D’accordo, l’importanza di una lega come la NBA non puo’ essere paragonata a quella italiana.
Ma l’approdo dell’Armani Jeans all’evento conclusivo del nostro torneo compensa in parte il mancato traguardo del quintetto della Florida in una logica complessiva della “Rivincita”.
Milano e Miami, dicevamo. Due squadre che hanno assaporato altrettante stagioni fantastiche.
E anche se alla fine l’epilogo alla fine ha preso strade diverse, possono tracciare un ideale cammino comune che varca i confini dell’Atlantico.
Cominciamo dalla sorpresa del nostro campionato. Una compagine che grazie all’intervento in extremis di uno sponsor importante e di dirigenti sportivi già con notevole esperienza sul campo è riuscita dapprima a salvarsi, trovando gli euro dell’iscrizione, e quindi ad allestire in corsa un gruppo che sembrava destinato ad un anno interlocutorio.
Non si chiedeva infatti più di tanto a Lino Lardo e ai suoi uomini quando l’AJ ha finalmente capito che Milano non sarebbe scomparsa dalla mappa del basket nazionale. Ma l’impegno congiunto di azionisti già coinvolti in società calcistiche (Moratti e Galliani) avrebbe dovuto far capire che le potenzialità erano ben altre. L’Olimpia ha dunque lavorato in silenzio, con la tranquillità finalmente di poter impostare un programma anche a media gittata. Le voci del fallimento scampato, insieme a qualche innesto di prestigio (Djordievic su tutti) hanno poi condotto la realtà lombarda in una dimensione nuova. Non più improvvisazione e mosse anche economiche di contenimento. Ma la consapevolezza di poter aggredire, anche sul piano delle potenzialità finanziarie, le superpotenze classiche , ovvero Treviso, Bologna e Siena.
È così arrivata la finale dei play off, dopo nove anni di astinenza,. Ma sono arrivati anche più di ventimila spettatori nelle due gare di semifinale contro Treviso al Forum di Assago. Ovvero la testimonianza tangibile che l’amore per le “scarpette rosse” rimaneva intatto nonostante un periodo di relativa crisi.
L’idea poi di creare una sinergia tra calcio e basket si è rivelata vincente anche sul piano delle tendenze. Si sa che Milano, da capitale della Moda, è particolarmente sensibile alle manifestazioni che “tirano”. E così, il fatto che VIP e atleti del pallone presenziassero quasi costamente alle gesta dell’Armani, ha contribuito a ricreare un clima da evento appetitoso anche per gli amanti della mondanità.
Rivincita dunque. Di certo per chi ci ha creduto, investendo moneta ed energie. Un po’ lo stesso percorso che dall’altra parte dell’Oceano ha convinto Miami a svenarsi per portare il miglior giocatore della NBA dalla costa Occidentale a quella Orientale. Shaquille O’Neal ha subito significato un’inversione di tendenza rispetto alle ambizioni degli Heat delle ultime stagioni. Non più piccolo cabotaggio, con piazzamenti da metà classifica. Ma immediata caccia alla Leadership nella Atlantic Division. Così è stato. Rivincità dicevamo. Per Shaq anche personale. Se ne era andato da Los Angeles, dopo aver vinto sopportando le bizze di Kobe Bryant, anche per dimostrare che lui, e non l’odiato nemico-compagno di squadra, spostava gli equilibri di un team. Così è stato. Perché via lui, in California sembra passato un uragano a devastare i Lakers, nemmeno qualificati per i play-off e completamente da rifondare come squadra. Mentre Miami ha saputo costruire attorno al colosso O’Neal un gruppo di sicuro avvenire. E lui non ha perso occasione per farlo notare. Definendo la sua ex società un nido di vipere da bonificare; e quella attuale invece un “alveare” a pieno regine, dove “le api operaie difendono l’operato della loro ape regina”. Che per chi avesse dubbi, sarebbe proprio Shaquille.
Rivincita e soddisfazione dunque, nonostante la finale poi persa con Detroit a gara 7, anche per quel Pat Riley, ex coach di Miami, passato dall’altra parte della scrivania e toltosi lo sfizio, anche da dirigente, di condurre la franchigia della Florida alla sua seconda finale di conference della sua storia. Lo scorso anno gli Heat furono un mezzo disastro; si pensava che dopo anni di investimenti anche di discreta portata (Uno su tutti, il nuovo modernissimo Palazzetto American Airlines) ci fosse aria di smobilitazione. Addiritura qualcuno avanzava ipotesi di cessione della franchigia ad altre città. Invece questo in corso è stato l’anno della resurrezione. Poco importa se Detroit l’ha spuntata all’ultimo incrocio. Miami ha fatto tremare i campioni in carica e si candida ad essere protagonista anche per la prossima stagione. Proprio come Milano.
MM dunque. Prossima fermata per entrambe?
Il titolo.