La quotidiana salute mentale
e la professione medica

 Adriano Pessina

Le relazioni di aiuto possono esporre le persone a sollecitazioni emotive invasive. Avere familiarità con il dolore e la sofferenza altrui può, indubbiamente, provocare dei contraccolpi sulla personalità del medico e dell’operatore sanitario, ma anche su quella dei familiari e dei parenti del malato, specie laddove non si realizzano gli obiettivi auspicati. Gli psicologi e gli psichiatri si sono progressivamente preoccupati di questa situazione, che ha ricadute sulla vita professionale, coniando l’espressione burn-out, e dando luogo ad una vera e propria classificazione di sintomi e di rimedi. I disagi esistenziali accentuano le difficoltà di dialogo tra le persone e finiscono, in qualche modo, con il condizionare le decisioni che debbono essere assunte nei confronti dei pazienti stessi. Non è facile decidere serenamente per il bene, o anche soltanto per il benessere, delle persone la cui malattia provoca, indirettamente e senza responsabilità, pesanti ricadute sugli stili e i tenori di vita di quanti si occupano di loro. Queste difficoltà, che possono anche assumere vere e proprie forme di insofferenza nei confronti delle situazioni e delle persone, a volte vengono negate o mascherate per la paura di apparire insensibili, egoisti e poco attenti alle esigenze del malato stesso. In queste situazioni di confine emerge, come capita spesso, un problema più generale, che può restare latente, quello della costruzione, per così dire, di una quotidiana salute mentale della persona. Questa espressione è inadeguata, ma segnala un fatto: in queste situazioni si è soliti ricorrere a relazioni di aiuto di tipo psicologico o psichiatrico. Si tratta, cioè di un modello pratico e teorico che considera e tratta queste situazioni in termini di patologia, con varianti più o meno rilevanti. Ma il patologico, si sa, rimanda al sano e allora possiamo chiederci, qual è la salute mentale che si vuole ripristinare? Noi possediamo (o almeno così sembra) diversi strumenti per guarire o curare diversi disturbi mentali e del comportamento, ma siamo davvero capaci di indicare quali siano i fattori che permettano di costruire una quotidiana salute mentale? Possiamo tentare anche un approccio non clinico a queste situazioni, che sono molto meno rare di quanto non si creda?.
La salute mentale dell’uomo non dipende soltanto dalla sua situazione fisiologica, o dalla sua struttura cerebrale, ma dalla sua formazione culturale, cioè dalle modalità con le quali ha ricostruito il senso della fatica, del dolore, della dedizione, dell’amore e della morte. Se si vuole affrontare in modo non riduttivo la questione della quotidiana salute mentale di ognuno di noi, dobbiamo interrogarci sui fattori che danno luogo alla costruzione della personalità umana. Mentre, per certi versi, lo sviluppo della nostra vita avviene spontaneamente, quasi meccanicamente, e bastano poche regole per sviluppare la salute umana, lo sviluppo della nostra personalità avviene attraverso delle scelte che mettono in gioco la nostra libertà e, quindi, contrastano, per così dire, la semplice spontaneità. Per tornare al nostro argomento, non è spontaneo dedicarsi alla salute e al benessere altrui: è una scelta morale e quindi culturale, che nasce dal convincimento del valore di ogni persona, della sua irripetibile ed unica condizione storica. Non è spontaneo sacrificare il nostro benessere per aiutare delle persone che magari non potranno contribuire a migliorare le nostre condizioni di vita: chi, e spesse volte sono le donne, si prende cura dei figli disabili, degli anziani dementi, delle persone con patologie degenerative che diventano privi di autonomia, lo fa perché ritiene che sia giusto farlo, anche se a volte questo comporta sacrifici che riterremmo, in altre condizioni, ingiusti. Occorre, perciò, che si sia formata una personalità morale motivata, capace di affrontare le diverse situazioni che l’esistenza stessa può offrire. Le situazioni difficili sono inaspettate e impreviste e non è possibile, in senso proprio, prepararsi: l’unica preparazione è lo sviluppo di una personalità consapevole che sia in grado di riconoscere il senso ed il valore della condizione umana, nelle diverse stagioni della vita.
Tornando, perciò, alla questione della quotidiana salute mentale, dobbiamo chiederci come di fatto si sviluppa la personalità umana e come impariamo a riconoscere la nostra stessa personalità. In fondo ognuno di noi, quando incontra qualcuno, si presenta, ma nel presentarsi, come è noto, ognuno di noi dice che cosa fa, pensando, in fondo di dire chi è. Il presupposto, in parte giusto, è che uno è le cose che fa. L’identità personale è considerata o espressa attraverso un’identità professionale, o di ruolo. Del resto, qualora volessimo riflettere su noi stessi, al fine di definirci nel modo meno inadeguato possibile, non potremmo fare a meno di interrogarci su quanto abbiamo fatto, su quello che faremo e su quello che vorremmo fare. Questa stretta relazione tra identità umana e azione spiega perché le frustrazioni nell’ambito professionale abbiano una così pesante ricaduta anche nella sfera della personalità umana, e viceversa. Ma l’estensione, per così dire, di queste ricadute, in senso positivo e in senso negativo, dipende molto da quello che si è soliti definire il tipo di investimento esistenziale che si è fatto nella professione, o nelle nostre attività in genere. E il valore di un’attività è sempre anche, sebbene non soltanto, un valore sociale. Così, per stare in argomento, è ovvio che sia molto gratificante pensare a se stessi come ad una persona che guarisce i mali altrui, che fa del bene agli altri, che ha le conoscenze ed il potere di salvare la vita, ripristinare le funzionalità, restituire delle persone alla loro salute. Sono attività che tutti, giustamente, apprezzano. Ma di fronte al fallimento di queste attività? Quale deve essere la reazione, o meglio, l’azione più adeguata? Per sopportare le varie forme di smarrimento esistenziale e di disagio esistenziale occorre che la persona abbia maturato (cioè sviluppato) ciò che si è soliti definire un equilibrio interiore. Ma questo equilibrio non è soltanto opera della volontà e non è soltanto questione psichica. Esso dipende anche da ciò che abbiamo imparato a pensare e non soltanto a volere.
Raramente poniamo attenzione che esistono attività umane che non sono transitive, ma che hanno una grande importanza. Ci sono infatti, azioni che cambiano zone o porzioni di realtà, ma ci sono azioni che non cambiano nulla fuori di noi, ma cambiano noi stessi. Così, tanto per fare un esempio, se facciamo un’operazione chirurgica, noi trasformiamo una parte del corpo altrui; quando leggiamo un libro, studiamo una relazione, noi non cambiamo il libro o la relazione, ma cambiamo noi stessi. Così come il cibo contribuisce a costituire la salute del nostro corpo, la nostra conoscenza contribuisce a costruire la salute della nostra mente, della nostra personalità. Ora, raramente poniamo a tema il fatto che il nutrimento, per così dire, della nostra mente è molto scarso in determinati ambiti e settori. Le informazioni scientifiche, che costituiscono la professionalità del medico non sono infatti sufficienti a costituirne la personalità umana e morale. Al di là di ogni retorica, il rapporto che il pensiero classico aveva istituito tra l’essere filosofo e l’essere medico aveva una sua verità di fondo: chi vuole curare un uomo deve conoscerlo ben al di là della sua manifestazione corporea. Conoscere l’uomo, peraltro, corrisponde anche alla fatica del conoscere se stessi: ogni definizione che diamo dell’uomo è anche una definizione di noi stessi. Ora, il disagio esistenziale non può essere compreso senza entrare in merito anche a dei contenuti, che non sono quelli di competenza della medicina o della psicologia. Sono i contenuti che, sempre per usare nozioni classiche, ma pur sempre valide, fanno parte della formazione sapienziale dell’uomo stesso. Ora, evitando di aprire un tema complesso in modo forse troppo semplice, va però detto che in questo tema emerge quel riferimento al binomio identità personale e relazione che è il fondamento dello sviluppo concreto di ogni personalità umana. Le relazioni sono certamente fondamentali, ma in questa rete o trama di relazioni risulta chiaro che nessuno può offrire ciò che non possiede in proprio. Ed è su questa necessità di possedere in sé e per sé una quotidiana salute mentale che bisognerà continuare a riflettere, per evitare di spostare gli argomenti senza, in fondo, risolverli. Ma questo è un argomento che merita ulteriori riflessioni.

Adriano Pessina
Cattedra di Bioetica
Università Cattolica di Milano