Cani perduti senza collare

Paolo Grieco

Il più famoso libro di Gilbert Cesbron (1913-1979) affronta il tema dei ragazzi abbandonati, senza genitori, soli, dimenticati dalla società, costretti a vivere senza amore, allo sbando, in istituti di assistenza freddi e ostili.

Cani perduti senza collare - il più famoso libro di Gilbert Cesbron (1913 - 1979) - affronta il tema dei ragazzi abbandonati, senza genitori, soli, dimenticati dalla società, costretti a vivere senza amore, allo sbando, in istituti di assistenza freddi e ostili.
Scritto nel 1954, quando lo scrittore cattolico francese aveva già raggiunto la notorietà per i temi sociali “scomodi” dei suoi romanzi (ricordiamo Gli innocenti di Parigi, La tradition Fontquernie, Notre prison est un royaume, I Santi vanno all’inferno, a cui sarebbero seguiti E’ più tardi di quanto pensi e l’opera teatrale E’ mezzanotte dottor Schweitzer), Cani perduti senza collare venne accolto favorevolmente dai lettori, tanto che ne fu tratto un film con la regia di Jean Dallannoy e la partecipazione di Jean Gabin.
In una prosa lineare e incisiva, dai toni commoventi, Cesbron descrive l’esistenza di alcuni giovani in un istituto di correzione, le loro passioni, i discorsi, la ricerca di identificazione e d’affetto. Tra loro un ragazzo undicenne Robert Alan “dallo sguardo fuligginoso da zingaro, che indossa abiti troppo lunghi per lui.” Robert viene a sapere che nei sotterranei si trova un cane, chiuso in una gabbia, per essere sottoposto a dolorosi esperimenti medici. In un moto di ribellione e di pietà, il giovane lo libera e fugge con l’animale sofferente e ferito, di cui non conosce neppure il nome, per andare alla ricerca, nelle strade di Parigi, dei suoi sconosciuti genitori.
“Eccoli - scrive Cesbron in pagine d’indimenticabile intensità - il ragazzo con il suo cane, in una via di Parigi una delle tante…
egli fissa stupito ogni casa, ogni passante, ogni faccia… Crede che stia per compiersi il miracolo. Che una donna molto bella, che un uomo molto forte lo riconoscano e lo stringano tra le braccia.”
E lo scrittore partecipa al loro desolato girovagare Come se li vedesse, fosse accanto a loro. Si stacca dalla narrazione e riflette in prima persona. “Io vi guardo perché vi amo. Un ragazzo fra gli altri, un cane fra gli altri, perduti entrambi. Vi guardo e non posso fare nulla per voi.” Il discorso di Cesbron assume poi un tono di veemente denuncia per l’indifferenza, l’insensibilità delle “persone per bene”, immagina i loro ragionamenti.
“Abbiamo le mani pulite noi, non abbiamo sedotto, abbandonato, ridotto alla disperazione nessuno. Non è colpa nostra se ci sono ragazzi e cani perduti! E ragazze che si annegano! E padri che uccidono le loro creature…Non è colpa nostra se ci sono stamberghe, bistrò, vagabondi, disoccupati, ragazzi che rubano e si prostituiscono.” Si richiama ai principi morali, al dovere cristiano di non rimanere passivi di fronte all’ingiustizia e risponde a quanti sono tentati di avanzare giustificazioni: “Ma allora, se non è per nulla colpa vostra…se siete del tutto innocenti… se non potete assolutamente nulla per questo ragazzo selvaggio e per questo cane torturato, per tutti questi ragazzi perduti che non sono vostri, perché non avete già chiuso il libro?” Lo scrittore non si limita quindi a narrare, ma entra nella coscienza del lettore, lo provoca, lo costringe ad un esame di coscienza, ad ammettere la propria responsabilità, la freddezza dell’animo.
Fermato dalla polizia, Alan incontra il giudice Lamy, la figura chiave del romanzo, un uomo, da poco rimasto vedovo, convinto che bisogna comprendere e aiutare i ragazzi abbandonati. Con parole bellissime, nel rispondere allo scetticismo di un collega che prenderà il suo incarico di Presidente del Tribunale dei minori Lamy dice: “Quando sarete stanco della loro ingratitudine, della loro instabilità e sarete tentato d’essere duro, chiudete gli occhi un momento, pensate a voi stesso… Ritrovate umilmente in voi il senso della fragilità delle persone… voi non siete in grado di comprendere cosa sia il non aver più la mamma. Ma il non averne, di mamma, il non averla mai avuta, nessuno di noi può capirlo.”
Di fronte al suo sfiduciato interlocutore Lamy conclude: “Voi dimenticate un particolare…Voi dimenticate Dio… E Lui si beffa altamente della logica del mondo… Se la speranza non esiste allora cosa ci faccio io qui questa notte? Voi avete ragione, ma ragione secondo la maniera dei medici, degli psichiatri, degli psicologi, ossia nove volte su dieci. Ma la decima possibilità mio caro si chiama Grazia… ” Non può esserci - conclude Lamy - “giustizia senza amore.”
In questa frase sta proprio il senso dello straordinario romanzo di Cesbron. Per Cesbron il richiamo è all’amore del Vangelo senza il quale nulla, la nostra stessa vita, può avere un senso. Gli uomini credono di avere ragione, di poter compiere ogni cosa da soli, ma se siamo stati creati da un Dio di “misericordia e di bontà”, allora tutto cambia e noi siamo costretti a constatare la nostra impotenza, la nostra debolezza.
Pubblicato in italiano dall’editore Massimo e da Rizzoli nella collana “I libri dello spirito cristiano” curata da don Giussani, Cani perduti senza collare – rimane un libro attuale, se pensiamo ai molti bambini di strada, presenti non solo nel Terzo Mondo, costretti ad elemosinare, sfruttati, destinati ad una vita di espedienti e di reati. Cesbron ha saputo descrivere il loro dramma da grande scrittore, mostrandoci, nella figura del giudice Lamy, la via del riscatto e della speranza.

Paolo Grieco