Il teatro di Diego Fabbri

 Franco Manzoni

Nato a Forlì nel 1911, Fabbri si formò in un ambiente stimolante e ricco di fermenti spirituali, precisando sempre più compiutamente i propri interessi teatrali e le tematiche religiose. Tra il 1929 e il 1935 collaborò al giornale forlivese Il Momento e diresse la casa editrice Stella di Bagnacavallo. Nel 1936 si laureò all’università di Bologna in Economia e commercio. Nel ‘39 venne chiamato a Roma a dirigere la casa editrice Ave. Dal 1940 al 1950 fu segretario del Centro cattolico cinematografico. Iniziò anche la sua collaborazione a La Fiera Letteraria, di cui fu poi condirettore con Vincenzo Cardarelli, passando in seguito alla direzione fino al ‘66, dopo la morte del poeta. Il suo impegno concreto per un teatro nazionale e popolare si esprime nella dichiarazione del “Manifesto per un teatro di popolo”, firmato nel 1943 con Pandolfi, Guerrieri, Costa, Pinelli e nella fondazione, nel 1945, del “Sindacato nazionale degli autori drammatici”. In campo teatrale i suoi drammi presentano una forte tensione morale e religiosa, ma anche vivaci critiche di costume, di cui sono esempio: Inquisizione (‘50), “Il seduttore” (‘51), e in particolare “Processo a Gesù” (‘55) e La bugiarda (‘56), i suoi maggior successi, rappresentati in tutto il mondo, poi “Il vizio assurdo” (1974, scritto a quattro mani con Davide Lajolo sul suicidio di Cesare Pavese), e infine Al Dio ignoto (‘80). Nelle stagioni ‘60-‘61 e ‘61-‘62 Fabbri diresse il teatro romano La Cometa, dando vita ad una Compagnia stabile. Nel ‘68 venne nominato presidente dell’Eti (Ente teatrale italiano), ove realizzò una politica di espansione e di diffusione della cultura e degli spazi teatrali sul territorio nazionale. Negli anni ‘73-‘75 fu presidente dellla Cisac (Confédèration Internationale des Sociétés des Auteurs et des Compositeurs). Dal 1977 diresse la rivista Il Dramma. Nello stesso anno l‘Accademia Nazionale dei Lincei gli conferì il premio “Feltrinelli” per il Teatro. La sua intensa attività giornalistica lo ha visto collaboratore de Il Resto del Carlino,“Il Messaggero, Il Tempo. Mentre in campo cinematografico fu sceneggiatore e autore di dialoghi di una cinquantina di film di De Sica, Blasetti, Marcellini, Germi, Clair, Rossellini, Antonioni, Dassin, Clement, Ferreri, Soldati, Comencini, Pietrangeli, Steno, Bunuel. Va inoltre segnalata la sua attività di sceneggiatore nell’ambito Rai-tv: basti ricordare gli adattamenti de I Fratelli Karamazov e I Demoni di Dostoevskij, Il ciclo del Teatro Popolare, Le Inchieste del Commissario Maigret, Il sospetto di Dürrenmatt, La fine dell’avventura di Graham Greene. Morì a Riccione nel 1980. Commediografo attivissimo, ebbe un pubblico che per alcuni anni lo seguì con entusiasmo. Grazie alle non comuni doti di curioso osservatore della realtà, Fabbri si impose all’attenzione dell’opinione pubblica e nel pieno degli anni ‘50 i suoi testi in vario modo affrontarono temi di matrice cattolica o di costume. Acuto nel valutare i luoghi, le persone e il loro agire, pungente e sarcastico, riuscì a narrare puntualmente le situazioni toccando argomenti molto delicati per l’epoca, avvolgendo la verità di ironia. Le opere più note e rappresentate sono Il seduttore, Processo a Gesù e soprattutto La bugiarda, che condusse Fabbri alla grandissima notorietà. La bugiarda è una commedia dagli spunti comici cari ad una tradizione romanesca beffarda e macchiettistica. Vi si respira una certa aria quasi provinciale anche se l’azione scenica è ambientata a Roma, metropoli e capitale che reca anche nel suo cuore lo stato-fulcro della cristianità. Negli anni ‘50 lo scrittore palesa e smaschera la realtà di un mondo che vive ancora all’ombra dell’ipocrisia e dell’apparenza di facciata. La protagonista è Isabella una bella ragazza romana, pigra che per vocazione e diletto è una gran bugiarda. Vive con la madre Elvira, è fidanzata da tempo con un insegnante, Albino, innamorato e gelosissimo. Egli aspetta con ansia le nozze con Isabella, più volte rimandate con diverse scuse. L’altro uomo a cui la ragazza è legata è il conte Adriano, appartenente alla nobiltà papalina, sposato-separato, assai prudente nel non volersi esporre troppo con Isabella. Rossella Falk interpretò questa commedia più volte, sempre con la regia di Giorgio De Lullo. Diego Fabbri scrisse La bugiarda proprio per lei. Già la Falk aveva recitato ne Il seduttore, con la regia di Luchino Visconti. Così Fabbri, frequentando l’attrice, aveva intravisto in lei l’interprete ideale per portare in scena la storia di una ragazza romana allegra, spudorata, incosciente. Iniziò a scrivere il testo quasi in simbiosi con l’attrice, facendole leggere giorno dopo giorno le pagine che andava a comporre. La bugiarda ha avuto tre edizioni diverse con la Compagnia dei Giovani: una nel ‘56, la seconda nel ‘64, la terza nel ‘72: la protagonista era sempre Rossella Falk e il conte Adriano è sempre stato Romolo Valli.
L’azione si svolge principalmente in due luoghi: la casa di Isabella e il caffè degli incontri furtivi con Adriano. La madre Elvira sa di questa situazione e tiene mano alla figlia, nel desiderio chiaro che possa prima o poi arrivare a sposare Albino per sistemarsi e avere un ruolo sicuro nella società. E così avverrà, all’insaputa del conte che la crede in vacanza. Il ménage procede e la giovane si barcamena tra il marito e l’amante, mentendo talvolta spudoratamente con l’aiuto costante e le coperture che le offre sua madre. Ma l’incontro di Adriano con la moglie Paola, da cui vive separato, è rivelatore: lui vorrebbe l’annullamento, mentre la donna è a conoscenza di tutta la tresca con Isabella e ha preso informazioni su di lei. Gli rivela tutto, confermandogli che la donna, con cui lui ha una relazione, Paola sa chi è, la moglie di Albino Fogliari, un insegnante. Dopo il momentaneo stravolgimento per questa rivelazione, Adriano telefona a scuola e invita il docente al caffè, dove si vede quotidianamente con Isabella. I tre si incontrano, si presentano e, quando i due uomini restano soli, via via col discorrere riscontrano verità e coincidenze, e si ritrovano consciamente entrambi vittime di Isabella. Nasce tra i due un’ottima amicizia e una solidarietà insperata contro la giovane che li ha manipolati a suo piacimento. Dopo varie vicissitudini la sconfitta della donna sembra definitiva, anche se si rivela puramente momentanea: finge un avvelenamento e i due uomini saranno loro a chiedere perdono a questa ammaliatrice, che continua ad inventare delle non verità. Quasi un gioco assurdo: la donna esiste proprio per le bugie dette con noncuranza degli altri e pare persino ella stessa credere alle sue fandonie. Si tratta di un aspro attacco contro chi vive privo di sincerità e regole etiche.

Franco Manzoni