismo”, la poesia, il “kenning”, la mafia internazionale: tessere, nient’altro che tessere…
Pensiamo per parole? Saremmo tentati di rispondere di sì, anche senza aver studiato linguisti come De Saussure o “grammatici generativi” come il politicissimo Chomski. Eppure il nostro pensiero è anche “ambientale”, cioè va per sensazioni. Per esempio questo paragrafo che ho appena scritto non dipende solo dalle parole che lo compongono, ma dagli spazi bianchi, tra le parole e le righe, e da ciò che vi evoca, dalle sensazioni che vi comunica se ve le comunica oltre le parole stesse. Una specie di clima: anche per le parole fa caldo o freddo, piove o c’è il sole, o la nebbia, o il vento… È un concetto difficile da inquadrare? Specie se nasce poi da uno che di solito si occupa di “attualità”?
Eppure è esattamente il “clima” del pensiero, e del pensiero parlato o scritto che è da sempre la base del mio lavoro, e della mia vita. Recentemente ci ho scritto sopra un romanzo (per la precisione editoriale un “Sono stato io”) e un pamphlet di costume politico (un “Crescete & prostituitevi”), quindi un “qualcosa” di definito, di circoscritto, di verificabile, non solo un alone. Non sono come si dice “fantasie”, anche se ho abusato fin qui di virgolette che danno alle parole, e quindi al pensiero parlato, un valore aggiunto, le prolungano, le spostano, come tessere di un mosaico generale che sconfinano in altre tessere, in altri campi, modificando in qualche modo la percezione di insieme, il disegno sullo sfondo. Ma è proprio quello che mi succede, e direi ci succede se appena perdiamo un momento per ragionarci sopra.
Cercherò di spiegarmi meglio, esemplificando, per non mettervi in fuga tacciandomi di oscurità, o incomprensibilità, o intellettualismo respingente. E non ho messo neppure una virgoletta a queste ultime tesserine…
Leggo dal “Corriere della sera”, in prima pagina, che il capo di una banda di rapinatori di banche nel nord-est, Treviso, san Donà di Piave ecc. , era un ex direttore di banca, un “genio” lo ha definito la polizia, un addetto ai lavori direi più semplicemente io. E come una ventata di parole, di memoria, di clima, mi assale il ricordo di trent’anni fa, di quando nello scandalo dei petroli, del contrabbando dei petroli per meglio dire, emerse come figura decisiva un generale della Finanza che giocava due importanti parti in commedia. Ma non è solo un fatto di parole.
Come non è solo un fatto di parole che, in occasione della morte di una eccellente attrice americana, Anne Bancroft, meritoriamente la tv, mi pare Rete 4, abbia rimandato un film che ha fatto l’immaginario mio e della mia generazione, “Il laureato”, con Dustin Hoffmann, la colonna sonora di Simon & Garfunkel, un’atmosfera da secondi anni ‘60 che rapisce, rievoca, addirittura ricostruisce. A parole? Certo, anche a parole, ma è la contestualizzazione “climatica” che regge tutta o quasi l’operazione del nostro cervello, e dei nostri sensi. E del nostro cuore? Sì, credo di poter dire anche del nostro cuore.
Ancora. Vado in Canada, a Toronto, per delle conferenze, e un mio amico e collega giornalista e scrittore, che si occupa di mafia, ‘ndrangheta e criminalità organizzata in Italia’, in canada, negli Usa, nel mondo, mi racconta di una lettera che il reverendo Paul Marcinkus, a capo dello Ior, le finanze vaticane, mandò a Roberto Calvi un quarto di secolo fa, per “ringraziarlo anche da parte del suo ‘boss’ per aver finanziato Solidarnosc”. Che sensazioni vi evocano le parole? Vi state domandando chi fosse quel “boss”? È ragionevole pensare, anche sulla base del linguaggio dei preti anglofoni, che si riferisse a Giovanni Paolo II. E chi era Calvi? Il banchiere assassinato nel l982 sotto il ponte dei “Frati Neri”, a Londra: per anni venne spacciato per suicidio, pur nell’improbabilità del tutto, perfino da magistratura e stampa inglesi. Si era impiccato, secondo loro. Roba da svenire, stando agli atti delle indagini fatte condurre privatamente dal figlio di Calvi. Lo ammazzò Vincenzo Casillo, un camorrista poi fatto saltare in aria a Roma… E gli anelli che legano Calvi a Casillo, Casillo alla camorra, la camorra a una parte politica italiana, e una parte politica italiana a Calvi, non formano una catena? E non sarebbe una catena utile a spiegare, con i risvolti piduisti dell’epoca, i soldi di allora, le fortune di allora che sono poi quelle che hanno determinato la politica successiva? E non forse anche quella di oggi?
Mosaici, nient’altro che mosaici. Un poeta come Ted Hughes, vedovo di Silvia Plath, parla di “kenning” in un suo libro di poesie, “Cave birds”, caverna uccelli, una forma non sintatica che lega le parole lavorandone il semantema in profondità. Esse significano perché accostate non sintatticamente, sprigionano cioè liberano dalla prigione (della parola) i significati. Quindi non “la caverna degli uccelli”, quindi non “il banchiere di Dio”, quindi non “l’omicidio di Calvi”, quindi non “la tangentopoli di Berlusconi” (o di Prodi), ma tutto insieme, accostato in un kenning del pensiero e dell’emozione nella circonferenza della memoria, nella campana delle sensazioni… Tessere, nient’altro che tessere del nostro mosaico.

Oliviero Beha