L’uscita in Italia, per Mondadori, di Mademoiselle Anicet (139 pagine), il romanzo d’esordio di Dominique de Roux, è per certi versi un segno dei tempi e per altri il risarcimento postumo per uno scrittore che negli anni Settanta fu vittima nel nostro Paese di un linciaggio ideologico teso ad accreditarlo come fascista, bombarolo, stragista. A rileggerli oggi quegli articoli sono un concentrato perfetto del giornalismo pistaiolo dell’epoca, fatto di allusioni, mezze verità, deduzioni presentate come prove, retorica democratica, sussiego rivoluzionario, disprezzo della sintassi. Fosse ancora vivo, il primo a sorriderne sarebbe lo stesso de Roux, perché poi dell’impalcatura ideologica che a essi stava dietro, fra movimenti di liberazione, estremismo intellettuale, “domani che cantano” e certezze immarcescibili sulla fine prossima ventura del capitalismo e sul trionfo della classe operaia, ormai non esiste più nulla, se non le macerie di un Muro, il crollo di sistemi politici e teorici, il riciclaggio continuo di ex contestatori nei panni di neoconservatori aggrappati a quel potere che avrebbero dovuto distruggere. Se fosse ancora vivo, dicevamo: ma de Roux morì proprio allora, nel 1976, all’età di quarantun’anni, stroncato da un infarto dovuto a una malformazione cardiaca ereditaria che tra padre e fratelli aveva già fatto strage nella sua famiglia.
Intellettuale precoce e ragazzo prodigio dell’editoria francese, de Roux fu negli anni Sessanta, nemmeno trentenne, dunque, l’inventore dei Cahiers de l’Herne, una collana che in maniera spregiudicata e intelligente riportò al centro della vita culturale scrittori dimenticati, maledetti o misconosciuti come Céline, Pound, Borges, Gombrowictz, movimenti come la Beat Generation… Recuperando inediti, dando la parola a testimoni, utilizzando corrispondenze e saggi critici de Roux costruì per ogni singolo Cahier una vera e propria cattedrale interpretativa, priva di preclusioni ideologiche e pronta al confronto, all’analisi, in una superba difesa delle ragioni della letteratura e del suo posto privilegiato all’interno della società.
A un quarto di secolo dalla morte, dunque, l’Italia mostra finalmente di accorgersi di un talento fuori del comune, e pazienza se lo fa con un romanzo che non gli rende pieamente giustizia (da questo punto di vista Le Cinquième Empire, l’ultimo uscito quando era ancora in vita è il testo che meglio lo rappresenta) e mentre contemporaneamente in Francia esce una monumentale biografia scritta da Jean Luc Barré (Dominique de Roux Le Provocateur, Fayard, 651 pagine), testimonianza di un’attenzione critica che non si è mai spenta, come del resto attestano le riedizioni delle sue opere e i saggi che in quell’arco di tempo gli sono stati dedicati. Di estrazione nobiliare, nipote di quello che era stato l’avvocato di Charles Maurras e dell’Action Française, de Roux crebbe all’interno di un ambiente che si identificava con una certa destra classica, tradizionalista e monarchica, ostile a de Gaulle e favorevole all’Algeria francese, un coacervo di frustrazioni e di rancori, di orgogli e di ricordi di grandezze passate. Nel tempo il giovane Dominique se ne liberò, da un lato valutandone la sostanziale inanità, rendendosi conto come il conservatorismo che ne era alla base non fosse assolutamente in grado di comprendere e/o anticipare il grande rimescolio degli anni Sessanta, dall’altro aprendosi a una visione del mondo in cui il rimescolamento delle carte, lo sparigliamento delle famiglie di pensiero, il non aver paura del nuovo in quanto tale favorivano il superamento delle categorie classiche della destra e della sinistra, lavoravano per una sintesi che finiva per situarsi altrove rispetto alle idee convenute, alle miopie intellettuali, ai comodi tornaconti degli incasellamenti ben definiti.
In Immédiatement, il libro di impressioni da lui pubblicato nel 1972, c’è in filigrana il ritratto di una certa destra liberale e tecnocratica, reazionaria e coccardiera che de Roux detestava e da cui era detestato, il senso di solitudine che prende chi si ritrova suo malgrado etichettato ideologicamente, ma con quelli della sua cosiddetta parte non ha niente a che spartire, e però dalla parte avversa lo separa tutto o quasi. Di lì a qualche anno l’ittellettualità di sinistra, la stessa che nel nome della libertà di pensiero aveva difeso Règis Debray al tempo della sua militanza in Bolivia al fianco del Che, cercherà di infangare lui come “l’uomo nero” del gaullismo di destra. “Inversione del vocabolario: il mercenario diventa volontario, l’agente speciale un consigliere, il questurino un patriota, i corpi di spedizione l’aiuto al Partito fratello, l’aggressione deliberata, un’assistenza militare per abbattere la reazione. Il tutto con l’Internazionale in sottofondo”. E ancora: “A forza di essere trattato da fascista mi viene voglia di presentarmi così: Io, Dominique de Roux, già impiccato a Norimberga”.
Il bello è che nulla è più lontano da de Roux di quella tentazione golpista che nella reazionaria e conservatrice di quegli anni s’accompagnava alla difesa di regimi gerontocratici, immobili e fuori del tempo: “La destra Ponzio Pilato delle circostanze, genia imbecille, incerta, confusa”. Ciò nonostante, non si rassegna a chiudersi nel recinto del letterato, dell’homme à livre, di chi pensa che l’esistenza si esaurisca in una pagina scritta o letta. Se “la politica è la via più corta per la metafisica della storia”, cerca un’azione che la sublimi e un romanzo che la incarni, che superi il fatto, che diventi il fatto.
Tentato dall’azione, nel processo di deconolozzazione del Portogallo, nella “rivoluzione dei garofani” che lo aveva accelerato, de Roux si ritagliò un posto tutto suo: il sogno di un impero d’Occidente che fra Portogallo e territori d’oltremare costruiva una nuova alleanza, in cui l’Africa era degli africani e non terreno di manovra sovietico o cubano e l’Europa trovava proprio nella sua parte più estrema, più povera e più arretrata le ragioni della sua rinascita come soggetto di storia. Le cinquième Empire si intitolerà il romanzo in cui vagheggiava tutto questo: il mito universale di chi non lottava per un fine, ma per l’eternità, di chi fra esploratori, navigatori e mistici si faceva garante della propria e dell’altrui civiltà.
Nella “rivoluzione dei garofani” che a metà degli anni Settanta fece delirare la gioventù progressista de Roux, unico giornalista francese presente al golpe (che tale fu, anche se nobilitato dalla neolingua allora imperante in rivoluzione democratica), colse ben presto la pochezza dei suoi ideatori, così come però sapeva benissimo che il Portogallo dell’ultimo Salazar e di Caetano era un cadavere in putrefazione, e le colonie d’oltremare anacronismo da sopravvissuti. Le Cinquième Empire che egli dedica a quell’avvenimento, non è solo un insieme di finzione e di realtà, di narrativa e di cronaca, è un documento ideologico, l’idea di una grande politica europea che riprende le sue zone di influenza, che leghi le nuove realtà africane con un patto fiduciario di reciproca legittimazione, che in nome della geopolitica disegni zone di influenza e rapporti di forze.
L’Europa come impero e il Portogallo come base di partenza. I politici di professione disprezzano i visionari. Fanno male, perché ciò che resta come impronta nel tempo e nella storia è la visione, non il minuto mantenimento.