Mai come in questo momento è arduo formulare previsioni
attendibili sul nostro avvenire. Anche in passato ci sono stati
abbagli clamorosi, ma adesso le incognite sono ancora più
numerose.
Come sarà il mondo nel 2010? E nel 2025? E nel 2050? Mai
la futurologia è stata in crisi come in questo momento
e le previsioni che si possono leggere nei vari siti specializzati
non potrebbero essere più diverse. C’è chi
continua a credere nel progresso scientifico e in un’umanità
pacificata, chi annuncia cataclismi di ogni genere, dall’innalzamento
degli Oceani alle guerre nucleari. Gli studiosi più seri
sono diventati molto reticenti, perché troppi sono stati
gli abbagli presi negli ultimi trent’anni e troppe le sorprese
che il destino ci ha riservato.
Ricordate? Quando Nikita Krusciov pronosticò che l’URSS,
reduce dall’impresa spaziale di Gagarin, avrebbe presto
superato gli Stati Uniti d’America, molti gli prestarono
fede. Furono in pochissimi, invece, a prevedere che il Muro di
Berlino sarebbe caduto nel 1989, che il sistema di potere comunista
sarebbe stato travolto e ancor meno coloro che immaginarono che
nel 1991 l’Unione Sovietica si sarebbe dissolta come neve
al sole.
Ci fu un periodo, negli anni Ottanta, in cui tutti pronosticavano
che sulle ali dei trionfi di Toyota, Sony e Mitubishi il Giappone
avrebbe proseguito la sua marcia trionfale, fino a diventare la
potenza industriale n.1. C’erano buoni motivi per crederlo:
unico tra i grandi Paesi l’impero del Sol Levante era stato
risparmiato dalla rivoluzione sessantottina, non conosceva né
scioperi né conflitti sociali e le sue potenti conglomerate
sembravano interpretare meglio di tutti il capitalismo moderno.
All’apice del loro potere economico, i giapponesi cominciarono
addirittura a invadere l’America, comprandosi il Rockefeller
Center e molti altri simboli a stelle e strisce, a impiantarsi
con le loro industrie in Europa e ad accaparrarsi alle grandi
aste tutte le grandi opere d’arte che arrivavano sul mercato.
Poi scoppiò la grande bolla speculativa, l’indice
Nikkei della Borsa di Tokyo precipitò a un quarto dei suoi
valori massimi e oggi il Giappone, pur restando dopo dieci anni
di recessione la seconda economia del mondo è considerato
il “grande malato dell’Asia”, non riesce a compiere
le riforme necessarie e rischia di essere sempre più oscurato
da una Cina su cui – ai tempi del caos della rivoluzione
culturale di neppure quarant’anni fa – nessuno avrebbe
scommesso un soldo.
Dopo la dissoluzione dell’URSS il noto politologo americano
Francis Fukuyama pubblicò un saggio che fece molto discutere:
“La fine della storia”. Egli prevedeva che, a seguito
della fine del sistema bipolare e della contrapposizione tra comunismo
e capitalismo, tra economia pianificata ed economia di mercato,
i valori liberali avrebbero trionfato nel mondo intero e che sarebbe
seguita una fase generalizzata di pace e di prosperità.
Bush padre, nel lanciare la guerra del Golfo per punire Saddam
dell’invasione del Kuwait, annunciò la prossima instaurazione
di un “Nuovo ordine mondiale”. Inutile dire che non
immaginava neppure che cosa sarebbe accaduto dieci anni dopo,
l’11 settembre 2001.
Altre previsioni sbagliate? C’è solo l’imbarazzo
della scelta. C’era chi pronosticava che l’impennata
dei prezzi del petrolio sarebbe stata solo passeggera, perché
le riserve continuano ad essere abbondanti e i Paesi produttori
hanno tutto l’interesse a sfruttarle al massimo: il risultato
lo abbiamo sotto gli occhi ogni qualvolta andiamo a fare il pieno
e le prospettive per il futuro sono, se mai, ancora peggiori,
dopo il massiccio arrivo sul mercato di nuovi “clienti”
come India e Cina. C’era chi annunciava che questo sarebbe
stato il decennio dell’Africa, il continente più
arretrato di tutti, e invece esso si sta avvitando sempre più
in una spirale di carestie, di guerre tribali e di sfrenata corruzione.
Ancora più clamorose sono, se vogliamo, le previsioni mancate.
Con l’eccezione di qualche studioso come Samuel Huntington,
che già dieci anni fa annunciò un conflitto di civiltà
con il mondo islamico, nessuno sul finire del secolo scorso anticipò
che il primo decennio del Terzo millennio sarebbe stato vissuto
all’ombra del terrorismo di Al Qaeda, un’ombra così
scura da condizionare non solo la politica, ma anche la vita quotidiana
dei cittadini. Parimenti, quando si mise in moto la macchina della
Costituzione europea, nessuno avvertì il pericolo che essa
sarebbe stata affossata in dirittura d’arrivo proprio dal
Paese che più l’aveva voluta, la Francia.
C’è poi il capitolo delle previsioni scientifiche,
prima fra tutte l’ormai annosa questione dell’effetto
serra. Per una maggioranza di esperti che giura sul progressivo
riscaldamento del pianeta e sul conseguente progressivo innalzarsi
del livello degli oceani, c’è una minoranza che ritiene
questa teoria una invenzione degli ambientalisti sfruttata da
personaggi senza scrupoli e arriva a documentare che la temperatura
media non ha affatto subito mutamenti al di fuori di quelli cui
la terra è da sempre ciclicamente soggetta (vedi il libro
di Michael Crichton, “Stato di paura”).
Tutto
questo per dire che il mestiere del futurologo è pieno
di rischi, e che rispondere alle domande di cui sopra è
– se non impossibile – molto, molto difficile. Non
basta analizzare le tendenze e studiare i dossier, bisogna avere
anche una buona dose di fiuto per intuire se non siamo alla vigilia
di importanti cambiamenti di rotta. Facciamo anche qui qualche
esempio. Quale sarà il futuro dell’Unione Europea?
Oggi gli analisti si dividono quasi equamente tra coloro che ritengono
che, con la scelta dell’allargamento e la bocciatura della
Costituzione, l’Europa sia arrivata al capolinea del processo
di integrazione e coloro che, invece, sono persuasi che ci troviamo
di fronte solo a una crisi di crescita che potrà essere
superata, se non entro il 2005, certamente entro il 2025. Entrambi
i “parti ti” portano validi argomenti a sostegno della
propria tesi. A favore di un’Europa ormai non più
in grado di proseguire il cammino verso l’unità politica
militano la generale disaffezione dell’opinione pubblica
nei confronti di un “superstato”, l’opposizione
di un numero crescente di Paesi membri, la difficoltà stessa
a trovare un accordo tra 25 (e presto 27) governi portatori di
interessi molto diversi. A favore di un nuovo balzo in avanti
verso l’unità si porta l’argomento che, se
l’Europa vuole ancora contare sulla scena mondiale, deve
per forza parlare con una voce sola, e quello quasi millenaristico
che, con i successivi trattati si è messo in moto un processo
che non può più essere arrestato e quindi dovrà
sfociare, inevitabilmente, in una Federazione. Il problema è
che nell’equazione ci sono troppe incognite. Come reagirà
l’Europa alla involuzione economica che l’ha colpita,
e che potrebbe diventare irreversibile se i Paesi guida non avranno
la capacità di attuare riforme dolorose, ma necessarie?
Riusciranno i vari Stati dell’Unione ad accordarsi su una
politica dell’immigrazione ragionevole, che ponga un argine
all’arrivo ogni anno di centinaia di migliaia di extracomunitari
che poi si fanno raggiungere da mogli, figli e parenti vari e
che nel giro di una generazione o due ci faranno inevitabilmente
perdere la nostra identità? Ritroverà, l’Unione,
leader come Adenauer, De Gasperi e Schumann nella prima fase,
e Kohl e Mitterrand nella seconda, che seppero spingerla quasi
suo malgrado verso una maggiore unità ma che oggi sono
cospicuamente assenti? Nessuno è oggi in grado di dare
risposte conclusive a queste domande e perciò indovinare
la configurazione dell’Unione tra vent’anni (quando
dovrebbe essere concluso anche il controverso negoziato con la
Turchia) è praticamente impossibile.
Un’altra
domanda da un milione di dollari riguarda l’America. Fino
a quando gli Stati Uniti, rimasti l’unica superpotenza globale,
avranno voglia di fare i poliziotti del mondo e gli “esportatori
di democrazia”, impegnati con le loro pure ingenti forze
militari dal Medio Oriente al Corno d’Africa e dal mar dei
Carabi all’Asia orientale? Le vicende irachene (ma non solo)
hanno dimostrato che si tratta di un ruolo oneroso e pesante,
che certamente può soddisfare l’ego dei leader ma
che il popolo – che per cultura e tradizione è tutt’altro
che internazionalista – mostra di gradire sempre meno. Il
continuo tributo di sangue che il Paese deve pagare all’impresa
irachena ha l’effetto di fare rinascere il vecchio isolazionismo
dell’America profonda, anche se perfino a Cocomo, Indiana
ci si rende conto che dopo l’11 settembre la sfida è
diventata globale e una ritirata degli USA dalle posizioni più
esposte avrebbe il solo effetto di fare posto a forze ostili.
Ma c’è anche un problema finanziario: neppure le
risorse della superpotenza sono infinite e per far fronte alle
varie emergenze internazionali il Paese ha finito con l’indebitarsi
in maniera eccessiva, mettendo perfino a repentaglio la solidità
del dollaro. Ora che la tragedia di New Orleans assorbirà
molti altri miliardi di dollari, mettendo nel contempo a nudo
le molte carenze e debolezze della superpotenza, il successore
di George W. Bush – chiunque egli sia – potrebbe decidere
di mettere fine alla cosiddetta “era imperiale” e
ai suoi troppi obblighi per concentrarsi sulla soluzione dei problemi
interni. Come si comporterebbero in questo caso gli altri aspiranti
grandi, dall’Unione Europea alla Cina, fin qui combattuti
tra la prospettiva di accettare per sempre l’ombrello americano
e quella di tentare di rivaleggiare con Washington nelle rispettive
aree geografiche? E chi avrà i muscoli necessari per impedire
che i vecchi e nuovi “Paesi canaglia” si dotino di
armi di distruzione di massa, con la conseguenza di rendere il
mondo molto più pericoloso di quanto non sia già
oggi?
Questo ci porta fatalmente a esaminare le prospettive della principale
crisi che il mondo si trova oggi ad affrontare: il terrorismo
islamico. Quanto durerà? Si estenderà ad altri Paesi?
Indurrà un Occidente sulla difensiva ad adottare leggi
limitative delle nostre libertà e dei diritti umani come
noi li concepiamo? Si concluderà con una sconfitta di Al
Qaeda o si evolverà davvero nel conflitto di civiltà
e nella sconfitta dell’Occidente temuti – per fare
solo un nome – da Oriana Fallaci? A chi non ha studiato
bene il fenomeno può sembrare assurdo che i grandi e ricchi
Paesi industrializzati non riescano a venire a capo di un fenomeno
che ha senza dubbio le sue radici in una certa cultura islamista
(e non generalmente islamica) e che probabilmente ha il sostegno
più o meno occulto di decine di milioni di musulmani, dall’Asia
orientale all’Oceano atlantico. Ma,
come
hanno dimostrato i quattro anni trascorsi dall’attacco alle
Torri gemelle, la sola potenza militare e repressiva è
insufficiente a venire a capo di un nemico estremamente elusivo,
che può nascondersi in mille posti diversi e colpire indifferentemente
decine di migliaia di bersagli. Al limite, la minaccia terroristica
non è tanto pericolosa per i danni diretti che può
infliggere, quanto per quelli indotti: per quanto vulnerabili
siano le società occidentali, qualche centinaio di morti
l’anno (un centesimo, o anche meno, di quelli che muoiono
sulle strade) non dovrebbero metterle in ginocchio. Ma c’è
quello che potremmo chiamare l’indotto: la paura di viaggiare
che ha messo in crisi le linee aeree, la paura di attacchi terroristici
che ostacola l’auspicato rilancio dell’energia nucleare,
la paura che il nemico arrivi a bloccare, o almeno a ridurre di
tempo in tempo, il regolare flusso di petrolio verso i Paesi industrializzati.
Una delle caratteristiche di questo primo decennio del Terzo Millennio
è in effetti un certo prevalere del pessimismo. Neppure
ai tempi della guerra fredda, quando più volte rischiammo
la Terza guerra mondiale, gli uomini erano così preoccupati,
forse perché i conflitti di allora erano, tutto sommato,
governati da regole, mentre quelli di oggi hanno come protagonisti
pazzi sanguinari come Abou Mussa El Zarkhavi, che arriva a vantarsi
delle stragi di civili innocenti. Perfino i progressi scientifici
sono visti alle volte come pericoli per il futuro della razza
umana, come dimostrano le polemiche sugli organismi geneticamente
modificati o sull’uso delle cellule staminali.
In perfetta buona fede, molti sostengono oggi che la priorità
per il genere umano è oggi la guerra alla povertà,
l’elevazione dei miliardi di esseri umani che lottano ogni
giorno contro fame e malattie a un livello di vita accettabile.
Si tratta senz’altro di una nobile causa, che potrebbe anche
contribuire a ridurre il tasso di conflittualità sul pianeta.
Ma il traguardo che gli Stati industrializzati si sono posto di
dimezzare la povertà entro il 2015 stanziando lo 0,7 per
cento del loro PIL a scopi umanitari appare abbastanza irrealistico,
specie tenendo conto che anche i Paesi più ricchi difettano
oggi di risorse e che quando la cassa piange i soldi da spendere
all’estero sono sempre i primi a essere tagliati. Se tutto
andrà bene (cioè se non ci saranno altre guerre,
altre pandemie come l’AIDS, altre catastrofi naturali su
vasta scala e molti altri se) qualche risultato in questo campo
si avrà non nel 2025, ma nel 2050.
Non è il caso di strapparsi i capelli: sembra tuttavia
ineluttabile che le nuove generazioni avranno una vita più
difficile e incerta di quelle che oggi si avviano alla fine della
loro vita attiva. Anche perché la storia tende a camminare
sempre più rapida, con mutamenti imprevedibili sempre dietro
l’angolo.
Livio Caputo